L’alba di una nuova Arctic Race

La cisterna Artica “Christophe de Margerie”, la nave ammiraglia che per prima si occupa del trasporto dell’LNG proveniente dal giacimento super-giant situato nel Circondario Autonomo dello Yamal-Nemec (Credits: http://en.kremlin.ru)

Il paragone pare azzeccato: per chi non lo sapesse, l’Arctic Race è la corsa ciclistica a tappe più a nord in assoluto, svolgendosi interamente in Norvegia al di sopra del circolo polare artico. Roba per pochi temerari insomma. Nata nel 2013, la giovane competizione di anno in anno si sta ritagliando uno spazio di tutto rispetto nel mondo tutto gambe e fatica delle due ruote. Nello stesso anno, un’altra corsa, di ben altro tenore, ha attirato le attenzioni della filiera energetica mondiale: quella alle risorse naturali incastonate nei freddi fondali artici.

Se è vero – e lo è – che il mercato si sposta dove si muovono i capitali, ebbene pare proprio che i più grandi gruppi di produzione upstream (dediti ad estrazione e prime fasi di produzione e stoccaggio) abbiano deciso di investire massicciamente sulle possibilità presunte di cui l’Artico sarebbe dotato. Con il report Circum-Arctic Resource Appraisal (CARA), la U.S. Geological Survey, agenzia scientifica americana, ha indicato nel 2008 che “la regione potrebbe contenere il 22 percento delle risorse mondiali convenzionali di gas naturale e petrolio ancora da scoprire”, ipotizzando inoltre che il “63 percento delle risorse totali potrebbe trovarsi nel continente europeo e circa il 35 in Nord America”.

Queste previsioni hanno spinto negli ultimi anni gli esperti a riferirsi all’Artico come al nuovo Eldorado energetico, incentivati dalla scoperta di nuovi e rilevanti giacimenti di gas e petrolio nei mari di Barents, Kara e Pečora. Per la felicità di Russia e Norvegia, entrambe pronte ed attrezzate per spostare la loro produzione energetica ancora più a nord. A ben vedere, la caccia ai tesori dell’Artico ebbe inizio già a partire dagli anni ’80 del secolo scorso quando Statoil, multinazionale degli idrocarburi con sede ad Oslo, scoprì i giacimenti di Askeladd, Albatross e Snøhvit – in seguito collettivamente intesi come sito di Snøhvit.

Quello norvegese è il sito più settentrionale a livello mondiale e il primo ad essere dotato di un impianto LNG, ovvero di un sistema in grado di liquefare il gas naturale in modo da renderlo trasportabile via mare tramite navi-cisterna. Poco più ad est, nell’Artico russo, le esplorazioni partirono addirittura negli anni ’60 con le prime trivellazioni nei fondali dei mari di Barents e Kara, operate dall’allora Unione Sovietica. Nel 1983, Mosca per prima scoprì poco lontano dalle proprie coste il giacimento gasifero di Murmanskoe dotato, stando alle stime, della capacità di 122 bcm (milioni di metri cubi) di gas. Il primo giacimento artico offshore venne invece trovato nel 1986 presso il sito Severo-Gulyaevskoe e, da allora a tutto il 2010, furono quindici i siti scoperti nell’area. Tra questi, Prirazlomnoye è il primo centro di sviluppo petrolifero offshore artico con oltre 72 milioni di tonnellate di riserve petrolifere proved e la penisola di Yamal, con i suoi 26,5 trilioni di metri cubi di gas naturale, copre l’85% della produzione russa.

Mappa dell’Artico con, segnati, i prolungamenti continentali (Credits: USGS/ Wikipedia)

Se dagli anni delle prime scoperte ad oggi il progetto artico è mancato di enfasi, lo si deve principalmente ai pochi investimenti di cui è stato soggetto. Le difficoltà di natura geologica prima e climatica poi, insieme alla mancanza di tecnologie necessarie a farvi fronte, hanno ostacolato ogni sorta di sviluppo significativo fintantoché le risorse dislocate nel resto del Mondo garantivano maggior sicurezza ed economicamente si dimostravano più redditizie. Gli esperti considerano la produzione artica di gas e petrolio come un investimento a lungo termine la cui fattibilità e redditività dipendono essenzialmente da due fattori: 1) i costi di estrazione delle risorse stimate e 2) le aspettative future sui prezzi che le due risorse energetiche potrebbero raggiungere. Ciononostante, le multinazionali continuano a manifestare interesse nell’esplorazione e sfruttamento della regione e, come già accennato, dal 2013 ad oggi si può davvero parlare di nuova era dell’Artico.

Si tratta di una nuova fase alla quale partecipa con rinnovata fiducia la Russia. Il regime sanzionatorio a cui è ancora soggetta, nonostante le timide promesse che Trump oggi sembra aver ritrattato, unito ad un prezzo del petrolio che solo negli ultimi mesi ha dato flebili segnali di crescita, non ha tuttavia particolarmente colpito la filiera energetica controllata dal Cremlino. Anzi, le compagnie petrolifere e gasifere di Mosca, a causa del contesto poco favorevole, sono state incentivate a divenire più intelligenti, riducendo gli sprechi, tagliando i progetti più rischiosi e promuovendo operazioni di Merger&Acquisition (M&A, fusioni ed acquisizioni) con i vari competitors europei ed internazionali.

Dal canto suo, Putin tracciò la linea da seguire già nel 2011, quando istituì una commissione dedita alla regolamentazione dei traffici navali lungo la Northern Sea Route (NSR) con l’obiettivo di incentivare le operazioni commerciali e d’esplorazione nell’Artico. Come l’agenzia ufficiale Ria Novosti riportava nel 2014: “Il volume dei finanziamenti dei lavori di sfruttamento dei giacimenti sulla piattaforma continentale e dell’Artico è sensibilmente aumentato a partire dal 2013. Questo programma è previsto che duri fino al 2030, con un finanziamento di più di 20 miliardi di rubli”.

Più recentemente, Gazprom Neft -costola petrolifera della major del gas- ha annunciato che già quattro pozzi d’approvvigionamento sono operativi presso il sito di Prirazlomnoye e che la compagnia conta di realizzarne altri 28 a breve. Nel frattempo, la joint venture Yamal LNG, il cui 50,1% è di controllo della russa NOVATEK e il resto più o meno equamente suddiviso tra la francese Total (20 percento), la cinese CNPC (20 percento) e altre compagnie, ha già cominciato a smerciare gas naturale liquefatto lungo la NSR, dando nuova linfa alla via della seta artica. Inoltre, potendo contare su uno dei giacimenti gasiferi più estesi al mondo, quello del South Tambey con i suoi 926 milioni di metri cubi di gas tra riserve proven e probable, il progetto è stato battezzato con entusiasmo dall’alto governo russo e dagli investitori esteri.

Il primo carico di attrezzature sulle navi della flotta settentrionale da parte delle forze della Brigata artica (Credits: Ministry of Defence of the Russian Federation)

Negli ultimi due anni, le condizioni climatiche più “morbide” hanno permesso ai ricercatori artici di spingersi più a nord e non è da escludere che nuovi progetti possano nascere numerosi nel futuro prossimo. Molti analisti inoltre, osservando la rinnovata attenzione artica, assicurano che questa rientri nella più ampia e nuova softwar strategy di Mosca, asserendo che Putin si stia preventivamente attrezzando in vista di un ipotetico confronto militare nella regione.

Russofobia non totalmente infondata, considerando che la Russia non solo è la nazione con più rompighiaccio ormeggiate nel circolo polare, ma si trova nel bel mezzo della più larga spinta militare nell’Artico dai tempi della Guerra Fredda, arrivando quest’anno ad istituire una nuova brigata addestrata a combattere tra le intemperie della regione. Inoltre, ha accusato la NATO di aver, a sua volta, intensificato la propria presenza. Considerazioni militari a parte, per il nuovo Eldorado degli idrocarburi Russia e Norvegia sono le nazioni che attualmente si stanno contendendo la conquista della prima tappa: l’Arctic Race energetica è appena cominciata.

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Perché scrivo? Vi dico la verità? Non lo so. Probabilmente è a causa della mia memoria a breve termine. O forse perché lo ritengo l'unico modo per riordinare i miei pensieri.Troppi e troppe volte dimenticati qua e là nella mia testa. Cos'altro faccio? M'incuriosisco del Mondo, delle sue mille (o cinquanta?) sfumature. Lo analizzo, lo fotografo, lo scopro. Quasi dimenticavo, m'interesso anche di sport, letteratura, musica e fotografia. Un po' di tutto e un po' di nulla, insomma.

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