Aldo Moro, 40 anni dopo

(Credits: Facebook / Polo del ‘900)

Quarant’anni fa, il 9 maggio 1978, dopo cinquantacinque giorni di sospensione e di terrore, l’Italia ritrovava Aldo Moro sotto forma di cadavere, accovacciato su se stesso all’interno di una Renault 4 rossa in via Caetani, a Roma. Il più eminente statista dell’Italia repubblicana, politico sopraffino, grande mediatore e uomo del compromesso, nove volte ministro, cinque volte presidente del Consiglio, segretario e presidente della Democrazia cristiana, giurista e docente universitario, giaceva lì, con la mano destra sul fianco e la testa appoggiata sulla ruota di scorta di un’auto rubata. Tutt’intorno una folla di carabinieri, guardie di pubblica sicurezza, giornalisti, operatori, curiosi. Era stato ucciso dai suoi prigionieri, le Brigate rosse, quella mattina stessa con undici colpi ai polmoni che lo hanno fatto morire dissanguato. Il 16 marzo lo avevano rapito in un’azione spettacolare, la quale ha comportato la morte dei suoi cinque agenti di scorta.

La storia di Aldo Moro si intreccia con la storia della rinascita della democrazia italiana. Tra il 1942 e il 1945, da ex presidente della Fuci – nella quale è entrato grazie a monsignor Giovanni Battista Montini – partecipa assieme ad Alcide De Gasperi, Giuseppe Dossetti, Giovanni Gronchi ed Amintore Fanfani alla rifondazione della Democrazia cristiana. Nel 1946 è vicepresidente del partito e l’anno successivo è eletto all’Assemblea costituente e nella Commissione che dovrà scrivere la nuova Costituzione.

Il ritrovamento del cadavere di Moro (Credits: Wikipedia)

È di Aldo Moro, infatti, la paternità del compromesso che ha portato alla stesura dell’articolo 1 della Carta: siamo nel marzo del ‘47, l’Assemblea, dopo l’iter nella Commissione dei 75, deve approvare il testo dell’articolo. I comunisti di Togliatti propongono la formula di una Repubblica democratica “dei lavoratori”. Il democristiano Giorgio La Pira, futuro sindaco di Firenze, cattolico osservante nonché terziario domenicano, vuole un richiamo teologico. Sono i due “cavalli di razza” della Dc degasperiana, Fanfani e Moro a condurre ad un compromesso le due parti con la formula della “Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Nel marzo 1959 Aldo Moro è eletto segretario della Democrazia cristiana facendo prevalere la linea dell’apertura verso il Partito socialista, per andare a costituire un esecutivo di centro-sinistra con un programma riformista. Sono molti gli ambienti, clericali e della destra democristiana, che muovono contro il disegno di Moro. Tra questi, i due partiti alleati in Parlamento della Dc, i liberali e i repubblicani, che nel febbraio 1960 fanno cadere il governo in carica, guidato da Antonio Segni. Il presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi affida l’incarico di formare un nuovo governo a Fernando Tambroni, che ottiene la fiducia dalla Camera con i voti del Movimento sociale italiano. Un fatto, il voto di fiducia missino, che causa una crisi interna alla Balena Bianca, la quale chiede a Tambroni di dimettersi, vista la situazione insostenibile creatasi dopo gli scontri tra polizia e vari dimostranti di sinistra in alcune città italiane (Genova, Reggio Emilia, Catania). Nel luglio 1960, il capo del governo cede e si dimette.

L’incarico va ad Amintore Fanfani, che forma il suo terzo esecutivo, sorretto grazie all’appoggio esterno del Psi. È una vittoria per Moro: il governo è quello delle convergenze democratiche” – e non “parallele” –, le quali non sono un artificio consociativista ma il frutto di un lungo processo politico che porterà poi con cautela e determinazione, caratteri tipici della politica morotea, verso il centro-sinistra organico. Per l’Italia è il periodo del boom, l’emigrazione diventa vieppiù interna al Paese e la scolarizzazione aumenta in modo considerevole. Sono gli anni del terzomondismo, del protagonismo di Enrico Mattei e di un’apertura economica, grazie al clima internazionale di distensione, verso i Paesi dell’Est. Fanfani rimane presidente del Consiglio fino al luglio del ’63, attuando un programma concordato con i socialisti che prevede la nascita delle regioni, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la riforma della scuola, una programmazione economica, la riforma urbanistica e la riforma della pubblica amministrazione.

Enrico Mattei (Credits: Wikipedia)

Tra il ’62 e il ’64, il disegno di Moro vede una fase di difficoltà che coincide in tre momenti fondamentali. Nel 1962 scade il mandato di Giovanni Gronchi al Quirinale e il segretario della Democrazia cristiana, per calibrare gli equilibri interni al partito, dovrà cedere la presidenza della Repubblica ad un esponente della destra dc contraria all’apertura a sinistra, Antonio Segni. Nel 1963, alle Elezioni politiche i consensi dei protagonisti del centro-sinistra calano: la Dc perde voti a favore del Partito liberale, che passa all’opposizione, e la percentuale del Psi scende a vantaggio del Partito comunista. Si apre un periodo di decantazione, segnato dal “governo balneare” guidato da Giovanni Leone che rimane in carica fino al 4 dicembre ’63, quando Moro, dopo il raggiungimento di un accordo con il Partito socialista, diventa presidente del Consiglio.

Il suo primo governo è il primo con la partecipazione interna dei socialisti: Pietro Nenni è vicepresidente, Saragat (Psdi) è ministro degli Esteri. Con queste parole chiede la fiducia alla Camera: “Nella obiettiva difficoltà di questo accostamento di forze politiche diverse è la ragione del lungo cammino che abbiamo dovuto percorrere e delle difficoltà che abbiamo dovuto superare per giungere a questo incontro. […] Un contatto costruttivo tra partiti democratici e popolari per la difesa e lo sviluppo della vita democratica in Italia, poteva condurre all’accordo che ha dato vita a questo Governo”. Dc, Psi, Psdi e Pri “ritengono sia un dovere, oggi, unire la loro forze in vista di essenziali obiettivi politici: dare più vasta base di consenso e perciò maggiore solidità allo Stato democratico, assicurare una guida autorevole ed efficace al paese, mentre è in corso una grande trasformazione della società italiana”.

I contrasti interni alla Dc, però, mettono Moro in minoranza e nel giugno ’64 rassegna le dimissioni. Si apre – e siamo al terzo momento fondamentale – una delle crisi più difficili del Paese. Sono i giorni del “Piano Solo”, il presunto colpo di stato, ordito dal capo dello Stato Segni e dal comandante dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo per arrestare i leader delle sinistre e fermare il processo del centro-sinistra, nominando un “governo del presidente”. Che sia stato usato dal Presidente come spauracchio a Moro per limitare l’impronta eccessivamente riformatrice dell’accordo con Nenni (cosa che effettivamente accadde)? Al “tintinnar di sciabole”, il capo socialista cede infatti sule questioni sociali e consente il varo del secondo Governo Moro.

Aldo Moro e Pietro Nenni (Credits: Wikipedia)

Moro rimane a Palazzo Chigi fino al 1968, divenendo uno dei presidenti del Consiglio più longevi della Prima Repubblica, aprendo il Paese ad un costume di libertà e ad un respiro democratico più ampio. Tuttavia, nel giro di qualche anno, vengono progressivamente meno molte delle speranze che avevano accompagnato l’avvio della collaborazione tra Dc e Psi. Lo spirito riformatore diventa sempre più uno spirito gestore: cominciano a prevalere nella prassi di governo e nella gestione amministrativa dello Stato la tendenza alla lottizzazione da parte dei partiti di carattere parassitario. Nel ’68 si conclude la IV legislatura repubblicana e alle elezioni, che si svolgono nel clima della contestazione sociale, nonostante la Democrazia cristiana recuperi rispetto al risultato del ’63, è il Partito comunista a crescere maggiormente, mentre socialisti e socialdemocratici uniti nel Psu perdono quasi cinque punti a vantaggio degli scissionisti del Psiup.

Comincia un periodo difficile per l’Italia e le sue istituzioni. Nella Dc si alternano – attraverso sei diversi governi – la linea centrista e quella del centro-sinistra. Aldo Moro dall’agosto ’69 segue la politica italiana nell’incarico di ministro degli Esteri. Da titolare della Farnesina, lo statista democristiano prosegue sulla linea filoaraba dei suoi predecessori (qui si potrebbe discorrere sull’esistenza del cosiddetto lodo Moro, ovvero di un accordo con l’Olp di Arafat per evitare attentati terroristici palestinesi in Italia). Il 12 dicembre scoppia un ordigno con sette chilogrammi di tritolo nella Banca nazionale dell’agricoltura di Milano e causa 17 morti e 88 feriti: è la strage di Piazza Fontana, iniziano gli “anni di piombo”.

La V legislatura si conclude anticipatamente con le elezioni del 1972, le quali non registrano grossi cambiamenti nello scacchiere politico. Nessun cambiamento nemmeno nelle beghe interne alla Dc e ai quattro partiti del centro-sinistra. Nel ’73, con il quarto governo guidato da Rumor, Moro torna agli Esteri fino all’anno successivo, quando viene chiesto allo statista di riprendere la guida dell’esecutivo per scongiurare il ritorno alle urne e salvare la coalizione. L’Italia è investita dalla crisi petrolifera che causa una crisi economica senza precedenti: il tutto, sotto l’assedio del terrorismo. Il 12 marzo ’74, poi, la Democrazia cristiana è sconfitta al referendum sul divorzio, voluto da Amintore Fanfani.

L’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, luogo della strage di piazza Fontana, dopo l’esplosione della bomba (Credits: Wikipedia)

Di fronte a questa situazione, l’obiettivo di Moro, la cui pacatezza e acutezza politica ne fanno il protagonista assoluto della politica italiana, è sempre lo stesso: portare a pieno compimento la costruzione del sistema democratico repubblicano, la cosiddetta “terza fase”. Per farlo, è necessario coinvolgere il grande escluso dell’arco costituzionale italiano: il Partito comunista. Che ha cambiato guida, dal ’72 è segretario Enrico Berlinguer, il quale sta allentando i legami con Mosca.

Nel 1973, Berlinguer aveva pubblicato su Rinascita, il periodico del Pci, tre interventi che, sulla scorta del golpe cileno e del rischio che una vittoria dei comunisti alle elezioni – l’“alternativa di sinistra” –, teorizzavano una via diversa per accedere al governo del Paese. Questa, sostanzialmente, coincideva in una collaborazione con la Democrazia cristiana e con gli altri partiti democratici – l’“alternativa democratica”. I contatti iniziano. Il banco di prova sono le elezioni del ’76 convocate anticipatamente a causa dello scandalo Lockheed: la Dc teme il sorpasso ma, nel clima della terza fase voluta da Moro, la Balena Bianca conduce autonomamente dagli alleati la campagna elettorale: la strategia funziona e il partito cattolico mantiene il primato della maggioranza relativa (38,71%), pur con un ottimo risultato del Pci (34,37%). Ed ecco, il 30 luglio 1976 nasce il “Governo della non sfiducia”: guidato da Giulio Andreotti, a cui i comunisti si astengono.

L’esperimento si rafforza due anni dopo, quando grazie al lavoro di Moro, il 16 marzo 1978 la Camera è chiamata ad approvare il primo governo cui i comunisti votano la fiducia. Nel febbraio ’78, Moro tiene il suo ultimo discorso ai Gruppi parlamentari dc, per convincerli sulla linea del governo col Pci. Resta emblematico un passaggio: “Io credo che dobbiamo domandarci sempre di fronte anche ai grandi fatti politici, che non sono regolati dalla pura convenienza – io non credo che la politica sia pura convenienza, […] la politica è anche ideale –: di fronte a questa situazione vogliamo […] rendere omaggio alla verità in cui crediamo, ai rapporti di lealtà che ci stringono al Paese, vogliamo promuovere una iniziativa coraggiosa, una iniziativa che sia misurata, che sia nella linea che abbiamo indicato?”.

Aldo Moro e Enrico Berlinguer nel 1978 (Credits: Wikipedia)

Quel 16 marzo, però, il presidente della Dc non potrà essere a Montecitorio. Alle 9, dopo essere uscito di casa in auto con la scorta, nell’angolo tra via Mario Fani e via Stresa a Roma, l’agguato di un commando delle Brigate rosse uccide brutalmente con un’operazione scientifica spettacolare, i cinque agenti di scorta e rapisce lo statista democristiano. Un fatto, quello del rapimento, che oggi facciamo difficoltà a comprendere: il più importante politico nazionale sequestrato da un’organizzazione terroristica e tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni.

I brigatisti riescono a trasportare Moro da via Fani, nel pieno centro di una capitale piombata nella confusione, in via Montalcini 8, interno 1, dove da una parete è stata ricavata un’intercapedine isolata acusticamente larga appena 3,24 metri quadrati: è la “prigione del popolo. Lì inizia il “processo del popolo” – cui le Br daranno comunicazione dell’andamento con nove comunicati deliranti -, durante il quale il presidente della Dc viene interrogato dai terroristi sulla politica italiana degli ultimi trent’anni. Moro invia, poi, dalla prigionia lettere frequenti, che sono come bombe sulla scena pubblica. Esse sono indirizzate sia alla sua famiglia – molto commoventi – per rassicurarla sulle sue condizioni di salute ed esprimendo i suoi pensieri e le sue preghiere per i figli e il nipotino Luca, sia agli esponenti democristiani, rammentando le loro responsabilità in merito alla sua liberazione e al loro ruolo nella vita pubblica nazionale.

Ben presto inizia nell’opinione pubblica e tra i partiti, un dibattito sull’opportunità di trattare con i brigatisti per liberare lo statista democristiano: la Dc e il Pci sono per la fermezza, il Psi del nuovo leader Craxi per la trattativa. Si giungerà sino alla mattina del 9 maggio, quando è convocata la Direzione dc in cui il presidente del Senato Fanfani avrebbe dovuto dare la svolta alla linea democristiana, portandola al trattativismo, vista anche la notevole riformulazione delle richieste delle Brigate rosse – avvenuta negli ultimi giorni.

L’agguato di Via Fani (Credits: Wikipedia)

Non sarà necessario, perché con una telefonata ad un suo assistente universitario, Francesco Tritto, le Br comunicano che il corpo del presidente si trova nella R4 di via Caetani. Moltissimi sono i punti oscuri attorno al caso Moro, già a partire da via Fani: la presenza di agenti dei servizi segreti, la mancata risposta della scorta, l’assenza della terza borsa del presidente (le Br ne avevano prese solo due). E poi il coinvolgimento di servizi stranieri e/o di Gladio, le perquisizioni sbagliate, le sedute spiritiche di Romano Prodi, la mancata volontà da parte del governo di trattare, nonostante le insistenze di Moro, della sua famiglia e dell’amico Pontefice Paolo VI, Papa Montini.

Moro dalla prigionia comprende: “Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale. Non si è trovato nessuno che si dissociasse? Bisognerebbe dire a Giovanni [Leone, il presidente della Repubblica, nda] che significa attività politica. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini [segretario della Dc, uomo vicino a Moro, nda]? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga [ministro dell’Interno, nda] che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro.

I brigatisti coinvolti sono stati condannati: loro era la mano che ha sparato – anche se hanno chiarito solo in parte le reciproche responsabilità – ma ben tre sono state le Commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso, per accertare altre colpe. Quarant’anni dopo, Aldo Moro con la sua storia, la sua cultura politica e la sua morte rimane ancora al centro della vita pubblica italiana, “come un fantasma che non trova pace e ricorda ai vivi le loro colpe”, ha ammonito il figlio Giovanni.

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