Alle radici storiche di Boko Haram

Bandiera dell'ISIS, adottata da Boko Haram nel 2015. (Credits: Wikipedia Commons).

Tra i numerosi e differenti gruppi jihadisti che tristemente caratterizzano l’Islam Boko Haram, nato recentemente, ha provocato in pochi anni un’ondata di violenze seconda solo a quella di Daesh. Il movimento si è dimostrato la minaccia più pericolosa alla (in)stabilità politica, economica e sociale non solo della Nigeria, lo Stato dove è sorto, ma anche di tutti i Paesi che condividono un confine nei pressi del Lago Chad, una delle fonti d’acqua principali della regione e intorno alla quale il gruppo ha concentrato le proprie attività terroristiche e criminali.

Come sostiene Alex Thurston, pioniere negli studi sul gruppo nigeriano, per comprendere la nascita di Boko Haram è necessario ripercorrere le dinamiche della società musulmana nigeriana nell’ultimo secolo.

La Nigeria, oggi il Paese africano più popoloso e con l’economia più vasta ma anche tra le più povere, è sostanzialmente divisa tra un Nord musulmano, povero ed arido, basato su di una economia largamente pastorale (conseguenza dell’Indirect Rule britannico), e un Sud cristiano, più ricco e dotato di infrastrutture; a questa sommaria partizione vanno aggiunte le centinaia di etnie differenti, ognuna concentrata in uno Stato federato o sparse per tutto il Paese. Per secoli, il Nord è stato un bastione incontestato dell’Islam sufi, specie degli ordini della Qadiriyya e della Tijaniyya, cui si oppone l’autorità degli eredi del Califfato di Sokoto, entità precoloniale e ora istituzione puramente religiosa, con sede nello Stato omonimo. Tuttavia, intorno agli anni Sessanta del Novecento, la minoranza salafita ha cominciato ad aumentare grazie all’intensa attività di proselitismo portata avanti da Abubakar Gumi (1924-1992), aspirante giudice di lingua araba educato nelle scuole coloniali inglesi, il quale accusava di ignoranza i dotti musulmani nigeriani.

Carta della Nigeria (Credits: Wikipedia)
Carta dei gruppi linguistici in Nigeria (Credits: Wikipedia Commons).

Dopo che la Nigeria raggiunse l’indipendenza nel 1960, Gumi, amareggiato dalla profonda debolezza della società musulmana, incolpò i Sufi di settarismo, tanto che nel 1978 un gruppo di suoi seguaci fondò la Jama‘at Izalat al-Bid‘a wa-Iqamat al-Sunna, nota come Izala, che cominciò a condurre feroci critiche contro le confraternite sufi in tutte le città del Nord, compresa Maiduguri, nello Stato del Borno, dove poi sorgerà nel 2002 Boko Haram. Tuttavia, il gruppo terroristico non è un’estensione della Izala, in quanto i Salafiti di questa società lo hanno osteggiato fin da subito; nondimeno, Boko Haram è diretta conseguenza della retorica puritana e anti-Sufi di Gumi.

A metà degli anni ’90, dopo la morte di Gumi, si distinse per la propria attività un altro membro della Izala, Ja‘far Mahmud Adam (1961/2-2007). Costui aveva studiato a Medina negli anni ’90, e, una volta tornato in patria, trovò la Izala divisa tra diverse correnti. Deciso a prendere su di sé il compito di continuare l’opera del maestro Gumi, cominciò a predicare autonomamente, raccogliendo numerosi seguaci grazie alla propria fama di studioso di Medina ed introducendo nel programma di studi nuovi testi di ispirazione wahhabita. Tra questi discepoli vi era anche Muhammad Yusuf, il fondatore di Boko Haram.

Muhammad Yusuf è un personaggio oscuro. Si sa che nacque nello Stato di Yobe nel 1970, ma della sua vita prima del 1999 si sa ben poco: alcuni lo identificano come un membro di basso rango della Izala, altri come un convertito dallo Shiismo, altri ancora come un semplice studente dell’Università di Maiduguri. Quale che sia la verità, agli inizi degli anni 2000 divenne il pupillo di Adam, incaricato di gestire le moschee di Maiduguri, rivelandosi così un predicatore di successo.

Yusuf trovò terreno fertile per i propri sermoni anche grazie al mutamento del quadro politico in Nigeria nel 1999: la dittatura era appena finita e il ritorno al parlamentarismo aveva innescato un’ondata di richieste riformiste in tutto il Paese, tra le quali, al Nord, dominava quella di implementazione della Shari’a in tutti i campi del Diritto. La Legge Islamica, infatti, era già applicata negli Stati del Nord fin dall’indipendenza, ma il suo campo di attuazione era rimasto limitato al Diritto di Famiglia; ora, la maggioranza della popolazione musulmana settentrionale chiedeva a gran voce che la sua applicazione fosse estesa a tutte le frange del Diritto.

Fiorì una rapida rapida radicalizzazione della società musulmana nigeriana che venne facilitata da una serie di fattori, come l’elezione di Olusegun Obasanjo, originario del Sud, alla Presidenza, l’acuirsi delle differenze economiche e sociali tra Nord e Sud e tra Cristiani e Musulmani e lo scarso controllo statale dei nuovi predicatori salafiti radicali.

Popolazione Kanuri in abiti tradizionali. L’etnia Kanuri è la prevalente tra i ranghi di Boko Haram, a differenza di altri gruppi radicali Hausa o dei guerrieri-pastori Fulani. (Credits: Wikipedia Commons).

Yusuf trasse ampio vantaggio dal momento di confusione del Paese. Nello Stato del Borno, dove egli viveva, il Governatore Mala Kachalla si dimostrò riluttante ad implementare la Shari’a, e per questo motivo non venne rieletto nelle elezioni del 2003. Al suo posto, divenne nuovo Governatore Ali Modu Sheriff, con il quale Yusuf aveva stretto un’alleanza, sancendo così il proprio ingresso in politica. Nondimeno, Sheriff e Yusuf entrarono in conflitto ben presto, in quanto il primo aveva approfittato della popolarità del secondo solo per aumentare il proprio bacino elettorale; una volta raggiunto il proprio scopo, lo estromise da ogni ruolo del governo.

L’esclusione politica indebolì la capacità di Yusuf di controllare le varie frange all’interno del proprio movimento, denominato Ahl al-Sunna li-l-Da‘wa wa-l-Jihad, e nel 2003 una fazione si separò da esso fondando vicino a Kannama, nello Stato di Yobe, una base di reclutamento jihadista e creando un proprio gruppo, definito dai media “Talebani nigeriani”. Questi diedero vita ad una insurrezione armata nei villaggi, la quale, tuttavia, venne repressa duramente dall’esercito nel 2004. Seguirono le prime epurazioni, e Yusuf dovette riparare per all’incirca un anno in Arabia Saudita, recandosi nel regno arabo ufficialmente per motivi di studio. In ogni caso, tornò ben presto in patria, nel 2005, su invito dello stesso Sheriff, pressato dalla popolazione che ne chiedeva il rientro.

Nonostante la popolarità, Yusuf non godeva di consensi negli ambienti politici e religiosi: Sheriff e i predicatori salafiti gli criticavano il suo rifiuto del sistema democratico nigeriano, e così ne presero le distanze.

Il progressivo isolamento di Yusuf lo lasciò in balia degli esponenti radicali del gruppo, ai quali si deve ricondurre la grande insurrezione del 2009. Tra giugno e luglio, vari centri abitati di ben cinque Stati settentrionali vennero messi a ferro e fuoco e più di 1100 persone persero la vita negli scontri a fuoco tra esercito e sostenitori di Boko Haram; lo stesso Yusuf perse la vita mentre era tenuto in custodia militare.

Le violenze perpetrate dalle forze di sicurezza nigeriane furono estreme e coinvolsero simpatizzanti del movimento, ormai divenuto ufficialmente un gruppo di guerriglieri, e innocenti, tutti rinchiusi in campi di prigionia e sottoposti alla tortura. Tutto ciò ebbe solo l’effetto di creare terreno fertile per il reclutamento di potenziali nuove reclute composte da giovani musulmani pieni di rancore verso lo Stato.

Militari nigeriani e presunto membro di Boko Haram (Credits: Wikipedia Commons).

Effetto collaterale del forte radicamento territoriale di Boko Haram fu la nascita di un gruppo paramilitare di origine civile sponsorizzato dallo Stato,  la Civilian Joint Task Force, o C-JTF. Con il suo aiuto, l’esercito riuscì a riconquistare i centri urbani in mano a Boko Haram e a battere in ritirata i jihadisti, i quali ripararono nelle campagne. Tuttavia, il gruppo riuscì a rafforzarsi nelle zone rurali. Godendo dell’appoggio locale, Boko Haram, guidato ora da Abubakar Shekau, brutale guerriero dalle origini ancora più oscure di quelle di Yusuf, nel 2013 creò il proprio Califfato nelle campagne, una parodia di Stato ancora più rozza e distorta di quella dell’ISIS, fondato sulla predazione e sulla schiavitù e senza un governo centrale né alcuna istituzione.

In seguito, perso nel giro di poco tempo il proprio Califfato, anche grazie al cambio di leadership in Nigeria con l’elezione di Muhammadu Buhari alla Presidenza in sostituzione a Goodluck Jonathan nel 2015, Boko Haram decise di prestare fedeltà a Daesh. Gli analisti fanno difficoltà a decifrare i legami che intercorrono tra i due gruppi, o tre, se si considera anche la presenza di AQIM: contatti economici vi sono sicuramente, tuttavia molti considerano tale giuramento puramente simbolico e poco rilevante, alla luce anche del fatto che nel 2016 Daesh decise di dare il proprio appoggio ad una fazione concorrente separatasi da Boko Haram guidata da Abu Musab al-Barnawi, sedicente figlio di Yusuf. Tutto ciò potrebbe essere giustificato dalla difficoltà dell’ISIS di tenere sotto controllo Shekau, estremamente indisciplinato e senza alcun piano preciso.

Presidente Muhammad Buhari ed ex-Segretario di Stato John Kerry (Credits: Wikipedia Commons).

Oggi, Boko Haram continua ad essere la minaccia principale alla stabilità di tutti i territori che vanno dalle montagne Mandara al Lago Chad. Le violenze giornaliere dei jihadisti non fanno che acuire i conflitti e le problematiche della regione, tra le quali la povertà, la desertificazione, le aggressioni dei pastori fulani e le divisoni della società nigeriana. Il governo nigeriano, d’altra parte, sembra incapace di reagire in modo efficiente.

Come accaduto al predecessore Jonathan, Buhari rischia di non venire rieletto nelle elezioni del 2019, criticato da più parti per l’apparente debole presa di posizione contro il gruppo terroristico. In realtà, le sue azioni rispecchiano uno schema preciso adottato da tutti i Presidenti nigeriani nel momento di affrontare delle insurrezioni o dei disordini: l’intervento brutale dell’esercito nelle zone degli scontri, la concessione di amnistie generali ai sopravvissuti e l’esortazione a tutti le parti in conflitto di operare in armonia per il bene del Paese. Questa strategia, se già in passato si era rivelata inadatta, oggi ha ampiamente dimostrato di arrecare più danni che benefici.

About Riccardo Valle 19 Articles
Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche.

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