L’ambasciata americana si sposta a Gerusalemme mentre Gaza brucia

Scontri a Gaza, lunedì 8 maggio (Credits: RT/Facebook)

Non era presente ieri alla cerimonia di apertura il Presidente americano Donald Trump, che lo scorso dicembre aveva annunciato la storica decisione di spostare la sede dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Ciò è significato da subito il riconoscendo, di fatto, di quest’ultima quale capitale dello stato d’Israele, dichiarando di non trattarsi di una “presa di posizione politica” quanto della constatazione di una realtà “storica e attuale”. Un annuncio che ha in breve tempo scatenato diverse e divergenti reazioni, rischiando di minare i già difficoltosi tentativi nel processo di pace in una delle zone più calde del Medio Oriente.

Le fazioni palestinesi hanno immediatamente invitato la popolazione a schierarsi contro la decisione durante i cosiddetti “tre giorni di collera” e, mentre a livello internazionale si temeva lo scoppio di una nuova intifada, Nasser al-Qidwe – portavoce di Al Fatah, il partito del Presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen – invitava alla protesta pacifica. A rincarare la dose e il malcontento del popolo palestinese è stata la scelta della data di apertura dell’ambasciata americana il 14 maggio, esattamente settant’anni dopo la dichiarazione d’indipendenza di Israele, osservato dai palestinesi come il “Nakba Day” o “il giorno della catastrofe”.

A fare le veci del presidente americano erano presenti la figlia Ivanka Trump, il genero Jared Kushner, insieme al Segretario del Tesoro Steven Mnuchin e al Vice-segretario di Stato John Sullivan. Circa settecento ospiti, principalmente americani e israeliani, tra cui il presidente israeliano Reuven Rivlin e il premier Benjamin Netanyahu, hanno assistito alla cerimonia, oltre alle diverse rappresentanze europee di Austria, Romania, Repubblica Ceca e Ungheria.

La decisione di spostare la rappresentanza USA a Gerusalemme, già sede del Consolato, porta con sé inevitabili conseguenze legate allo status della città, riconosciuta come capitale d’Israele, oltre che da Washington, soltanto dal Guatemala. Risale infatti al 1980 l’approvazione di una legge costituzionale varata dalla Knesset, il parlamento israeliano, che proclamava Gerusalemme “unita e indivisa capitale d’Israele”. Un atto che, però, venne definito priva di validità dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nella risoluzione 478.

Da sinistra a destra: Benjamin Netanyahu, sua moglie Sara Netanyahu, Ivanka Trump e suo marito Jared Kushner davanti alla nuova ambasciata americana (Credits: Ivanka Trump/Facebook)

Città da sempre contesa e di rilevante importanza religiosa per cristiani, musulmani ed ebrei, con la risoluzione ONU 181 del 1947, Gerusalemme venne indicata città libera sotto il controllo internazionale delle stesse Nazioni Unite, ma fu poi divisa in due zone: quella ovest controllata dagli israeliani e quella est, comprendente la città vecchia, sede dei principali luoghi sacri, dalla Cisgiordania. Con l’occupazione israeliana di diversi territori a seguito della Guerra dei Sei Giorni del 1967, anche la parte est venne annessa, seppur senza legittimazione internazionale, arrivando poi alla legge di cui sopra.

Nonostante la mossa americana abbia suscitato preoccupazione a livello internazionale, nessun paese si è in realtà apertamente schierato contro questa decisione e nessuna ferma condanna è arrivata nei confronti degli Stati Uniti; lo stesso Angelino Alfano, ministro degli Esteri uscente, si è limitato a dichiarazioni moderate auspicando la risoluzione del decennale conflitto israelo-palestinese.

Nel frattempo, è salito a oltre 40 morti e migliaia di feriti il bilancio dei violenti attacchi avvenuti a Gaza contro i manifestanti palestinesi da parte delle forze israeliane ed è stata convocata una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. I suoi esperti si mostrano “profondamente preoccupati per le persistenti pratiche discriminatorie nei confronti dei palestinesi da parte di Israele” lamentando “l’assenza di adeguati meccanismi di responsabilità” per le truppe accusate di violazioni. La giornata di lunedì si è aperta con diverse azioni aeree israeliane che hanno lanciato minacciosi messaggi invitando i manifestanti ad allontanarsi dal confine con Israele, il quale aveva già provveduto a posizionare numerosi cecchini pronti ad aprire il fuoco.

Così è stato, con l’ausilio anche di mezzi pesanti quali carrarmati, e la nuova minaccia da parte del portavoce israeliano delle forze armate di proseguire la repressione con bombardamenti aerei nel caso in cui non cesseranno le proteste. Le violenze perpetrate nelle ultime ore sono soltanto la punta dell’iceberg di un’escalation che negli ultimi mesi ha alzato pericolosamente la tensione nei territori palestinesi. Migliaia di palestinesi sono attualmente ammassati lungo il confine tra Gaza e Israele per la settima settimana di proteste che chiedono il diritto al ritorno in territorio che ora fa parte di Israele, iniziata lo scorso 30 marzo con la “Great Return March”, un movimento di base che chiede il diritto al ritorno dei profughi palestinesi nelle loro case, come previsto dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite, da cui furono espulsi nel 1948, quando fu creato lo Stato ebraico.

Palestinesi bruciano una bandiera USA al confine tra Israele e Gaza, durante una protesta che chiede il diritto di tornare in patria; est di Gaza City, 6 aprile 2018 (Credits: REUTERS/Mohammed Salem/Haaretz.com/Facebook)

Mentre la striscia di Gaza continuava a bruciare e i manifestanti a perire sotto i colpi dei cecchini, un appassionato Netanyahu nel suo discorso di ringraziamento ha dichiarato di non avere migliori amici al mondo che gli States e di trovarsi in un momento storico importantissimo per la pace e per la verità, ovvero che “Gerusalemme è la capitale d’Israele”.

Una città al centro dell’attenzione in questi giorni anche in Italia, con la contestata decisione di far partire il Giro d’Italia proprio da Gerusalemme, lo scorso 1 maggio. Il tragitto, nonostante le proteste in corso da settimane, non è stato modificato, suscitando indignazione e manifestazioni di protesta, promosse da sindacati e associazioni e che hanno anche portato alle cariche delle forze dell’ordine, nelle tappe italiane successive, come avvenuto a Catania, attentamente censurate dai principali media nazionali.

Nel frattempo, il contesto mediorientale rivela un equilibrio precario con la guerra ombra di Israele e Iran in Siria, che si sta avviando a diventare un vero conflitto in piena regola. La scorsa settimana, infatti, Teheran ha lanciato 20 missili sulle alture del Golan e Tel Aviv ha risposto con raid aerei contro obiettivi iraniani in Siria; oltreoceano, Trump ha annunciato il proprio ritiro dall’accordo nucleare iraniano, una mossa che potrebbe determinare l’inizio della strada verso l’arma nucleare. Molteplici gli scenari che potrebbero verificarsi, mentre si continua a fare pressione sulla comunità internazionale affinché si arrivi, finalmente, alla risoluzione del conflitto, che sembra sempre più lontana.

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