Amsterdam: diario di un viaggio (s)pensierato

Partire per un viaggio alle quattro del mattino senza aver chiuso occhio non si può proprio definire rigenerante, ma è una delle leggerezze -al contempo bellezze- legate all’avere vent’anni. Il sostegno culinario, indispensabile, di Mr Day alle ore cinque va in parte a colmare il mio deficit di energie. Collasso finalmente in aereo… finché mi svegliano le urla del bambino inglese seduto alle mie spalle che durante l’atterraggio schiamazza “io amo la guida pericolosa”.

La città pullula di bici, il vento talmente forte ne butta giù alcune parcheggiate sul ciglio della strada. A un incrocio in una macchina al posto del passeggero è seduto un chihuahua senza un occhio. Sagra della stranezza. Molte case sono storte e non è un effetto della scimmia, sono proprio così. La città si trova sotto il livello del mare ed è stata costruita su un terreno argilloso, perciò le fondamenta delle costruzioni poggiano su palafitte, un tempo in legno mentre oggi in cemento, che però col passare del tempo si consumano, spostano, storgono… facendo sì che gli edifici sovrastanti sembrino appena usciti dall’Urlo di Munch.

Sul tram tutti in silenzio con lo sguardo fisso nel vuoto. Un giovane tennista si alza dal sedile per scendere, mi fa l’occhiolino cedendomi il posto a sedere e se ne va sorridendo – come sono gentili questi olandesi! – quindi mi siedo e aspetto la mia fermata. Quando mi piazzo davanti alla porta d’uscita una biondona mi spinge per riuscire a scendere per prima, io al seguito. Come poggio i piedi sull’asfalto sto per essere investita da un fanatico ciclista. Forse non tutti gli olandesi sono così gentili.

Un più che disponibile cameriere italiano – popo de Roma – cerca di invogliare i passanti a entrare a mangiare nel ristorante in cui lavora, io approfitto per chiedergli indicazioni e lui contento sboccia esclamando: “Finalmente qualcuno con cui parlare! Proprio me so rotto er cazzo de sta qua tutto il giorno”. Gli chiedo come posso arrivare all’ Hash Marihuana & Hemp Museum e lui con una smorfia risponde: “Macchè serve il museo? Ma vatte a fà ‘na canna n’un coffee shop no? É noioso il museo”. Come lui popo de Roma io popo de coccio continuo la mia ricerca, con successo.

Si è fatta sera, quale momento più opportuno per visitare il Sexmuseum? Scopro che già nel 1870 coppie molto audaci, sia etero che gay, si facevano allegramente fotografare nei momenti di maliziosa intimità. Un’esperienza divertente la visita di questo museo, a parte l’ansia che mette il manichino-robot di un vecchio osceno, che apre l’impermeabile ed è “incredibilmente” nudo e incredibilmente brutto, e lo spavento preso quando mi avvicino a un plastico di sedere appeso al muro e questo birichino scoreggia.

Per tornare in albergo prendo un taxi perché i tram sono bloccati, ne fermo uno e una vecchia olandese – nessuna pietà per la furbastra – s’infila al posto mio soffiandomi il mezzo. Scopro più tardi che il traffico è stato modificato a causa di una sparatoria; leggermente preoccupata chiedo al taxista se ciò accade spesso e lui con pacata tranquillità mi risponde: “Beh sì ogni tanto!”. Poi continua a parlare al telefono in olandese chhhghghhhtrtttt mentre a me viene in mente il genio che alla domanda “che personaggio storico avresti voluto essere?” risponde “un tipo sparatorio”.

Del mercatino dei fiori due cose mi hanno colpito, anzi tre: le piante carnivore, dei poster di Helmut Newton, un meraviglioso negozio di amache messicane. Tutto fuorché i fiori. Le bici continuano a cercare di investirmi, ma non mi faccio trovare impreparata, forse ho capito perché guidano tutti in modo così sconsiderato osservando le biciclette parcheggiate: praticamente l’ottanta per cento non ha i freni, o perlomeno i freni non sono efficienti.

Dopo aver ceduto – senza misure – a più di uno dei sette peccati capitali ed essermi abbuffata di formaggi e mostarda in una frabbrica-negozio che dà la possibilità di assaggiare i prodotti che vende, mi incammino per strada. Passeggio e annuso. Ora capisco cosa intendesse quel “saggio” quando mi disse sarcasticamente  “per te andare ad Amsterdam sarà come per un diabetico andare in Svizzera”. Amsterdam è un coffeeshop.

La mattina inizia divinamente con un’invasione di sbirri sul tram: generale panicopapanicopapanicopaura. Se ne vanno presto senza fare danni. Al mercatino delle pulci trovo stoffe, dischi in vinile, gioielli orientali, vecchie fotografie, libri usati. Il “Quatrevingt-treize” di Hugo en français diventa mio alla modica somma di un euro. L’illusione di riuscire – linguisticamente parlando – a leggerlo prima o poi. Pomeriggio all’insegna della cultura. Al secondo piano del museo di arte moderna un’opera mi colpisce particolarmente: una spoglia tela quadrata interamente bianca appesa al muro bianco. Mi posiziono a circa due metri di distanza dal dipinto – non dipinto – per osservarlo; medito ed infine esclamo: “Geniale!” (vedi RegoleInternazionale, numero 991, 15 marzo 2013).

Piove pioviggina la carta s’appiccica sul muro… diluvia. Pensiamo positivo: “Dopo la pioggia non può che spuntare il sole”. Fu così che iniziò a grandinare. La sera passeggio per il quartiere a luci rosse e ce n’è per tutti i gusti: belle, brutte, magre, troppo magre, giuste, grasse, giovani, vecchie, milf, trans. Alcune maliziose, altre con zero voglia di lavorare, alcune fanno collezione di vibratori e invitano con l’indice i passanti a entrare, altre sono già impegnate dietro alla tenda tirata. Molte hanno il cellulare in mano. Un ubriaco mi fissa a un metro di distanza. Io lo guardo per capire se ha bisogno di qualcosa. Lui con estrema fatica sputa tre parole fuori dalla bocca: “I love you”. É talmente sbronzo che non si è accorto che sono vestita e che tra me e lui non c’è alcuna vetrina.

All’ora del ritorno spuntano le conclusioni e devo dire che Amsterdam è senza dubbio una città viva, multietnica, intrigante e misteriosa. Un dubbio però mi è rimasto sin dalla partenza: who is Mr Brown?

About Elena Tuan 23 Articles
Mi chiamo Elena e frequento il terzo anno al SID. Mi potrei definire un'idealista intransigente e al contempo nostalgicamente leopardiana. Uno scenario possibilista in una personalità mutevole e complessa, affetta da bias caratteriali e contraddizioni tout court ( per approfondire la terminologia cfr. "Appunti di geografia politica ed economica"). Dicono che per essere miei amici bisogna aver letto "Il Piccolo Principe". Mi piace: - scrivere poesie -i tramonti - viaggiare - la filosofia - i libri - riflettere - ridere -New York.

2 Comments on Amsterdam: diario di un viaggio (s)pensierato

  1. Ciao ciccia, guarda che le biciclette hanno tutte i freni, ma si tratta di freni a pedale, solo sulla ruota posteriore, il che è anche una figata una volta che ti ci abitui.
    che gli olandesi siano gentili è un’idea (sbagliata) di turisti che chiedono le informazioni perché in quello sono molto disponibili, ma per il resto, e te lo dice uno che vive qui da 12 anni, sono pessimi, sappi che persino le biondine ormai mi disgustano quando sono made in holland…

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