Anche i Belgi nel loro piccolo…

La crisi politica in Belgio

Siamo al triumvirato.

Tra le varie proposte per la risoluzione della crisi politica in Belgio vi è infine quella di resuscitare anche gli usi romani. Dopo ben più che 210 giorni senza un primo ministro ufficiale, ma solo il ministro provvisorio Leterme, che possa formare un governo, al buon vecchio Re Albert non è rimasto che rinominare ancora una volta il buon vecchio Johan Vande Lanotte perché svolga (ancora) la parte di conciliatore tra le due parti che hanno aperto la crisi. Queste sono il Parti Socialiste, il maggior partito francofono, rappresentante della regione Wallonie, e la Niew-Vlaamse Alliantie (Nuova Lega Fiamminga), principale baluardo della regione delle Fiandre. La suddetta crisi va avanti da aprile e segue sempre lo stesso menu, senza mai arrivare al dessert: il conciliatore, dopo aver incontrato i rappresentanti dei vari gruppi e partiti nazionali, consegna al re delle note d’analisi che non andranno mai bene a nessuna delle due parti chiamate in causa; segue periodo di transizione condito da scontri più o meno aperti con aggiunta di qualche negoziato occasionale e sempre nuovo materiale per i vignettisti dei giornali. Ora, parlando degli ultimi sviluppi e volendo fare un confronto totale con il primo triumvirato, si può quasi intravedere in Vande Lanotte il ruolo che fu, in un primo momento, di Cesare, il che fa consequenzialmente di Elio Di Rupo (Presidente PS) il console Crasso e di Bart de Wever (presidente N-VA) il console Pompeo. Sappiamo come è andata a finire quella volta. La situazione attuale è ben meno rosea. Oggi non si tratta di approvare una legge sul potere effettivo dei tribuni della plebe, bensì di riformare uno Stato intero tramite una legge finanziaria che potrebbe, nel caso più remoto ma possibile, modificare gli stessi confini interni. E poi naturalmente l’ingrato compito di ricostituire un governo centrale quando i due maggiori partiti sono più antagonisti che mai. Mentre il PS è un po’ il classico partito di vecchio stampo europeo, di impronta unitarista e progressista, la N-VA  si propone come l’ultimo difensore della razza e dell’economia fiamminga, propugna una legge finanziaria in cui la quasi totalità di fondi venga resa al Nord del Belgio, e sostiene un’ ampia campagna secessionista contro i Walloni (fa rima con fannulloni) che prosciugano le casse pubbliche. In effetti, ci ricordano qualcuno, non fosse che al posto della “rosa delle Alpi” sventolino come loro simbolo le “frites”. Il confronto tra il populismo dei fiamminghi e quello della nostra Lega Nord sorge spontaneo ed è già comparso agli occhi dell’opinione pubblica belga, a partire dai giornali francofoni (poiché, nel paese Europeo per eccellenza, non esistono giornali bilingue – sul modello Sconfinare- che permettano alla popolazione di intendersi), per finire alle cronache mattutine delle piccole radio locali liegesi. I temi e le modalità di dibattito proposti da Bart de Wever, il Bossi della situazione, non differiscono molto da quelli propugnati dai nostri verde-vestiti: totale federalismo fiscale, disprezzo per il sud del Paese meno sviluppato, slogan razzisti contro walloni e stranieri, secessione e dichiarazioni iperboliche e scomposte fatte ai giornali che hanno il solo effetto di scatenare l’indignazione dell’ala francofona dell’emisfero parlamentare, che pur tuttavia non offre proposte alternative. Ah, mi accorgo con una certa tenerezza rassegnata di come “tutto il Mondo è paese”.

Quando sono arrivata qui, mi hanno chiesto se fosse più grottesca la situazione italiana, o quella di questo mio nuovo paese d’adozione. Ammetto che l’esitazione nel rispondere mi è rimasta anche dopo cinque mesi. D’altronde, ho pensato, da noi quella che manca è l’Opposizione (e dico, ci basterebbe anche un’opposizione qualsiasi). Qui l’opposizione invece è certamente ben organizzata, fuorché per un dettaglio: l’obiettivo a cui opporsi. Pensa che un Belga non può neanche dire “Piove, governo ladro”. Neanche la soddisfazione di sapere con chi te la devi prendere perché, effettivamente, un governo non c’è. E intanto il paese ristagna.

L’ultimo appello arriva dai grandi imprenditori. L’incertezza politica porta all’incertezza degli investitori, al mancato sviluppo economico e alla perdita di dinamismo del mercato del lavoro. Inoltre, se nessun organo governativo approva un bilancio per il 2011, l’economia belga non potrà giovare dei buoni risultati ottenuti nel 2010. Dopo tanto tempo, finalmente si è svegliata anche la protesta universitaria per la mancanza di un organo stabile che possa fare le dovute riforme o assegnare i fondi necessari all’istruzione ed è stata proclamata una mobilitazione generale per il prossimo 23 gennaio. Forse per quella data la situazione si sarà ormai, insperatamente, evoluta. Ma nessun

belga è tanto ottimista e anzi si intravede la possibilità di una separazione più netta all’interno del Paese. Alla faccia del motto nazionale “L’Unità fa la Forza”. E alla faccia di quella che dovrebbe essere intesa come “Unione” Europea, di cui soprattutto il popolo belga dovrebbe avere coscienza.

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A detta dei più, è una furlocrucca bacchettona e reazionaria. A detta dei più, il suo tiramisù è molto apprezzato. A detta dei più, i suoi gusti musicali sono orridi. Lei i più (e neanche i Pooh) non li ha mai ascoltati. e, a volte, scrive. "Après tout, la meilleure façon de parler de ce qu'on aime est d'en parler légèrement" [A. Camus]

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