E adesso? Storie di Midterms americani

(credits: Getty Images)

Vincitori, perdenti e conseguenze di queste elezioni di medio termine

Sono una strana bestia, i midterms americani: replica en passant delle presidenziali, banco di prova delle amministrazioni in carica, ma soprattutto un evento ciclico di solito privo di sorpreseIn 242 anni di storia a stelle e strisce sono state ben poche le occasioni in cui il partito di governo, e con esso il Presidente di cui è espressione, sono usciti incolumi dalle consultazioni di metà mandato; e così, il più importante tra i checks and balances della democrazia d’oltreoceano si è inesorabilmente trasformato per i più in una “seccatura” a cadenza biennale.

Lo dimostrano, su tutto, i dati di affluenza, sempre assai più modesti di quelli delle presidenziali; semplicemente, la diffusa convinzione che l’esecutivo al potere in un dato momento sia inarrestabile, unita ai prevedibili risultati dell’intero processo, rappresenta un deterrente per moltissimi elettori, contenti e scontenti in egual misura.

Eppure è proprio partendo dal turnout che si può analizzare un appuntamento che, pur senza particolari sconvolgimenti, si è stavolta rivelato capace di regalare un po’ di eccitazione. Tanto i repubblicani quanto i democratici hanno registrato un sostanziale incremento delle presenze ai seggi rispetto ai precedenti midterms di quattro anni fa, soprattutto in quegli Stati dove, oltre a deputati e senatori, i cittadini sono stati chiamati a scegliere anche un nuovo governatore: chiaro segnale di un insolito interesse bipartisan.

Va detto, in effetti, che è forse proprio a livello statale che la partita tra progressisti e conservatori si è rivelata più entusiasmante. Nonostante le previsioni della stampa, infatti, il Partito Democratico ha ottenuto risultati largamente distanti dai sondaggi, venendo sonoramente sconfitto in pressoché tutte le corse al governatorato: battuti Andrew Gillum, candidato socialdemocratico per la Florida, e Robert “Beto” O’Rourke, avversario dell’ex candidato presidenziale Ted Cruz e grande speranza -anche nazionale- dei blues, che a malapena mantengono il controllo della West Virginia. Perso anche l’Ohio, mentre Georgia e New Hampshire restano saldamente in mani repubblicane.

Ted Cruz, Midterms novembre 2018. (Fonte: Pinterest)


È stato però il Senato a riservare le maggiori sorprese
. A fronte delle contrazioni alla Camera, infatti, il Partito Repubblicano è qui riuscito non solo a mantenere, ma addirittura a consolidare la propria maggioranza, guadagnando ben 5 seggi e portandosi così a 55 senatori (più il vicepresidente Mike Pence): un risultato che appare ancora più importante alla luce della recente battaglia sulla nomina di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema, decisa per una manciata di voti.Meno drammatica la situazione al Congresso, dove i dem sono riusciti (pur con un margine risicato, che tradisce l’assenza dell’anticipata Blue Wave) a conquistare la Camera. Nancy Pelosi torna così ad essere speaker; al suo fianco un certo numero di volti nuovi, fra cui Alexandria Ocasio-Cortez, candidata radicale vicina a Bernie Sanders che, superato il Rappresentate in carica per il suo seggio di New York, ne assume ora i poteri ad appena 28 anni, diventando così la donna più giovane mai eletta al parlamento USA.

Chi ha davvero vinto, dunque? È indubbio che, con la loro pur ristretta maggioranza alla Camera, i democratici siano ora in condizione di ostacolare concretamente le politiche più controverse del Presidente. L’idea di un muro al confine col Messico si fa così piuttosto distante, mentre può dirsi sfumata anche la possibilità di introdurre un’aliquota fiscale fissa al 10% per le fasce di reddito intermedie; guardando più avanti, sarà difficile per i repubblicani portare avanti lo smantellamento di ObamaCare, controversa misura in fatto di sanità per l’approvazione della quale il supporto della stessa Nancy Pelosi si era a suo tempo rivelato fondamentale.

Nancy Pelosi, Midterms americani, novembre 2018. (Fonte: Wikipedia)

È d’altronde opportuno ricordare che Trump, come titolare del potere esecutivo, potrebbe facilmente aggirare l’opposizione introducendo le sue policies per decreto, come pure fece Obama dopo i Midterms del 2010. Ancora, i progressisti dimentichino l’impeachment: nonostante le ripetute minacce di Pelosi e del suo corrispettivo Schumer i numeri, soprattutto al Senato, non consentono di procedere in quel senso, e in ogni caso difficilmente una Corte Suprema a maggioranza conservatrice darebbe il suo assenso. Proprio alla USSC (United States Supreme Court) ci si può anzi aspettare, per il futuro prossimo, una vittoria di rilievo per il Presidente: con una camera alta tinta di profondo rosso, in caso di rielezione non sarà difficile per il magnate di NY piazzare un altro giudice sullo scranno dell’86enne Ruth Bader-Ginsburg, ormai ben avviata alla pensione. Uno smacco a tutti gli avversari, non solo esterni, che consentirebbe a Trump di estendere la propria influenza ben oltre il limite di due mandati imposto per legge. Staremo a vedere; di certo, il match è tutt’altro che finito per tutti i contendenti.

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19 anni. Laziale di nascita, friulano d'adozione. Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il Polo Universitario di Gorizia.

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