Angela Merkel non si ricandiderà: è la fine di un’era

Angela Merkel a un comizio della CDU (credits: flickr.com)

La fine dell’era Merkel pone un grande punto interrogativo per la Germania e per l’Europa

“Wir schaffen das!” Era l’autunno del 2015 e, con queste parole, Angela Merkel mostrava a tutto il mondo la sua forza: davanti ad un vecchio continente sorpreso dall’ondata migratoria, incapace di reagire, lei non perdeva la calma. In Germania c’era la possibilità di far arrivare un milione tra siriani e afghani. Un atto deciso che mostrava alle altre nazioni che lo Stato poteva permettersi anche questo, che non doveva ponderare ogni mossa riflettendo sul rischio di perdere due punti nei sondaggi.

Era il culmine di una carriera più che brillante, costellata di successi. Angela Merkel nasce a Amburgo ma ci resta ben poco: presto la famiglia segue il padre a Templin, in DDR. Lui, pastore luterano, crede fermamente nel socialismo, ma resta presto deluso dalla dirigenza della Germania est. Intanto la figlia mostra una grande intelligenza, ma il Brandeburgo, dove vive, non è esattamente la terra ideale in cui sbocciare. La zona è povera, spopolata: “mi sento vuoto, mi sento il Brandeburgo” cantava, non a caso, Rainald Grebe. La futura cancelliera si sposta, va a studiare fisica a Lipsia, e diventa l’unica donna ricercatrice nell’importante centro Adlershof, a Berlino. Inizia anche la sua militanza politica: dopo aver fatto parte di vari gruppi giovanili diventa, poco prima della caduta del muro, vice portavoce del governo De Maizière.

Elmut Kohl, ex cancelliere federale della Germania (Credits: wikipedia)

La fama arriva poco dopo: la Merkel è una politica atipica, calma e incline alle trattative con la minoranza, e in breve diventa la pupilla di Helmut Kohl. Il loro rapporto è idilliaco, la porta a ricoprire il ruolo di Ministro per ambiente e nucleare, ma si interrompe bruscamente nel 1999: Kohl è coinvolto in uno scandalo di finanziamenti illeciti e lei, sorprendendo tutti, si dice “moralmente offesa” e ne chiede le dimissioni. Lascia passare, abilmente, il periodo in cui dominano i socialdemocratici, per poi presentarsi alle elezioni del 2005, che vince per un soffio. È l’anno successivo che la sua figura diventa nota a tutti: la Germania ospita la coppa del mondo di calcio e lei si prende la scena, vivendo con passione ogni partita e motivando i suoi calciatori.

La cancelliera si mostra sin da subito leader anche in Europa e questa sua attitudine non può che aumentare quando la crisi si presenta nel continente, trovando nella Germania il paese più forte e in grado di contrastarla. La Merkel si dimostra capace di scelte coraggiose, controcorrente: nel 2011, dopo la catastrofe di Fukushima, decide che è giunta l’ora di rinunciare al nucleare e puntare sulle fonti rinnovabili. È il periodo in cui tra i tedeschi lei è vista come die Mutter, la mamma: ci si può arrabbiare e si mettono in discussione le sue scelte, ma non la sua persona. Rimane un punto fisso, nessuno crede davvero che qualcuno possa fare il cancelliere al suo posto. Lei ricambia a modo suo: accantona la forma di cortesia nel rivolgersi agli elettori e li include parlando loro con il “noi”.

Angela Merkel (Credits: Flickr.com)

In Europa è il tempo della crisi greca e degli epici scontri con Berlusconi: lui la apostrofa in modo dispregiativo, lei lo scarica ridendo con Sarkozy, quando le chiedono se il bel paese e il suo premier siano credibili.
Ma poi arriva il 2015 e, con esso, arrivano i migranti: dopo un primo periodo di coesione attorno alla sua scelta, gli altri partiti iniziano a criticarla. In Germania crescono il malumore e l’estrema destra, con la conseguenza di far diventare la sua politica più prudente e conservatrice, per evitare l’emorragia di voti. Nel mezzo c’è un’elezione vinta, ma con la consapevolezza che i tempi d’oro sono passati.

L’annuncio, dopo le ennesime elezioni di Land che confermano il ridimensionamento del suo partito: Angela Merkel non si ricandiderà e non ricoprirà altre cariche politiche. Una decisione che era nell’aria, ma che coglie comunque la Germania impreparata. Il paese si risveglia da 15 comodi anni di continuità scoprendo di non avere trovato un successore, una figura degna dell’eredità di nomi quali Adenauer, Brandt e Kohl. La certezza è che si è alla fine di un’era; il futuro è, una volta tanto anche in Germania, tutto da decifrare.

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