Armi chimiche in Siria: le reazioni della comunità internazionale dopo il massacro di Damasco

FreedomHouse via Flickr (Creative Commons)
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L’attacco avvenuto nei sobborghi di Damasco il 21 agosto ha decisamente riaperto la questione dell’utilizzo di armi chimiche nella guerra civile siriana, rimasto per qualche mese in stand-by dopo analoghi episodi verificatisi in maggio (ne abbiamo già parlato qui). In quei giorni il caso armi chimiche in Siria era emerso proprio quando l’Onu e gran parte dei suoi più importanti membri (Cina, Usa, Russia e alcune nazioni europee) cercavano di trovare la soluzione ideale per interrompere la carneficina di uomini, donne e bambini che si verificava (e si verifica) ogni giorno in Medio Oriente; tuttavia, non essendo allora emerse prove schiaccianti, era stato impossibile accusare direttamente il regime di Assad o i ribelli dell’utilizzo di queste armi.

Dopo il massacro di Damasco, le cui terribili immagini sono state diffuse sul web, la questione ha decisamente preso una piega diversa. Un avvenimento del genere non poteva non suscitare sgomento e indignazione nell’opinione pubblica mondiale: Stati Uniti, Cina, Russia, Iran, Francia e Gran Bretagna sono intervenute tramite i rispettivi ministeri degli esteri, denunciando, chi più chi meno, il criminale utilizzo di armi chimiche che appare ormai innegabile ed evidente (anche se una squadra investigativa dell’Onu dovrà, Assad permettendo, chiarire ulteriormente l’accaduto).

Il presidente statunitense Barack Obama, intervistato dalla Cnn, ha dichiarato di non voler intervenire direttamente senza il consenso delle Nazioni Unite, evitando così uno scontro a livello diplomatico che si sarebbe potuto creare con i paesi sostenitori del regime di Assad (Russia e Iran su tutti). Secondo Obama un intervento sarà comunque necessario per cercare di porre fine al conflitto siriano, ma il tutto dovrà essere autorizzato e deciso dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu: qui il potere di veto di ciascuna delle 9 nazioni del Consiglio potrebbe essere decisivo, soprattutto quello della Russia alleata di Assad. Nel frattempo gli Usa hanno comunque rinforzato la loro flotta nel mediterraneo con la nave USS Mahan: ogni opzione militare deve essere presa in considerazione e, nel caso fosse necessario scavalcare l’Onu per intervenire direttamente in Siria, le operazioni prenderebbero il via quasi sicuramente dal mare.

L’Iran, tramite il nuovo presidente Hassan Rohani, ha confermato la sua volontà di voler far luce sull’utilizzo delle armi chimiche in Siria, senza però accusare direttamente né i ribelli né il regime amico. Tuttavia, mentre Rohani appare più moderato nelle sue dichiarazioni, il vice capo di stato maggiore Massoud Jazayeri ha notevolmente aumentato il livello di tensione con gli Usa affermando che, qualora varcassero “la linea rossa in Siria”, ci saranno “serie conseguenze per la Casa Bianca”. Una reazione militare iraniana in caso di intervento statunitense non autorizzato dall’Onu appare comunque poco probabile, soprattutto per l’orientamento piuttosto moderato della politica del successore di Ahmadinejad; ma niente è da sottovalutare.

Sul versante Mosca-Pechino i cinesi si sono dimostrati i più diplomatici. Il portavoce del ministero degli esteri Hong Lei ha dichiarato di supportare pienamente le indagini dell’Onu in Siria, augurandosi che il team delle Nazioni Unite possa riuscire a chiarire definitivamente la questione: per la Cina inoltre, dato che non sono ancora emerse prove certe, tutti i paesi dovrebbero astenersi da accuse precipitose e infondate nei confronti del regime. Dello stesso pensiero è il governo di Mosca, ma le dichiarazioni del portavoce del ministero degli esteri Aleskander Lukashevich rivelano un sentimento di irritazione nei confronti dei paesi europei autori di provocazioni a favore dell’immediato uso della forza per risolvere il conflitto e di una “propaganda anti-siriana” senza fondamenti.

Le accuse del portavoce russo sono rivolte soprattutto a Gran Bretagna e Francia, ovvero i paesi europei che hanno subito preso una posizione netta contro il regime di Assad, accusandolo apertamente di aver fatto uso di armi chimiche contro i civili. William Hague, segretario degli esteri inglese, ha infatti dichiarato che le possibilità che dietro un attacco del genere ci sia l’opposizione al regime sono “infinitamente limitate”: tradotto in pratica, significa ovviamente che i responsabili del massacro sono i militari di Assad. Dello stesso avviso è il ministro degli esteri francese Laurent Fabius, il quale, sottolineando la gravità dell’accaduto, ha previsto che una reazione forte da parte della comunità internazionale sarà inevitabile.

Anche Italia e Svezia hanno partecipato al dibattito internazionale, ma, mentre Emma Bonino non ha preso una posizione netta a riguardo (seguendo l’esempio di Usa, Cina e Iran), il ministro svedese Carl Bildt ha accusato apertamente il regime (al pari di Francia e Gran Bretagna).

Una cosa è certa: rispetto a tre mesi fa oggi ci sono più presupposti per un intervento diretto in Siria da parte delle Nazioni Unite. L’utilizzo delle armi chimiche è ormai dato per certo e non si può più far finta di niente. Il problema sarà vedere se Cina, Russia e Iran permetteranno un intervento del genere oppure reagiranno con la forza. La questione siriana è ora entrata in una fase di radicale importanza, dove ogni dichiarazione e ogni mossa di ciascun paese può causare anche estreme conseguenze: oggi più che mai sono necessarie moderazione e intesa internazionale, senza le quali sarà difficile elaborare una strategia per porre fine ad una guerra civile che ci ricorda sempre più la terribile e non lontana esperienza del Kosovo.

 

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Appassionato di storia e di arte, mi interesso anche di politica nazionale e internazionale. Se potessi, passerei gran parte del tempo a viaggiare in giro per il mondo: non esiste cosa migliore! Frequento il terzo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche e (forse) sono proprio un aspirante diplomatico, con un grande interesse per il giornalismo.

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