“Fa’ attenzione a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo!” – Mondovisioni 2017

Di Giovanni Battista Martino

“Fa’ attenzione a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo”. E’ così che, con le parole di un’esausta madre di quasi quarantasei anni alle prese con i tre bebè che ha concepito grazie alla procreazione assistita, che si conclude Future Baby, documentario di Maria Arlamovsky e terzo appuntamento dell’edizione 2016-2017 di Mondovisioni Gorizia, tenutosi al cinema Kinemax della città isontina la sera di lunedì 20 marzo scorso.

 La pellicola, un’investigazione sul passato, sul presente e sul futuro delle tecniche di ausilio alla procreazione umana, lascia pulsare in trasparenza, al di sotto di una solida impostazione lucida e razionale, una notevole carica emotiva. Difficilmente quest’argomento, al cospetto del quale i biologi, i filosofi morali, i teologi, i comitati etici ed i legislatori di mezzo mondo non cessano di  accapigliarsi, può lasciare indifferente anche il meno sensibile degli spettatori. Maria Arlamovsky, però, non da l’impressione di far appello all’emotività del suo pubblico; non sfrutta il potere empatogeno di un viso in lacrime o di una colonna sonora intimista; non da l’impressione di voler trinciare giudizi, di voler imporre la verità che ha tanto faticosamente portato alla luce. Non ne da l’impressione, è vero: eppure lo fa.

 Il documentario si apre con le parole di Miriam Zoll, scrittrice, giornalista ed attivista internazionale per i diritti umani ed il diritto alla salute, la quale mette subito in chiaro come l’insieme di queste pratiche sia caratterizzato da una fortissima ambiguità di fondo: i medici che se ne occupano, infatti, anche a causa delle disparità tra le legislazioni nazionali che creano ampie opportunità di business, “indossano due cappelli: il cappello del medico ed il cappello dell’uomo d’affari”. Va da sé, dunque, che in caso di conflitto tra le prescrizioni fatte con la cuffia sterile e quelle fatte con la bombetta, sono quelle fatte con la bombetta ad avere la meglio. La parola passa allora, in sequenza, a due di questi specialisti: il dottor Jeffrey Steinberg del The Fertility Institutes statunitense,  il quale non si fa scrupolo di esporre il carattere “innaturale” della sua attività, quasi si trattasse di giocare a nascondino con la Grande Madre (le stanze dove opera devono mantenere una temperatura costante di 37°C, altrimenti l’ovulo s’accorge d’essere stato “imbrogliato”) e chiede di esser lasciato libero di portare avanti questo lavoro – importantissimo per i destini dell’umanità quanto “divertente” – e la dottoressa Renata Huttelova, embriologista all’IVF Cube di Praga. La macchina da presa, dunque, si sposta in Spagna per presentarci due donatrici di ovuli che, con qualche imbarazzo, finiscono per ammettere di essere state spinte ad un atto così denso di implicazioni (e se un giorno il bambino nato dall’ovulo che hanno donato volesse conoscere la propria “madre naturale” e riuscisse a contattarle?) più che dal desiderio di dare una mano ad una coppia in difficoltà dalla necessità guadagnarsi la gratifica economica di cui hanno molto bisogno.

Ma il percorso attraverso cui Maria Arlamovsky conduce lo spettatore non gli concede un attimo di tregua: eccolo a Tel Aviv, ad ascoltare i dubbi e le dolorose preoccupazioni identitarie di una ragazza nata da una donazione di sperma di cui non potrà mai conoscere la fonte, e poi allo Sheba Medical Centre, dove il professor Jaron Rabinovici lo introduce in un campo se possibile ancora più controverso: quello delle cellule riproduttive (ovuli, sperma) di donne e uomini deceduti che, sottoposte a crioconservazione, possono essere utilizzate per dare alla luce un bambino che non avrà mai la possibilità di conoscere, nel migliore dei casi, almeno uno dei genitori.

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A questo punto il discorso si fa paradossalmente più chiaro, il nocciolo della questione viene portato alla luce davanti agli occhi ormai accesi dello spettatore: possiamo davvero parlare di un diritto alla genitorialità? E se questo diritto esiste, quali sono i suoi limiti? Per la professoressa israeliana di bioetica, Carmel Shalev, più che di fronte ad un diritto dell’uomo ci troveremmo di fronte ad un diritto del consumatore. Ed il consumatore che ha diritto ad avere un figlio ha anche diritto, dal momento che paga, a sceglierselo come, in una concessionaria d’auto, sceglierebbe la macchina nuova: ha il diritto di chiedere uno specifico allestimento ed ha il diritto di scegliere gli optional che vuole aggiungervi (altezza, colore degli occhi, propensione alla pinguedine). Il salto che viene richiesto è dunque, come spiega Marisa Lopez-Teijon, CEO dell’Institut Marquez in Spagna, quello dalla diagnosi prenatale alla selezione degli ovuli sulla base dell’eventuale presenza di malattie o delle particolari richieste dei genitori; eppure, molti spettatori in sala commentavano, quella immaginata dalla dottoressa Lopez-Tejion non è un’eventualità nuova: che differenza ci sarebbe tra questa e gli studi di eugenetica, tra la selezione della specie demandata ai futuri genitori e gli intollerabili esperimenti del dottor Mengele? Maria Arlamovsky non esplicita questi paragoni, non fa nulla per indulgere nelle suggestioni che le permetterebbero senza dubbio di chiudere immediatamente la partita, e portare a casa una vittoria schiacciante; si limita invece, con una certa sapienza, a rendere evidenti le contraddizioni intrinseche al discorso per suscitare emozioni forti e, allo stesso tempo, conferirgli un’apparenza di spontaneità. 

A questo punto, la strada per le argomentazioni della regista è ormai in discesa: dopo aver ascoltato la testimonianza della sociologa americana Barbara Katz-Rothman, secondo cui tutti gli sforzi degli esseri umani per piegare le leggi della genetica al loro volere si scontrano, nel lungo periodo e nello scenario più ampio, contro l’invincibile potere del caso (possiamo anche far nascere un bambino sano, riflette la studiosa, ma non possiamo impedire con assoluta certezza che un camion lo investa e lo renda invalido), lo spettatore è posto di fronte all’esempio più emblematico dell’aspetto commerciale delle pratiche di cui è stato testimone: la maternità surrogata (più comunemente conosciuta come “utero in affitto”), che consiste nell’impianto di un ovulo fecondato nell’utero di una donna che provvederà alla gestazione e al parto per conto di una singola persona o una coppia,  alla quale s’impegnerà poi a consegnare il nascituro. E, in maniera coerente con la tesi della regista, il documentario ci presenta il caso di una “madre surrogata” messicana, la quale viene spinta verso questa pratica emotivamente molto provante e relativamente pericolosa dalla semplice ma pressante necessità di avere accesso ad una fonte sicura di reddito.

 “Fa’ attenzione a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo”, dicevamo in apertura. Ed è con l’episodio di una coppia di genitori d’età relativamente avanzata che, per l’eccesso di prudenza d’un medico scrupoloso, danno alla luce tre bambini mentre pensavano di potersi prender adeguatamente cura solo di uno, che il documentario si chiude, lasciando lo spettatore da solo di fronte agli innumerevoli, gravissimi interrogativi che ha sollevato. Ed è giusto così, perché la crescente complessità della materia avrà bisogno, in una società democratica, del contributo del pensiero di tutti.

 

 

 

 

 

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