Bergoglio come Wojtyła: le scelte geopolitiche del conclave

L’elezione di Jorge Mario Bergoglio al soglio pontificio, annunciata dalla celebre formula “habemus papam” il 13 marzo scorso, è stato un vero e proprio colpo di scena che quasi nessuno, né negli ambienti vaticani né nell’opinione pubblica italiana e mondiale, si aspettava. I primi istanti di apparizione pubblica di papa Francesco dalla finestra di San Pietro sono sembrati a molti un’apatica e disinteressata manifestazione di gioia da parte del nuovo Pontefice, immobile, con le braccia lungo i fianchi e restio ad accennare anche un minimo sorriso; poi quella frase: “Cari fratelli e sorelle…buonasera!”. L’iniziale incertezza scompare così in un attimo, sostituita da un caldo e rassicurante accento argentino che manda in delirio i migliaia di fedeli giunti a Roma per rendere omaggio al successore di Benedetto XVI.

Jorge Mario Bergoglio è il terzo papa non italiano, dopo Wojtyla e Ratzinger, ad essere eletto al soglio di Pietro dopo ben 500 anni consecutivi di pontificati made in Italy; un segnale forte da parte della Chiesa, che ora più che mai sembra decisa a voler accentuare il suo carattere universale a scapito dell’eurocentrismo che l’ha sempre contraddistinta nel corso dei secoli.

Se l’elezione di Karol Wojtyła fu più che altro un’elezione suggerita dalle delicate e precarie relazioni internazionali nel contesto della Guerra fredda (con l’acceso contrasto tra l’Urss di Leonid Brežnev e gli Usa prima di Jimmy Carter, poi di Ronald Reagan), l’ascesa alla cattedra di Pietro di papa Francesco è volta a inaugurare un periodo di profonde innovazioni all’interno dell’organizzazione religiosa più potente del mondo. Gli scenari da considerare sono diversi e ogni continente ha il suo.

In Europa la Chiesa cattolica affronta da anni la sfida della ri-evangelizzazione del continente, resa necessaria dalla rapida e inarrestabile diffusione della secolarizzazione e dell’indifferenza nei confronti della religione cristiana, soprattutto tra le nuove generazioni: oggi molti giovani non vivono più la fede in Cristo come avveniva trenta e cinquant’anni fa. Nonostante la maggior parte della popolazione europea si professi credente (le percentuali più alte si rilevano nei Paesi dell’Europa meridionale come Italia, Spagna e Portogallo), in realtà coloro che seguono fedelmente i precetti del cristianesimo o che frequentano regolarmente i rituali ecclesiastici sono ben pochi.

Per quanto riguarda il continente asiatico, il principale avversario che la Chiesa cattolica si ritrova a combattere è la Repubblica popolare cinese, di fede tradizionalmente comunista. In Cina il Partito comunista ha cercato di creare una vera e propria Chiesa nazionale, svincolata dalle dipendenze dal Vaticano e soggetta allo stretto controllo dello Stato, che infatti si riserva il controllo politico sulla nomina dei vescovi: in questo modo la Rpc ha privato la Chiesa della sua tradizionale autonomia e dell’autogestione di cui gode nel resto del mondo.

Tralasciando l’Oceania, continente rappresentato nel Conclave da un solo alto prelato e dove la Chiesa è davvero poco presente (eccetto in Australia), la situazione nel resto del mondo è a dir poco preoccupante. In Nord America, di tradizione prevalentemente protestante, si registra l’avanzare incontrastato della destra conservatrice cristiana, testimoniata poco tempo fa dalla candidatura di Rick Santorum alle primarie del Partito Repubblicano statunitense.

Nei continenti emergenti, Africa e Sud America, la Chiesa è chiamata a ridurre l’approccio dell’ “inculturazione”, utilizzato a partire dagli anni ’60 per facilitare la penetrazione in queste remote zone del mondo della fede cristiana. L’America Latina, a partire dagli anni ’80, ha perso circa un quarto dei fedeli cattolici, con un ritmo vertiginoso di migliaia di uomini e donne ogni giorno. Questi ex-credenti finiscono spesso per aderire a sette, confraternite, comunità chiuse e nuovi ordini evangelisti, tutti finanziati da grandi investitori nordamericani che tentano di realizzare un progetto complesso: trasformare il continente sudamericano in senso protestante, eliminando del tutto i legami con la tradizione “papista” del Vaticano, esattamente come è avvenuto negli Stati Uniti. Ma la possibilità di avere uno stabile sostegno economico, aderendo ad una di queste comunità protestanti (grazie alle grandi somme di denaro provenienti dagli Usa), non è l’unica prospettiva allettante che attira un gran numero di fedeli cattolici: un altro fattore rilevante è la voglia di partecipare ad una religiosità viva, coinvolgente, colorata e caratterizzata da danze e allegri canti rituali, una condizione che ora il cattolicesimo tradizionale, così come è stato diffuso dalla Chiesa, non può soddisfare.

Ecco dunque che la nomina di un papa sudamericano è sembrata ai cardinali riuniti in Conclave la scelta più logica e più saggia dal punto di vista geopolitico, ma altrettanto valida da quello morale, dato che Jorge Mario Bergoglio è un uomo teologicamente molto preparato, esperto e, senza dubbio, di qualità. Ha giocato in favore dell’ex arcivescovo di Buenos Aires anche l’origine chiaramente italiana della sua famiglia, astigiana. L’italiano è la sua seconda lingua madre, come ha ben dimostrato durante il suo discorso inaugurale davanti alla trepidante folla di San Pietro. Poiché per la Chiesa non sono urgenti solo i problemi sudamericani ma anche quelli interni alla Curia romana, bisognosa di un rinnovamento energico e progressista, occorreva un uomo dotato di una sorta di doppia identità, capace al contempo di rilanciare il ruolo della Chiesa cattolica nei Paesi emergenti e di fronteggiare con esperienza e spirito di innovazione certe situazioni vaticane.

E cosa c’è di più innovativo dell’adozione di Francesco, un nome inedito nella storia dei pontefici e simbolo di povertà e umiltà? Le premesse per un papato ricco di novità e progressi ci sono tutte, racchiuse in quelle poche ma significative prime parole. Non resta che aspettare e, credenti o no, pregare per lui: in fin dei conti c’è in gioco una buona parte del prossimo futuro del mondo, un futuro che interessa tutti noi, fedeli e atei, cattolici e protestanti. Esseri umani.

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Appassionato di storia e di arte, mi interesso anche di politica nazionale e internazionale. Se potessi, passerei gran parte del tempo a viaggiare in giro per il mondo: non esiste cosa migliore! Frequento il terzo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche e (forse) sono proprio un aspirante diplomatico, con un grande interesse per il giornalismo.

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