Brasile: morte di una democrazia?

di Laura Dal Farra

 

Ciò a cui la politica internazionale sta assistendo nelle ultime settimane è uno spettacolo inverosimile e a dir poco grottesco: la grande B del BRICS, nell’anno in cui avrebbe dovuto dimostrare la sua integrità politica di fronte a tutto il mondo, si rende protagonista e vittima allo stesso tempo di una delle più grandi crisi politiche e sociali del nostro tempo.

Dilma Rousseff, leader del Partito dei lavoratori ed ex delfina dell’ex Presidente Lula, rischia di essere destituita dal suo incarico di Presidente del governo, accusata di corruzione e tradita dalla stessa forza con cui ha governato fin d’ora: l’ennesimo ingranaggio saltato di una macchina che ormai da tempo ha smesso di funzionare e che ora rischia di arrestarsi e rendere vani gli sforzi compiuti negli ultimi 15 anni per la costruzione di una solida stabilità economica.

L’accusa si basa su rivelazioni secondo cui la Rousseff sarebbe stata a conoscenza di pagamenti illeciti nei partiti politici soprattutto all’interno dello scandalo Petrobas, l’azienda petrolifera statale imputata per aver truccato appalti e concluso affari con la maggioranza della dirigenza politica, inclusi i partiti di opposizione. Ora, nonostante la Rousseff non sia responsabile diretta, è ovvio che si dubiti sulla sua completa esternazione ai fatti; nella migliore delle ipotesi sapeva, ma ha voluto tacere. Su di lei, però, pesano più gravemente le colpe di aver truccato i bilanci statati nel 2014 e nel 2015 e di essere la principale responsabile della crisi economica che ormai da tempo non risparmia le dorate spiagge brasiliane.

A parte il fatto che esistono modi diversi di presentare un bilancio, la difficile situazione economica del Brasile non deriva interamente dall’operato della Rousseff, ma piuttosto dal rallentamento economico della Cina, principale partner commerciale dello stato brasiliano, con un conseguente forte abbassamento dei prezzi delle materie prime.

Tuttavia una crisi, per quanto possa essere profonda, non può costituire motivo sufficientemente valido per destituire forzatamente un capo del governo, a maggior ragione in un paese non parlamentare, dove il presidente non viene eletto dai deputati. Per tale motivo, la Rousseff non sbaglia nel definire il piano di “impeachment” un colpo di stato. La costituzione brasiliana lo prevede in caso di corruzione, ma In verità, esso “non ha nessun fondamento giuridico”, non essendoci prova fin d’ora di un diretto coinvolgimento illegale della presidente. A detta di molti, sembra essere piuttosto una macchinazione abilmente progettata dall’ala destra della politica brasiliana al fine di screditare i progressi realizzati a beneficio del popolo e rovesciare il governo, oltre ad un chiaro tentativo di destabilizzare l’ordine democratico, analogamente a quanto accaduto in Paraguay quando il Presidente democraticamente eletto, Fernando Lugo, era stato rimosso dal suo incarico.

Vi è, inoltre, l’interesse dei partiti di opposizione di ritornare al potere e sviare l’attenzione da casi di truffe ed evasioni fiscali presenti all’interno della loro dirigenza politica, in vista anche delle prossime elezioni locali: il presidente della camera, Eduardo Cuhna, possibile successore della Rousseff e principale suo accusatore, è risaputo infatti essere coinvolto in molti traffici illegali e di detenere conti in Svizzera, insieme a Micheal Temer e al presidente del senato Renan Calheiros.  Eppure, sfruttando l’appoggio di molti media al loro servizio e la difficile situazione economica in cui naviga l’intero paese, l’opposizione è riuscita ad alimentare lo scontento di tutte le classi sociali del popolo brasiliano e a convertirlo in un vero e proprio blocco di opposizione al governo: la sfiducia degli imprenditori è divenuta totale mentre le classi medie, complice la paura di perdere i propri privilegi, guidano le manifestazioni di strada coinvolgendo anche il ceto medio-basso che oramai prova un disincanto totale e una sempre più mancanza di fiducia verso quello stesso governo che anni fa aveva elaborato provvedimenti efficienti a loro favore.

A tutto ciò vi è da aggiungere un retaggio culturale bigotto e maschilista dal quale il Brasile fa fatica a liberarsi e che ha indotto la stessa presidente a ribadirlo nella lunga conferenza stampa l’indomani la decisione dell’impeachment: “Se fossi stata un uomo, non mi sarebbe successo tutto questo”.

Nel corso della cerimonia di firma dell’Accordo sul cambio climatico alla sede dell’ONU a New York di venerdì scorso, la Rousseff ha affermato la volontà di non arrendersi a questo “golpe” e di continuare fino all’ultimo a risollevare le sorti di una democrazia che in Brasile sembra oramai essere annientata. Se sarà rimossa dal potere, ha annunciato inoltre la possibilità di sospendere il paese dall’accordo libero di mercato dei paesi sudamericani (MERCOSUR), facendo appello alla clausola di democrazia. Questa clausola può infatti essere attivata se vi è un rovescio del governo in uno dei paesi membri con conseguenti perdite di vantaggi commerciali da parte di quel determinato paese.

Ora, il Brasile attende la sentenza del Senato che culminerà nel voto previsto ad inizio Maggio. Qualora il senato approvasse l’impeachment, la Rousseff sarà temporaneamente sollevata dall’incarico per 180 giorni, durante i quali verrà analizzata l’inchiesta. Al termine di questo periodo, sarà necessaria una maggioranza di due terzi dei senatori per ottenere la condanna e procedere alla destituzione definitiva della presidente.

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