Bruciate auto e distruggete vetrine: vi farete ascoltare

La morte del 29enne nero Mark Duggan in circostanze poco chiare – in cui è coinvolta la potente Metropolitan Police – ha dato il via (o un pretesto) a una delle peggiori rivolte avvenute nel Regno Unito.

Dopo la morte del giovane il 6 agosto a Tottenham (quartiere a nord di Londra), i saccheggi si sono prolungati fino al 10 agosto, contagiando altre città come Manchester, Liverpool e Birmingham.

A Londra, le violenze non si sono concentrate solo nei quartieri più poveri (es. Hackney) o quelli con un alto numero di stranieri (Tottenham, Enfield, Clapham ecc), ma anche l’abbiente City non è stata risparmiata (come a Notting Hill).

Se, a Parigi, i quartieri più benestanti, come Neuilly-Sur-Seine, pagano più tasse per non avere case popolari, a Londra la situazione è opposta. Infatti, tutti quartieri londinesi sono soggetti a una stretta politica di distribuzione delle case. I risultati? Pensiamo ad Albany Road nel facoltoso quartiere di Regent’s Street. Questa strada, alternata da piccoli negozi asiatici e costose boutique alla moda, divide due mondi. Da una parte i lussuosi appartamenti costruiti dallo storico architetto John Nash, dall’altra, le case popolari dove abitano impiegati, operai, disoccupati e immigrati. Se nelle metropoli statunitensi si tende a ghettizzare e in Francia a respingere e rinchiudere gli immigrati nelle periferie, a Londra si cerca di creare dei borough (quartieri) con una mistione di povertà e ricchezza. Nel 2005, allo scoppio delle rivolte nelle banlieue, più di un analista ha elogiato questo sistema. Ciononostante, date le cronache degli scorsi giorni, sembra che i francesi non abbiano nulla da invidiare al vicino d’oltremanica.

Come riportato dal Guardian, i looter (saccheggiatori), per ora giudicati nelle questure, sono uomini, giovani e disoccupati. Secondo il giornale britannico, l’80% degli accusati hanno meno di 25 anni, e un quinto tra gli 11 e 17 anni.

Gli amanti dell’humour britannico non ci saranno stupiti per l’età dei giovani looter. Di certo, conosceranno Vicky Pollard, personaggio televisivo negli sketch di Little Britain. Vicky Pollard è lo stereotipo femminile del chav: ragazza madre con decine di figlie alle spalle, dopo numerosi arresti per taccheggio ritorna a scuola per seguire lezioni di “reading”. La comicità sta nel suo incomprensibile slang (sparato a una velocità folgorante) e nello spaccato di questa gioventù britannica. I chav, quindi, sono quei giovani descolarizzati che compiono piccoli atti di criminalità e che abusano di alcol e droghe leggere; ben riconoscibili per seguire i dettami della moda più consumistica. Insomma, dei coatti figli di un moderno Lumpenproletarian. Per gli abitanti dell’Est End londinese (una delle aree più misere della capitale), sono quei ragazzini che ti minacciano con dei coltellini, o con la loro sbruffonaggine, per rubarti soltanto il cellulare.

E’ ovvio che questi ragazzi provengono dagli strati più deboli e dimenticati della società inglese (la famosa underclass); ed è altrettanto ovvio che i piani di austerità, come quello attuato dal governo Cameron, infieriscono su di loro. Per esempio, i tagli hanno chiuso gli youth centers, che aiutavano giovani poco qualificati o per nulla a trovare un lavoro. Con un mercato del lavoro interno già saturo e in difficoltà per l’andamento dell’economia mondiale, sono difficili le possibilità di assunzioni a lungo termine. Se la situazione è difficile per i laureati, figuriamoci per i descolarizzati. Poi, considerando l’aumento delle rette universitarie (con soglie di 9000-1000€ annui) e dei tassi dei prestiti studenteschi, le prospettive di qualificazione si ridurranno per la gran parte dei giovani britannici.

Eppure, certi tagli dovevano essere fatti: in particolare per arginare fenomeni di dipendenza al welfare. Il classico esempio sono quelle famiglie, spesso d’immigrati, che vivono con i sussidi per chi ha figli (il Child Benefit). Chiunque abbia presso un bus a Londra, avrà notato delle madri dedite a dispiegare un piccolo esercito di bambini in due o tre sedili della corriera; se poi la madre è anche obesa, si è in uno sketch di Little Britain. Con questo sussidio si può guadagnare, con 5 o 6 bambini, la bellezza di 800-1000€ al mese. Aggiungendo che magari queste famiglie hanno un alloggio popolare gratuito o a basso costo, ci si può vivere (anche in piena disoccupazione). Inutile dire che questi ragazzi a diciotto anni, sono buttati fuori di casa.

Infine, un aspetto poco considerato è l’enorme potere e influenza della Metropolitan Police. La Met, fondata nel 1819 da Sir Robert Peel, è la prima forza dell’ordine in Inghilterra con 30 mila poliziotti. Oggi è uno Stato nello Stato.

Sebbene il sindaco londinese decida il budget e scelga il presidente dell’autorità di controllo, la forza ha una totale autonomia sul piano operativo. Il solo potere del Ministro degli Interni è la nomina di un commissario a capo della Met.

Problemi tra Met e certe comunità nere non sono una novità. Le rivolte del 1985 nell’area di Broadwater Farm ne sono un esempio. I disordini sono stati causati dalla morte – per percosse – di una donna caraibica: fu uccisa in casa, durante una perquisizione della polizia. Così, gli scontri sono stati lo sfogo di una tensione razziale – tra la comunità nera e la Met, in larga parte bianca – accumulatasi per lungo tempo. In molti hanno ricordato questa sollevazione per le circostanze simili e per le zone coinvolte (Broadwater Farm è nome di un’area di Tottenham). Malgrado ciò, oggi, i rapporti tra polizia e le comunità nere sono migliorati; forse non abbastanza, in particolare con i giovani (pensiamo agli umilianti stop&check della polizia che, di sicuro, non aiutano).

Se le precedenti rivolte costarono la caduta di primi ministri come Edward Heath o Margaret Thatcher (il primo per gli scioperi dei minatori nel ’73; la seconda, per le proteste contro la poll tax del ’90) David Cameron, attuale PM inglese, sembra saldo al potere; ma una cosa è certa: si dovrà ripensare alle politiche di austerità.

E’ incredibile constatare come le manifestazioni di pura violenza siano le uniche capaci di dare spazio mediatico a problemi sociali o internazionali che, altrimenti, sarebbero dimenticati. Dalla seconda Intifada palestinese del settembre 2000, alle sommosse delle banlieue parigine del 2005 (la prima riuscì a riportare sui media internazionali l’accantonato conflitto israelo-palestinese dopo i deludenti accordi di Oslo del ‘94; la seconda, ribadì il fallimento dell’integrazione alla francese, la cosiddetta assimilation), sembra che, oggigiorno, solo i disordini sociali siano capaci di far cambiare le agende politiche dei governi.

Le ipotesi fatte da esperti e giornalisti per comprendere le rivolte londinesi sono le più varie: si parla di assenza di autorità parentale, diffusione della cultura rap, capacità di aggregazione dei social network ecc. tutte queste idee possono essere vere, ma tralasciano un punto importante. Cercare di elencare le possibili cause, significa tentare di comporre frammenti di un enorme problema strutturale delle nostre società. Un problema trasversale in materia d’immigrazione, integrazione sociale, sistema educativo e gestione dell’autorità.

Governi che pensano di risolvere problemi di questa portata con un aumento di polizia (o perfino dell’esercito) nelle nostre città, o a emarginare e delimitare le zone sensibili (non solo in senso figurato, pensiamo al muro di via Anelli a Padova) nel tentativo disperato di contenere questi fenomeni, diventa pura follia. In una società tecnicizzata dal sapere, rendere l’educazione meno accessibile è altrettanta follia. Pensare a cosa stia bollendo, di rabbia, nelle nostre periferie e nei quartieri dimenticati delle nostre capitali è inquietante. Com’è inquietante l’avanzata inesorabile delle forze populiste di estrema destra, dalla Finlandia alla Francia. Tutto ciò non sono altro che prodromi di uno scontro interno che avverrà tra una Europa che avrà accettato un’identità post-coloniale e un’altra che l’immagina come un bunker per conservare razza e religione. Sembra quasi che il futuro del vecchio continente sarà come la fine de “L’Odio” di Mathieu Kassotivz, dove il problema non è la caduta ma l’atterraggio.


About Luca Magonara 6 Articles
Cresciuto tra le pannocchie e il perbenismo della bassa friulana, mi appassiono alle relazioni internazionali con Naomi Klein e Josepeh Stiglitz. Durante il liceo, spinto dalle letture di Emiko Ohnuki, parto per un’estate di volontariato in Cisgiordania. Al ritorno, decido di provare l’ammissione al SID di Gorizia. Attualmente sconfinato a Parigi, sono uno dei webmaster del sito. Per problemi o suggerimenti, contattatemi.

3 Comments on Bruciate auto e distruggete vetrine: vi farete ascoltare

  1. Ma mi spieghi cosa vuol dire accettare la propria identità post-coloniale? A me francamente sembra un termine tanto vago da non avere alcun senso. Ad esempio l’Italia che ha avuto un impero coloniale che chiamarlo impero è una presa in giro, che “identità post-coloniale” dovrebbe accettare? Accettare indiscriminatamente qualunque migrante si presenti sulle nostre spiagge ora che è scoppiata la guerra in Libia non certo decisa dalla popolazione italiana?

    Invece Francia e Inghilterra, che il loro megaimpero coloniale l’hanno avuto, che dovrebbero fare? Te lo chiedo sinceramente, perché la risposta “Accettare la propria identità post-coloniale” non la considero una proposta credibile. Io nemmeno so se come europeo ho accettato la mia identità post-coloniale :)

  2. ma tanto il Friuli è una colonia italiana dell’impero totalitario italiano, che passato e passato post-coloniale…

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