Buskashì: Gino Strada nell’Afghanistan in guerra

Gino Strada non è uno scrittore. Non è nemmeno un giornalista. Gino Strada non è un politico, un esperto di relazioni internazionali. Non è nemmeno un professore.

Luigi Strada è un chirurgo, e non solo: è il fondatore, insieme alla moglie Teresa, di Emergency, una delle più famose ONG italiane. Ed è anche l’autore di “Buskashì – Viaggio dentro la Guerra“.

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Buskashì è tante cose. In primo luogo è il nome del gioco nazionale dell’Afghanistan, lo stato che è assoluto protagonista del libro. Un gioco strano, letteralmente traducibile con “acchiappa la pecora”, a cui partecipano due squadre di cavalieri che devono contendersi la carcassa di un capo di bestiame, tradizionalmente una capra. Buskashì diventa così anche la metafora di un Paese martoriato da decenni di guerre intestine – ed internazionali – che, quasi da un giorno all’altro, nel Settembre del 2001 si vede puntata contro la luce della ribalta internazionale, dopo anni di disinteresse post-guerra fredda. La carcassa della pecora, ovviamente, è il popolo afghano, conteso tra interessi molto più grandi di esso in un gioco che ancora oggi non sembra vedere un vincitore all’orizzonte.

Buskashì diventa così ben più del racconto personale di un attivista italiano da anni impegnato in zone a rischio del mappamondo: è la forte denuncia, pubblicata nel 2002, a pochi mesi dall’intervento statunitense, di un uomo che ha sempre affermato “Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra“.  “Mi spiace di non essere capace di parlarvi d’altro, se non di questa cosa che io considero la più grande oscenità che l’umanità ha inventato, cioè la guerra. Ma è una realtà che – come dire – ormai mi è dentro, ormai ci vivo da 15 anni,” ha detto Strada nel suo discorso in occasione della marcia della Giustizia del 14 settembre 2002.

E questo libro, di guerra parla veramente. Non è la guerra che siamo abituati a leggere nei libri di storia, introdotta da capitoli e capitoli di motivazioni e contesto, di personaggi altisonanti ed ultimatum. Le pagine di questo romanzo – che, purtroppo, è una storia molto vera – sono intrise di bombardamenti, mine, pericoli, sospetti, e sangue. Tanto sangue: non dimentichiamo che, dopo tutto, è un chirurgo che parla. Un chirurgo che è disposto a tutto pur di raggiungere l’ospedale che è riuscito a fondare a Kabul per dare ai cittadini afghani il diritto alle cure e all’assistenza gratuiti – ospedale che, tra l’altro, aveva già dovuto chiudere in seguito all’aggressione da parte dei talebani avvenuta il 17 maggio 2001.

La storia della spedizione del team di Emergency, capitanato da Strada stesso, comincia il 9 Settembre 2001 con la morte di un importantissimo leader afghano, Ahmad Shāh Massoūd, “il leone del Panjshir”, in lotta da anni contro il regime talebano. Questa morte, avvenuta due giorni prima dell’attacco alle Torri Gemelle, non è che l’inizio di una serie di emergenze che portano l’Afghanistan tra le priorità di Emergency: di lì a poco, infatti, gli Stati Uniti – fallite le trattative con il governo talebano per la consegna di Osama Bin Laden, presumibilmente risiedente su suolo afghano – insieme al Regno Unito cominciano a bombardare il Paese. Paradossalmente, però, il problema principale di Strada non è la guerra imminente: sono le altre ONG che, in ritirata strategica verso il vicino e più sicuro Pakistan, mettono i bastoni tra le ruote a chi invece vorrebbe tornare a Kabul per assistere la popolazione.

Buskashì è un libro che non può che scuotere nel profondo chiunque creda nei diritti umani. È un libro difficile: abbatte in pochi capitoli tutte le belle e facili certezze che ognuno si costruisce per giustificare un mondo difficile, complicato, quasi mai giusto. Vediamo quelle ONG per cui tanti di noi sognano di lavorare abbandonare un Paese nel momento in cui avrebbe più bisogno di aiuti umanitari. Leggiamo di persone disposte a rischiare la vita incontrare difficoltà burocratiche nel tentativo di entrare in quell’Afghanistan da cui tutti gli altri non vedono l’ora di fuggire. Capiamo meglio non soltanto una cultura lontana martoriata da anni di trattative diplomatiche, giochi di potere e interessi privati condotti alle spalle della società, ma anche i delicati meccanismi che accompagnano permessi, spostamenti, accordi.

Ma è anche – e potrebbe sembrarvi strano, dopo tutte queste premesse – un’opera piena fino all’orlo di speranza. Perchè in mezzo ai bombardamenti, tra i carrarmati, in mezzo alle macerie, Buskashì racconta dei personaggi straordinari che hanno il grande pregio di essere persone realmente esistite. Non soltanto Strada – che può stare simpatico o no, ma è indubbiamente un uomo di una statura morale notevole – ma anche Kate, l’inglese straordinaria che lascia le spiagge della Grecia per attraversare le gelide montagne tra Pakistan e Afghanistan travestita da vedova, o Koko Jalil, il tuttofare che non ha paura di nulla. Anche le comparse in questo folle teatro bellico hanno un significato particolare: e così il prigioniero talebano ferito, il bambino che ha perso i gentiori, il giornalista avvoltoio hanno tutti equamente qualcosa da insegnare a noi, analfabeti della guerra che poco sappiamo se non qualche data.

Ad anni di distanza, sappiamo bene quanto Strada che l’intervento in Afghanistan non ha fatto molto altro se non aprire un’ulteriore piaga difficilmente sanabile. Ma non per questo Buskashì è una lettura obsoleta, nel 2016: ci ritroviamo tranquillamente i conflitti passati, quelli presenti e forse, purtroppo, anche quelli futuri.

Non credere a una parola, quando diranno che hanno “sconfitto il terrorismo”. (…) Non credere a una parola, ogni volta che cercheranno di spiegare come sarà bella la guerra futura, tecnologica, selettiva, “umanitaria”. Sarà solo un altro carico di morte e miserie umane. In questi mesi all’interno della guerra abbiamo lavorato molto, rattoppando ferite. E abbiamo capito che non possiamo tacere di fronte ai crimini, anche quando compiuti in nome della “civiltà”. Non ho visto giustizia, in questi mesi, nè pietà, non ho visto ragione nè umanità. Forse anche per questo ho bisogno di casa.

About Viola Serena Stefanello 83 Articles
Ex siddina talvolta nostalgica di Gorizia, studia Giornalismo e Diritti Umani a Parigi dopo essersi innamorata della stampa con Sconfinare. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte.

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