Calcio, là dove ci vorrebbe il “sogno americano”

di Matteo Liberti

La domenica è la giornata della messa, del pranzo mastodontico preparato dalla nonna, della passeggiata fuori porta, e soprattutto della partita di calcio in televisione o allo stadio che sia.

Se la secolarizzazione ha fatto crollare il numero di cattolici praticanti e svuotato le chiese, la crisi ha obbligato la nonna a cucinare mezza portata in meno (la bilancia ringrazia), l’avvento dei televisori in tutte le stanze ha tolto il piacere della passeggiata fuoriporta, la miopia di chi comanda il calcio rischia di farci perdere il piacere della partita domenicale.

Sintomi di questo rischio sono l’agonica vicenda del Parma FC e, soprattutto, le frasi, intercettate, del presidente della Lazio Lotito che dice callidamente di non volere Carpi e Frosinone in serie A perché, essendo le squadre di due piccole realtà, farebbero scendere il guadagno ricavato dai diritti televisivi.

Questa visione del calcio (e in generale dello sport) italiano è a mio avviso inquietante. A mancare allo sport italiano è un sano concetto di imprenditorialità, l’idea che anche nello sport, se si fanno le cose fatte per bene, si possa guadagnare. Al momento non è così, la proprietà di una squadra di calcio difficilmente porta a fatturati positivi, l’idea che il prodotto sia destinato ai tifosi nasconde degli errori grossolani che non fanno massimizzare gli utili e rendono i campionati dei carrozzoni che ormai si muovono per inerzia.

La Lega calcio, dovrebbe capire che con questo “andazzo” non si va avanti, che si deve cercare di rendere i campionati più equilibrati. Perché il problema non è il Frosinone calcio o la città ciociara, ma il fatto che le squadre di vertice italiane spendono in salari 10 volte quello che spendono le squadre che lottano per non retrocedere. Da un punto di vista sportivo, e conseguentemente di spettacolo, in questa situazione è complicato creare dell’incertezza su chi vincerà il campionato e, ragionando banalmente, a nessuno piace vedere un film giallo sapendo già chi è l’assassino.

Eppure basterebbe guardare in quelle realtà dove il sistema funziona, e per farlo dobbiamo prendere un aereo e andare nella terra del Football americano e del Basket NBA.

L’ultimo campionato NBA lo hanno vinto i San Antonio Spurs , facendo le debite proporzioni, possiamo paragonare questo fatto, da un punto di vista di grandezza del mercato, con un ipotetica vittoria dello scudetto da parte dell’Udinese.

Com’è possibile? Semplice, tutte le squadre NBA partono dallo stesso punto di vista economico, la maggior parte dei ricavi della Lega viene divisa in parti uguali tra le squadre, esclusi alcuni premi che si basano sulla classifica. Anche le squadre più ricche non possono spendere più di un tot per gli ingaggi e questo fa si che nel giro di pochi anni gli equilibri interni al campionato varino e rendendo tutto meno sicuro, tutto più interessante da vedere, specie se confezionato in maniera altamente spettacolare come prevede la cultura di quel popolo che come diceva Borges non ha un’epica, ma in compenso ha Hollywood.

Insomma gli americani, hanno creato un sistema che cerca di colpire l’immaginario collettivo, cercando un pubblico vasto ma mai dimenticando i valori degli sport che giocano, in questo modo invogliano milioni di persone in tutto il mondo a stare in piedi la notte per godere di questo spettacolo (persone rappresentate dal sottoscritto), e così facendo guadagnano miliardi (non milioni) di dollari.

A vedere cosa succede da noi viene in mente quella frase di Lucio Dalla, “L’America è lontana, dall’altra parte della luna”, chi lo sa, magari un giorno ai grandi capi del calcio interesserà provare ad esplorare un approccio al mondo (economico e sportivo) che non è mai stato così lontano.

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