Caso Regeni: due anni di indagini e depistaggi

A due anni dalla scomparsa di Giulio Regeni le indagini sono ancora aperte e il governo egiziano fatica a collaborare con quello italiano per trovare i veri colpevoli, nonostante le promesse dello stesso presidente Al-Sisi. La famiglia prosegue la sua lotta, forte dell’appoggio di associazioni come Amnesty International e di molte comunità e cittadini italiani. Giovedì 25 gennaio scenderanno ancora in piazza e per le strade del Paese per continuare a chiedere verità e giustizia. 

Quello stesso giorno di due anni fa, tra le ore 19.30 e le 20.00, la famiglia di Giulio perdeva i contatti con il figlio, che da quel momento scomparve. Verrà ritrovato senza vita e con evidenti segni di tortura sul corpo il successivo 3 febbraio, al margine di una strada che collega il Cairo ad Alessandria. Il 5 febbraio un team italiano arriverà al Cairo per iniziare le indagini insieme alle autorità egiziane, ma queste da subito si mostreranno restie ad una piena collaborazione.

È il 13 febbraio 2016 quando il New York Times pubblica un articolo nel quale scrive che, secondo le testimonianze di tre funzionari della sicurezza egiziana coinvolti nelle indagini, intervistati separatamente, Giulio sarebbe stato fermato a causa dei sospetti contatti con persone vicine ad organizzazioni considerate nemiche dello Stato. Uno di loro afferma anche che il momento del fermo del ricercatore italiano sarebbe stato ripreso da alcune telecamere di sorveglianza, ma che il governo egiziano non avrebbe ancora richiesto le registrazioni video ai vari negozi.

Il primo evidente tentativo di depistaggio delle indagini da parte delle autorità egiziane avviene invece il 24 marzo, quando la polizia egiziana è coinvolta in un blitz nel quale vengono uccise cinque persone. Secondo la versione proposta dagli inquirenti egiziani, si sarebbe trattata di una banda specializzata in rapine e sequestri di persona, in particolare di stranieri. Il giorno seguente le autorità egiziane comunicarono di aver trovato gli effetti personali e i documenti di Giulio nella casa di uno dei componenti della banda, cercando così di incolparlo per la morte di Regeni. La farsa, tuttavia, è evidente e la versione viene immediatamente respinta dagli inquirenti italiani, nonostante l’Egitto ritenga il caso chiuso.

Il 7 e l’8 aprile, in occasione del vertice a Roma tra la delegazione del Cairo e la Procura italiana, gli investigatori egiziani presentano una scarsa documentazione, giudicata insufficiente dagli inquirenti italiani. È ormai chiaro, in contrasto con le dichiarazioni di Al-Sisi, che l’Egitto non voglia collaborare sul caso e che la posizione del governo non sia trasparente. L’incontro si traduce quindi in un completo fallimento.

L’Italia interrompe la collaborazione fra le autorità italiane ed egizie e conseguentemente l’ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari, viene richiamato a Roma. Questo è un passo diplomatico dalla forte valenza. Pochi giorni dopo, l11 aprile 2016, il procuratore generale egiziano Nabil Sadeq dichiara che “Il caso Regeni è ormai una questione diplomatica di primo livello” e che quindi per l’Egitto le indagini sono considerate chiuse. Solo qualora fossero emersi “nuovi elementi utili alla procura” il lavoro investigativo sarebbe ripreso.

Il 13 aprile Omar Afifi, ufficiale della polizia egiziana esiliato negli Usa, racconta: «L’ordine di uccidere Regeni è arrivato dall’alto. Ecco i nomi dei responsabili: Il capo di gabinetto di Al Sisi, Abbas Kamel, che lo ha fatto trasferire per farlo interrogare dai servizi segreti militari; il generale Mohamed Faraj Shehat, direttore dei servizi segreti militari. Naturalmente il ministro degli Interni Magdy Abdel Ghaffar e il presidente Al Sisi erano al corrente già dal trasferimento». A fine aprile, in seguito a un’ondata di proteste, viene arrestato il consulente di Giulio, Ahmed Abdallah.

In Italia il 12 maggio il governo nomina il nuovo ambasciatore al Cairo, Gianpaolo Cantini, mentre il suo predecessore viene trasferito a Bruxelles. Nel frattempo, nemmeno dall’Inghilterra arrivano aiuti per le indagini, infatti in giugno l’ ex-professoressa di Giulio, Maha Abdel Rahman, dichiara di non voler rilasciare dichiarazioni alle autorità italiane. Il 19 luglio il governo egiziano afferma di aver respinto le richieste di estradare tre sospetti e fornire conversazioni telefoniche e filmati, richieste mai avanzate secondo gli investigatori italiani.

Il 9 settembre si tiene un vertice a Roma tra PM egiziani e italiani: gli inquirenti del Cairo ammettono per la prima volta l’interessamento della polizia egiziana a Regeni. Nei primi giorni del mese di gennaio, infatti, l’ attenzione delle forze dell’ordine egiziane era stata attirata da un esposto presentato dal capo del sindacato degli ambulanti. Durante il vertice di Roma i PM egiziani consegnano alle autorità italiane dei tabulati, seppur ancora parziali.

A fine anno dai tabulati di Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti, emergono contatti frequenti con la sede centrale della Sicurezza Nazionale a Nasr City. Vengono identificati i poliziotti a cui Abdallah forniva informazioni e che hanno effettuato accertamenti su Giulio, durati “solo tre giorni” secondo i magistrati del Cairo. Vengono identificati anche i poliziotti coinvolti nell’uccisione delle cinque persone accusate dell’omicidio di Giulio. Successivamente il capo degli ambulanti confessa di aver denunciato Giulio ai servizi segreti.

“365 giorni senza Giulio, 365 giorni di incessante richiesta di verità” – Il 25 gennaio 2017 la Pagina Facebook di Amnesty International ha ricordato così Giulio Regeni ad un anno dalla sua scomparsa. (Credits: Pagina Facebook Amnesty International – Italia).

Il 23 gennaio 2017 la tv di stato egiziana pubblica il video dell’ultimo colloquio tra Giulio e Abdallah, registrato da quest’ultimo e consegnato ai servizi segreti; nel filmato Giulio rifiuta di elargire denaro al capo dei sindacati in cambio di informazioni per la sua ricerca. Il 15 marzo la procura di Roma invia una nuova rogatoria all’Egitto per ricevere i verbali di interrogatori di agenti coinvolti nel controllo della attività svolte da Giulio. A metà agosto, in seguito a “un passo in avanti nella collaborazione” delle procure italiana e egiziana, il governo italiano decide di inviare al Cairo l’ambasciatore Gianpaolo Cantini, provocando pesanti critiche.

Il 9 ottobre 2017 il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone e il sostituto Sergio Colaiocco trasmettono alla “United Kingdom Central Autorithy” (Ukca) – organo britannico giudiziario di collegamento con le magistrature dei paesi Ue – un ordine europeo di investigazione con cui si chiede l’interrogatorio della professoressa Maha Abdel Rahman; inoltre i PM chiedono l’acquisizione dei suoi tabulati telefonici, mobili e fissi, utilizzati tra il gennaio 2015 e il 28 febbraio 2016.

I magistrati chiedono anche di identificare e ascoltare tutti gli studenti che l’università ha inviato al Cairo dal 2012 al 2015 sotto il controllo della stessa professoressa. Intenzione degli inquirenti è capire chi ha scelto il tema specifico della ricerca di Giulio in Egitto, chi ha scelto la tutor che l’avrebbe seguito in Egitto e quali erano le indicazioni che Regeni doveva eseguire.

Nuovi elementi probatori sono consegnati dal team investigativo egiziano che lavora alle indagini sull’omicidio di Giulio Regeni al procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone e al PM Sergio Colaiocco nel corso di un incontro svolto il 21 dicembre al Cairo con il procuratore della Repubblica Araba Egitto, Nabel Sadek. Il 10 gennaio 2018, infine, vengono perquisiti a Cambridge supporti informatici e documenti per chiarire il ruolo della professoressa Abdel Rahman. La docente resta persona informata sui fatti.

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