Centesimo anniversario della Battaglia di Vittorio Veneto, la fine della Prima Guerra mondiale in Italia

A cento anni dalla battaglia di Vittorio Veneto, ripercorriamo le tappe principali che hanno portato alla vittoria italiana nella Prima Guerra mondiale e il significato attuale del 4 novembre

La Battaglia di Vittorio Veneto dell’ottobre-novembre 1918 era stata preceduta nel giugno dello stesso anno dalla Battaglia del Solstizio, conclusasi con un significativo successo dell’Esercito italiano, che era riuscito a respingere l’ultima grande offensiva generale dell’Esercito austro-ungarico sia nel settore del Piave sia nel settore del Monte Grappa. Nelle settimane successive, erano state riconquistate dagli Italiani anche le piccole teste di ponte costituite sul Piave dagli austro-ungarici. La Battaglia del Solstizio aveva segnato una svolta decisiva della guerra sul fronte italiano: l’Esercito austro-ungarico aveva subito pesanti perdite senza raggiungere risultati decisivi e al contrario subendo un grave indebolimento della sua forza materiale e della sua coesione morale.

Nonostante l’importante vittoria difensiva il generale Armando Diaz, capo di Stato maggiore del Regio Esercito dopo la destituzione del generale Luigi Cadorna in conseguenza del disastro militare di Caporetto, rimaneva prudente e non molto ottimista sulla possibilità di sferrare in tempi brevi una grande controffensiva. Sollecitato il 12 e il 27 giugno dal generale Ferdinand Foch, comandante supremo alleato, a passare risolutamente all’attacco, Diaz si convinse che un’azione entro il 1918 avrebbe permesso all’Italia di non rimanere indietro rispetto agli Alleati che già prefiguravano un’avanzata sul fronte occidentale ed evitare quindi che la guerra si concludesse sul fronte italiano, con i territori del Veneto e del Friuli ancora occupati dagli austriaci. Cominciarono, così, ad essere elaborati, i primi progetti offensivi.

Il 24 ottobre 1918, giorno dell’inizio dell’offensiva finale dell’Esercito italiano con obiettivo Vittorio Veneto, il generale Diaz schierava dal Passo dello Stelvio al mare un complesso di forze costituito da 57 divisioni di fanteria, di cui tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca e un reggimento statunitense e 4 divisioni di cavalleria, assegnate al comando di otto armate di prima linea e a un’armata di riserva. Al contempo l’Esercito austro-ungarico schierato sul fronte era minato dalla sfiducia, dalle sofferenze materiali e dalla discordia nazionalistica, ma rimaneva ancora un complesso di forze numeroso, tenace e solidamente inquadrato; suddiviso in quattro armate costituite da un totale di 50 divisioni di fanteria e 6 di cavalleria.

Mitragliere italiano sul Carso (Fonte: Wikipedia)

L’offensiva, prima di volgere nettamente a favore del Regio Esercito, perdurò fino al 29 ottobre 1918: furono giorni in cui le divisioni austro-ungariche, all’apparenza ancora solide e ben disciplinate, riuscirono anche a portare delle controffensive conquistando alcune vette sul massiccio del Grappa. Al di là di questi ultimi atti di orgoglio, la situazione generale delle truppe imperiali erano disastrose. Vienna provò allora a salvare il salvabile, inviò un telegramma al Comando Supremo italiano chiedendo i termini per un armistizio, che fu rifiutato. È in quel momento che Diaz, coadiuvato dal generale Pietro Badoglio, capì che l’esercito avversario stava crollando e decise perciò di approfittare del momento per accelerare le operazioni di attacco.

Il pomeriggio del 30 ottobre le truppe italiane entrarono, osannate, in una Vittorio Veneto abbandonata dagli austro-ungarici il cui unico obiettivo ora era quello di ritirarsi e di salvare il salvabile. I segni del crollo dell’Esercito austro-ungarico erano ormai sempre più evidenti: le notizie di trattative, di rivolte e di radicali cambiamenti politici nelle regioni dell’Impero stavano raggiungendo le truppe accentuando la confusione, la delusione, la volontà di cessare i combattimenti. Mentre alcuni reparti continuarono a battersi con valore, la massa dell’esercito in ritirata incominciò a frantumarsi in gruppi separati interessati solo a raggiungere le rispettive regioni nazionali: si verificarono saccheggi, rifiuti di obbedienza, conflitti di comando, contrasti tra soldati di etnia diversa, assalti a treni e mezzi di trasporto per accelerare la fuga.

Intanto furono aperti negoziati per l’armistizio, trattative difficili che non facevano altro di allungare ancor più l’agonia per le truppe imperiali: i combattimenti andavano avanti e giorno dopo giorno gli italiani guadagnavano terreno e liberavano paesi e città (spesso già abbandonate dagli austro-ungarici).

L’armistizio tra le parti venne firmato alle ore 18.20 del giorno 3 novembre 1918 Villa Giusti, vicino a Padova, ed entrò in vigore a partire dalle ore 15.00 del 4 novembre, mettendo la parola fine alla battaglia di Vittorio Veneto e alla guerra. Fino alla cessazione delle ostilità, le truppe italiane si affrettarono ad avanzare il più possibile arrivando a Trento, sbarcando a Trieste e raggiungendo numerosi paesi del Veneto e del Friuli. La guerra era vinta.

Truppe italiane entrano a Trento il 3 novembre 1918 (Fonte: Wikipedia)

Il 4 novembre oggi

La Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate fu istituita nel 1919 per commemorare la Vittoria italiana nella Prima Guerra mondiale. Il regime fascista ne mutò il nome in Anniversario della Vittoria, ma con la Repubblica tornò al suo nome originale. È, in ogni caso, l’unica celebrazione ad aver attraversato l’età liberale, l’era fascista ed il periodo repubblicano. Fino al 1976, il 4 novembre è stato un giorno festivo. Dal 1977 la ricorrenza è stata resa “festa mobile” e celebrata la prima domenica di novembre.

Quest’anno, 2018, ricorre il centesimo anniversario dalla fine della Grande Guerra, è stato celebrato domenica 4 novembre presso il Sacrario Militare di Redipuglia e nella Piazza Unità d’Italia a Trieste alla presenza del Presidente della Repubblica e delle massime autorità civili e militari dello Stato assieme ad un inquadramento di militari appartenenti alle tre Forze Armate, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Erano ormeggiate davanti alla piazza, le navi Luigi Rizzo e San Marco della Marina Militare e ha effettuato un passaggio nel cielo della città la Pattuglia Acrobatica Nazionale, le frecce tricolori.

Bandiere di guerra delle Forze Armate durante la parata del 2 giugno.( Fonte: Wikipedia)

Accanto all’aspetto delle Forze Armate c’è quello dell’Unità Nazionale, anche questo tema non è stato esente da polemiche e battute provenienti dalla nostra classe politica. Da una parte, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, che invoca la sostituzione del 25 aprile e del 2 giugno, ritenute “divisive”, con il 4 novembre che diverrebbe Festa nazionale essendo, a detta della Meloni, “una festa molto più unificante di altre feste che oggi sono feste nazionali”. Dall’altra, il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni che ribatte dando deicamerati” agli esponenti di FdI e affermando: Chissà se ci sarà un sequel di ‘Fascisti su Marte’ perché il cast di nostalgici del Ventennio è probabilmente già pronto…“.

Alla fine, è il  discorso del capo dello Stato Sergio Mattarella pronunciato a Trieste, a mettere pace nell’agone politico. Il presidente della Repubblica esordisce chiarendo che la classe dirigente dell’epoca fece anche errori gravi ed evitabili, “errori che non debbono mettere nell’ombra i comportamenti eroici dei soldati, e le pagine indimenticabili di valore e coraggio nel buio delle trincee“. “Lo scoppio della guerra nel 1914 sancì in misura fallimentare l’incapacità delle classi dirigenti europee di allora di comporre aspirazioni e interessi in modo pacifico anziché cedere alle lusinghe di un nazionalismo aggressivo”, ha continuato Mattarella nel suo discorso. “La Costituzione Italiana, nata dalla Resistenza, ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie, privilegia la pace, la collaborazione internazionale, il rispetto dei diritti umani e delle minoranze”, ha aggiunto il presidente della Repubblica per sottolineare come la guerra non risolse le antiche controversie fra Stati”. Il presidente continua poi nel ricordare tutti gli uomini delle forze armate impegnati oggi sia in contesti nazionali che internazionali, ringraziandoli. Sottolineando come “Le nostre forze armate sono impegnate per garantire la sicurezza e la pace in ambito internazionale, rafforzando il prestigio dell’Italia nel mondo”. “Vittorio Veneto fu l’atto finale di una guerra combattuta con coraggio e determinazione da un esercito dimostratosi forte e coeso, nel sapersi riprendere dopo la terribile disfatta di Caporetto, […]. Nel momento cruciale, nei soldati, prevalse il desiderio di riscatto, di unità, l’amore di patria“, ha affermato ancora Mattarella. Il capo dello Stato ha ricordato anche gli Italiani che combatterono con la divisa austroungarica nella lontana Galizia, le vittime delle foibe e e le sofferenze dei civili di allora. Anche questo un monito, ha tra l’altro detto rivolgendosi in modo particolare ai giovani, a mantenere una attenzione “vigile” rispetto a quel periodo oscuro del passato.

Il presidente Mattarella, la ministra della Difesa Trenta e il generale Graziano a Redipuglia. (Fonte: ANSA)

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