CETA, alla faccia del TTIP

Il Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA) è un trattato di libero scambio elaborato tra il Canada e l’Unione Europea (UE), con lo scopo principale di rilanciare il commercio, creare nuovi posti di lavoro e rafforzare le relazioni economiche tra i due Paesi.

Negli ultimi giorni di ottobre si è sentito molto parlare di questo trattato che, nel bene e nel male, è arrivato agli ultimi passi del suo lungo iter negoziale. Infatti il CETA è stato firmato a Bruxelles domenica 30 ottobre dal presidente Jean-Claude Junker e dal primo ministro canadese Justin Trudeau.

Da gennaio 2017 il testo sarà applicato in via provvisoria e la piena entrata in vigore sarà subordinata all’approvazione da parte di tutti gli Stati membri dell’UE, sulla base delle procedure di ratifica nazionali che, salvo imprevisti, non dovrebbero tardare ad arrivare.

Dal 2009 ad oggi, ben sette anni di negoziati ci sono voluti per arrivare alla firma del CETA. Il testo, contenente centinaia di articoli, è lungo 1598 pagine e tocca svariati temi: dall’abolizione dei dazi doganali, all’aumento dei posti di lavoro; dall’apertura degli appalti pubblici canadesi alle imprese europee, al rafforzamento della cooperazione nel campo normativo; dalla liberalizzazione degli scambi di servizi, alla promozione degli investimenti e via dicendo.

Non è stata, quindi, facile la strada che ha portato alla firma di questo trattato. I vari Stati membri dell’UE hanno dimostrato le loro obiezioni fino all’ultimo. Sulle cronache recenti si è levata più forte la voce della Vallonia, una regione del Belgio, che, guidata dal leader del partito socialista e del governo Paul Magnette, si è opposta in particolar modo contro l’inserimento degli ISDS all’interno dell’accordo.

Gli ISDS, meglio conosciuti come Investor-state dispute settlement (clausole per la risoluzione delle controversie tra investitore e stato), sono delle clausole che consentono di far causa a uno stato davanti a un arbitrato internazionale nel caso in cui un investitore ritenga di essere stato ingiustamente danneggiato. Tutto ciò al fine di creare un ambiente più benevolo agli investitori stranieri permettendo loro di essere eventualmente giudicati da un tribunale internazionale.

Queste clausole sono molto spesso criticate dalle ONG e dalla società in generale soprattutto in Europa, dove si vede in questo metodo un’agevolazione nei confronti delle sempre più potenti multinazionali.

Per questa ragione il governo della Vallonia ha contestato il trattato, rimandando la firma di qualche giorno, giusto il tempo per modificare il CETA inserendo una clausola che prevede la verifica da parte della Corte di giustizia europea in merito all’uso degli ISDS e una serie di clausole mirate a proteggere i produttori agricoli belgi.

Superate le opposizioni degli Stati membri il CETA è stato, dunque, firmato. Con esso, da gennaio, secondo le stime UE, si vedrà un aumento dei volumi d’affari fino a 12 miliardi di euro l’anno. Inoltre, la Commissione europea, responsabile dell’accordo, precisa che con esso non solo aumenterà la tutela dei marchi di indicazione geografica per i prodotti alimentari, ma anche che gli standard alimentari e ambientali non subiranno variazioni. Insomma i prodotti “Made in” sono salvi, apparentemente.

Inoltre, di grande importanza per l’Unione Europea, è la possibilità di entrare, con questo trattato, nel mercato unico nordamericano che raggruppa Canada, Stati Uniti e Messico (NAFTA) e di porre degli importanti pilastri come punto di riferimento in vista dei futuri processi negoziali riguardanti il TTIP, che molto probabilmente riprenderanno una volta eletto il nuovo Commander in chief degli Stati Uniti d’America.

In conclusione questo trattato, approvato ai piani alti, ma in attesa del lascia passare da parte dei singoli Stati membri UE, è corredato, come di consueto, da una serie di manifestazioni civili che si oppongono alla ratifica della firma. Le preoccupazioni maggiori sono tutte incentrate sul rischio che il CETA, più che un vantaggio, sia un mezzo che andrà a danneggiare le piccole-medie imprese in favore delle grandi, ricche e potenti multinazionali aumentando la disoccupazione e distruggendo le piccole realtà locali e artigianali in favore di una catena di prodotti insipida e standardizzata.

La sfera magica, per il momento, nessuno la possiede. Faremo, quindi, i conti con questo giorno tra qualche anno, una volta che il trattato sarà vera realtà e non soltanto una provvisoria procedura burocratica in attesa di ratifica.

About Stefano Bozzalla 7 Articles
Laureato in Economia all'Università di Torino, ora studente magistrale al secondo anno di Scienze internazionali. Appassionato del mondo, esploro città e natura fotografando l'impossibile. Mi piace scrivere a tempo perso e non solo. Curo il blog di TOmorrowturin, giovane associazione studentesca d'informazione internazionale e collaboro con il giornale MsoiThePost per la sezione Sud America.

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