Chiamami col (mio) nome

Militanti di CasaPound a Gorizia in occasione del corteo in ricordo delle vittime delle foibe nel Giorno del Ricordo, 10 febbraio 2018 (Credits: CasaPound Gorizia/Facebook)

Piaccia o meno, quella fascista è un’esperienza impossibile da replicare. La semantica giusta ci aiuterebbe a capirlo.

È arrivata l’onda nera. In una campagna elettorale da mondo dei contrari, dove di nuovo pare esserci soltanto un’ideologia che va per i cent’anni, da ogni parte ci si accalca a parlarne, ora con teatrale preoccupazione, ora con malcelato compiacimento; così, mentre Laura Boldrini si appella alle forze democratiche del Paese perché premano per lo scioglimento di certi partiti d’opposizione (autodefinitisi tali, visto che si tratta di formazioni extraparlamentari) e Simone Di Stefano già pregusta la comodità di un pubblico scranno, al disorientato elettore non resta che cercare di capire chi dice il vero.

Insomma, è davvero tornato, o potrebbe davvero tornare, questo fascismo? Per rispondere alla domanda, bisogna anzitutto capire cosa esattamente sia il fascismo, distinguendo se possibile la sua dimensione astratta da quella che, per un ventennio, è stata la sua forma concreta. Se dunque si volesse guardare ad esso come idea, non si potrebbe fare a meno di constatare che il fascismo è, nel suo impianto complessivo, autoritario, militarista, nazionalista: in sostanza un verace figlio del suo secolo, nato, cresciuto e morto in tempi a dir poco turbolenti.

Da un punto di vista strettamente storico, infatti, il credo fascista prende le mosse dal dramma della Grande Guerra. Un’Italia allo stremo, vittoriosa sul campo ma sconfitta al tavolo delle trattative, dissanguata da tre anni e mezzo di massacri e sommersa dai debiti come quella postbellica non poteva che cadere facile preda di chi quel momento lo aveva mitizzato e, attraverso il mito, era riuscito ad incanalare il dolore e il risentimento di una generazione smarrita.

Proprio in questo stava la forza dei Fasci di Combattimento: essi erano una espressione culturale organica e coerente col suo tempo. Non è dunque un caso che vi ci si siano ritrovati, anche prima di San Sepolcro, intellettuali di prima grandezza; Marinetti, Gentile, d’Annunzio, Pirandello e un manipolo d’altri rappresentano bene la dimensione appunto intellettuale di un movimento che noi ricordiamo solo come gretto e guerresco. Né deve sfuggire, in quest’ottica, che la militanza politica dello stesso Mussolini aveva trovato nella carta stampata, più che nella piazza, il suo strumento ideale, a riprova di una pur malriposta finezza dei modi e degli argomenti del fascismo ideologico che si fa fatica a cogliere nella confusa marea di discorsi roboanti e slogan pomposi del fascismo dittatoriale.

Una tessera dei fasci di combattimento (Credits: Onoreditalia/Facebook)

Nulla a che vedere con chi a quelle idee dice di rifarsi. Il fascismo di oggi non è più se stesso, e mentre pare aver mantenuto i tratti più aberranti di un’idea che, è giusto tenerlo a mente, era apertamente illiberale, ha perduto quel retroterra storico-culturale che ne aveva nonostante tutto consentito l’affermazione a livello internazionale. I frequenti paragoni tra l’Italia contemporanea e quella dei Fasci sono semplicemente disonesti, da qualunque parte provengano; e se è innegabile che certe forze politiche agiscono da catalizzatore per una rabbia sociale sempre maggiore, anche il lettore più profondamente reazionario o più convintamente progressista potrà concordare che le attuali circostanze del Paese siano ben lontane dal clima di guerra civile dei primi anni ’20, e che i nostri pur seri problemi impallidiscano di fronte a milioni di uomini tornati allora dalla prima linea disadattati e pronti a tutto.

Il resto viene da sé: non vi è oggi una cultura fascista che non sia quella di un azionismo dai toni surreali (“assaltando rideremo”, dicono i volantini di Blocco Studentesco; c’è da chiedersi quanti liceali affronterebbero davvero una mitragliatrice in campo aperto, per di più con giovanile baldanza) e di una violenza becera che di rivoluzionario non ha niente. Mancano vere figure di riferimento, perfino se vogliamo degli aspiranti autocrati, in grado di trascinare una folla in piazza come in guerra; e più di tutto manca una visione d’insieme-per perversa che fosse quella del Duce-su cui basarsi, rimpiazzata dalla blanda imitazione di prassi politiche potenzialmente infruttuose o semplicemente impossibili da traslare in questa Italia.

I partiti fascisti sono in definitiva diventati meri collettori di domande sociali, affatto distanti da quelle formazioni tradizionali da cui si dicono tanto diversi e che, dal crollo del Muro, vivono senza soluzione di continuità la medesima crisi valoriale di cui anche CPI e FN sono vittime inconsapevoli. E dunque non sono fascisti, ma neo-fascisti; sembra di dire l’ovvio, ma non è in realtà affatto scontato sostenere che il neo-fascismo non mira a restaurare in questa nazione il regime che fu, ma piuttosto ad inquadrarne una replica scialba ed inattuale in un sistema che-e ci mancherebbe-è pensato per rigettarlo. Boldrini e Di Stefano si mettano allora l’animo in pace: no, il Fascismo, con la “f” maiuscola, è destinato a rimanere l’idea defunta che è oggi ancora a lungo; quanto ai problemi di questa strana coppia, nessuno è così grave da non potersi risolvere con qualche sano battibecco. Anche per strada.

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19 anni. Laziale di nascita, friulano d'adozione. Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il Polo Universitario di Gorizia.

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