Chiedimi Quanto Puzza Lillo: Comicità al Verdi

di Giovanni Battista Martino

C’è un sottile filo rosso che lega l’incomunicabilità di genere alla commedia degli equivoci, il gusto per il calembour più immaginifico all’ardita giustapposizione dei registri: è la comicità nonsense di Lillo&Greg, protagonista, lunedì 3 aprile scorso al Teatro Verdi di Gorizia, dello spettacolo Best Of.

Le luci forti ed omogenee, l’allestimento minimale (la scena è quasi completamente sgombra, fatta eccezione per il blu acceso di un podio, un divano rosso fuoco, un tavolo e tre sedie di giallo canarino, accompagnati, in un angolo, da una tastiera) il sipario si apre su di un improbabile provino per la selezione dei protagonisti della serata e un’attrice procace quanto impreparata (Vania Della Bidia), un musicista da balera che si spaccia per rockettaro incallito (Francesco D’Angiolo), un attore bravo quanto improvvido nella scelta del repertorio (Claudio Gregori, in arte Greg) vengono selezionati da Lillo (Pasquale Petrolo) quali compagni dell’avventura comica che sta per dipanarsi sotto gli occhi divertiti dello spettatore.

Nulla di particolarmente originale, sia ben chiaro: è il titolo stesso a preparare il pubblico alla direzione che prenderà la serata. Lo spettacolo si sostanzia, infatti, in un collage dei cavalli di battaglia del duo comico romano, in una serie di sketch tratti dal loro repertorio teatrale, televisivo e radiofonico intramezzati dall’inverosimile quanto esilarante riproposizione in chiave romagnol-popolare dei più grandi classici del rock di tutti i tempi – da (I Can’t Get No)Satisfaction dei Rolling Stones ad Everybody Needs Somebody de’ The Blues Brothers; da Another Brick in The Wall dei Pink Floyd a Smoke on the Water dei Deep Purple ed a Surfin’ USA dei Beach Boys.

L’azione prende dunque il via in un ristorante dove si danno appuntamento un coatto ed una volubile ed avvenente finto-intellettuale radical chic: il pubblico è così implicitamente chiamato ad assistere il primo nei suoi goffi tentativi di far colpo sulla seconda. La scena si sposta allora in un altro ristorante, dove si incontrano un uomo colto ed affascinante ed una bella ragazza affetta da una strana amnesia che la colpisce se malauguratamente rimane in silenzio per più di cinque secondi; il pubblico passa dunque a fare la conoscenza del famoso poeta giapponese Hakira Sakamoto, che colpisce per la raffinata quanto superficiale conoscenza della lingua italiana e dell’inviato italo-francese Forlozzo D’Amélie-Poulain che si cimenta, nonostante le difficoltà di pronuncia connaturate alle sue origini in parte transalpine, con la cronaca dell’avventura sportiva dell’improbabile Ambra Rabacci.

La scena si sposta quindi nello studio d’un medico generico, alle prese, ancora una volta, con le incomprensioni nel rapporto uomo-donna, per poi passare in quello di uno psichiatra mentre visita un paziente dalle personalità multiple; si assiste dunque all’incontro tra un “romano de Roma” ed un “bauscia” milanese, per poi spostarsi all’interno di un negozio di dischi dove un paziente commesso prova a trovare al suo ingenuo cliente una canzone senza conoscerne il titolo né l’autore. Lo spettatore viene accompagnato allora alla fermata dell’autobus dove, per passare il tempo, Lillo e Greg provano senza successo a dar vita ad un giochetto che implichi un minimo di destrezza intellettuale; negli interni di un teatro dove Lillo, Greg e Vania Della Bidia fanno a gara per accaparrarsi il ruolo più spaventoso (o, meglio, il più “visibile”) nella messa in scena di un horror; e, infine, ad una “cena di cazzari” dove gli invitati si cimentano in un’esilarante gara a chi la racconta più grossa.

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L’ispirazione per queste gag è dunque senza dubbio molto leggera; gli sketch paiono sgorgare in maniera tanto naturale da considerazioni, pensieri ed eventi della realtà di tutti i giorni quanto paradossale ed assurdo è spesso il loro svolgimento. Non è dunque un caso che lo spettacolo si chiuda con l’esilarante e geniale Quanto Puzza Lillo, una canzone tutta giocata sulla presunzione di Greg di negare qualsiasi possibilità d’identificazione tra il soggetto del testo, un fantomatico Lhyrhlo(w5) e la persona di Lillo, che invece quest’identificazione la coglie e, di conseguenza, protesta vigorosamente.

Si ride perciò con leggerezza; eppure qualche sketch pare davvero troppo banale per riuscir a strappare un sorriso (vedi il gioco di parole tra “sentirsi male” e “sentire male”). Ciononostante, complice anche la presenza dei succitati improbabili stacchetti musicali, che conferiscono all’intera performance un qualche senso d’unitarietà, lo spettacolo si regge sulle sue gambe: l’effetto di straniamento tipico della comicità del duo trasporta lo spettatore in un’altra dimensione, nella quale le illogicità e le stranezze della vita di tutti i giorni assumono un senso nuovo, privo di qualsiasi connotazione valoriale. Ciò finisce dunque per rendere queste illogicità e queste stranezze accettabili anche per coscienza dell’individuo qualunque che, attraverso questo processo di decostruzione, riesce a comprendersi meglio ed accettarsi così com’è, con i suoi difetti e le sue imperfezioni. Avreste mai pensato di riuscire a far tanto, Lillo&Greg?

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