Ciak! Sconfinare: Alla morte di dio! – 8½ di Federico Fellini

Guido e Carla truttacata da "porca" in una sequenza di 8 1/2. Source: Wikipedia

8 ½ è un film di Federico Fellini, il terzo a vincere il Premio Oscar come miglior film straniero. Il titolo rispecchia l’anima autobiografica della pellicola, che si colloca in ordine cronologico dopo i sei film interamente realizzati da Fellini, uno co-diretto, e altri due cortometraggi che fanno parte di film a episodi.

Il film analizza la crisi di un regista, Guido, che si trova in un momento di aridità artistica. Cercando tra i ricordi d’infanzia e perdendosi nel suo subconscio onirico, si ritrova dopo mesi con stravaganti e costosissime scenografie ma poche idee riguardo al film. Quando finalmente viene messo di fronte ad una scelta, Guido si ribella e tenta di fuggire insieme alla bella Claudia ma solo per scoprire di non poter più scappare dalla propria cinica apatia.

Il protagonista, Guido, è un chiaro alter ego del vero regista; usando chiavi interpretative psicanalitiche, Fellini riflette sui grandi temi della civiltà occidentale: la morte, la giovinezza, il sogno, la realtà, il tempo e l’amore. È un film complesso perché la cinepresa si sposta magistralmente dalla “realtà oggettiva” (se così si può chiamare), a ciò che il regista immagina, sogna o ricorda; una sorta di meta-immedesimazione tra Fellini ed il suo alter ego che smonta i temi farseschi delle musiche trionfali, e ci consegna un film onesto e disilluso, che si analizza attraverso le figure del critico e della moglie ma trova la risposta in un finale gioioso e pieno di speranza.

Federico Fellini. Source: Wikimedia

I temi del sogno e del ricordo spesso si mischiano e lasciano perciò molti squarci interpretativi.
Lo testimonia il tema della gioventù di Guido, ripreso spesso ed associato ai temi della morte e della claustrofobia, ma anche della vergogna e dell’inadeguatezza. Una vera catarsi per il protagonista che rivive, nella dimensione onirica, gli incontri casuali della sua vita, e cerca di trarne un film di denuncia e rivendicazione. Il tutto inserito in una storia intelligente ed emotiva che ci lega al protagonista e ci vede vulnerabili nella nostra consapevolezza di essere essenzialmente soli.

Il continuo rincorrersi di elementi del sogno all’interno della realtà, e di elementi reali nel sogno, simboleggia lo scoramento dell’artista che riconosce la sua incapacità di definire ciò che è reale da ciò che non lo è. Quest’aspetto è chiave nel continuo mettere e togliere gli occhiali da parte di Guido, che, in questo modo, si isola dal mondo oggettivo e si immerge nella sua percezione relativa, come se gli occhiali fossero il simbolo di una mediazione emotiva che ci rende possibile rivivere gli eventi effettivi in una luce personale.

Otto e mezzo è certamente un film che gratta sotto la polverosa superficie del cinematografo, riscoprendo la modernità di un archetipo antico: un eroe tragico che vince il suo fato solo nel momento in cui accetta l’inutilità del suo sforzo poietico.

La dualità del regista si distingue sempre secondo la formula di realtà e fantasia: nel piano onirico disprezza la vecchiaia e costruisce un harem pieno delle donne che nella realtà lo soffocano di richieste, mentre lo viziano e coccolano nel sogno. Rivoltatasi una sua concubina che vuole trasgredire alla regola dell’età, Guido sistema il cappello come un vero cowboy e si getta in una sequenza degna dei migliori domatori circensi, durante la quale frusta le rivoltose riportando la pace nell’harem.

Il climax finale del film ci coglie impreparati: abituati al placido e sfuggente menefreghismo di Guido, interpretato da un grandissimo Marcello Mastroianni, il triplice ammonimento di Claudia ci consegna la risposta che Guido tanto cercava: ”Perché non sa voler bene”. Ed è dopo aver rifiutato per l’ennesima volta di essere salvato che Guido riesce a riscoprire il significato di voler bene, in un finale a metà tra il giocoso e il farsesco.

Infine chiedo scusa ai pochi (veri) Nietzschiani tratti in inganno da un titolo ambiguo. Nell’era dei social, noi tutti conosciamo il fastidio delle citazioni colte volte a mascherare l’inutile vacuità dei contenuti che incorniciano. E nonostante io speri, forse con arroganza, di non rientrare in questa categoria, Federico Fellini in questo suo capolavoro che è 8 ½ fin da subito ci presenta il personaggio che esprime la sterilità di una cultura senza profondità: il critico francese. La sua parlantina forbita nasconde dietro una spietata analisi delle stanche idee di Guido Anselmi, una vuotezza di temi ed un’incapacità di concepire il vero e puro atto creativo che sta alla base (anche semantica) dell’opera poetica.

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