Ciak! Sconfinare: Il postino, o del guardare al mondo con poesia

Quando la spieghi la poesia diventa banale, meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni che può svelare la poesia ad un animo predisposto a comprenderla.

Mario Ruoppolo non è che un giovane italiano disoccupato tra tanti, in un Sud Italia da poco superstite della Seconda Guerra Mondiale che cerca di darsi un tono all’interno di conflitti ideologici internazionali che vanno ben oltre la vita semplice e tranquilla di un piccolo villaggio di mare. Figlio di un pescatore di poche parole che non ha però alcuna intenzione di seguire le orme del padre, Mario incappa quasi per caso in un lavoretto che stravolgerà per sempre la sua vita di uomo semplice e genuino, che si sente stretto tra le mura invisibili di una comunità minuscola. Nel villaggio è arrivato da poco un nuovo, incredibile abitante: è il genio della letteratura mondiale e personaggio chiave del comunismo internazionale Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto – per tutti, Pablo Neruda. Vive isolato, in una bella casa lontana del centro, in esilio dalla propria adorata patria, il Cile, insieme alla splendida moglie Matilde: il lavoro di Mario – che non è analfabeta come gran parte del resto degli isolani, ma “sa leggere e scrivere…senza correre, però” – è quello di recapitare al poeta le centinaia di lettere di ammirazione e sostegno a lui indirizzate che sommergono l’ufficio postale del villaggio.

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Sono presupposti semplici, quelli che introducono Il Postino, capolavoro del cinema mondiale ed ultima fatica di quel Massimo Troisi morto troppo giovane, a sole 12 ore dalla fine delle riprese. Tratto dal romanzo “Il postino di Neruda” di Antonio Skàrmeta – che era però ambientato ad Isla Negra, in Cile, e seguiva la drammatica storia del Paese latinoamericano dagli anni precedenti all’elezione di Salvador Allende, grande amico di Neruda, al golpe di Pinochet – questa pellicola del 1994, diretta dal britannico Michael Redford, già noto per la trasposizione cinematografica di 1984, può benissimo considerarsi una dichiarazione d’amore profonda ed infinita al potere della poesia come anello intrinseco di congiunzione tra ogni animo umano. Incarnata inizialmente, e naturalmente, dal personaggio di Neruda (interpretato da un Philippe Noiret stoico ma dall’espressività a tratti commovente), primo uomo di lettere che il giovane Mario (dal volto stanco ma tenace, appunto, di un Troisi che per girare questo film decise di postporre un vitale trapianto cardiaco perchè “questo film lo voglio fare con il mio cuore“) conosce in vita propria, la poesia lentamente pervade il piccolo universo del postino, aprendogli possibilità prima nemmeno immaginate.

Inizialmente in punta di piedi e quasi chiedendo scusa per la propria esistenza – in un modo tutto troisiano, che si confà a pieno con l’immagine del “comico dei sentimenti” che il grande attore napoletano ha saputo mantenere di sè nell’arco di tutta la propria brillante carriera – il postino Mario entra nella vita di un personaggio storico e letterario del calibro di Neruda e riesce, quasi inaspettatamente, a lasciarvi un segno indelebile. E, indubbiamente, la prima metà del film è incentrata totalmente sullo sviluppo di un rapporto inatteso: quello tra un uomo curioso ma ignorante, che nemmeno sa cos’è una metafora ma che non può sopportare una vita da pescatore come quella del padre, e un grandissimo intellettuale inizialmente distante e un po’ scocciato dalla presenza invadente del proprio postino, poi sopreso ed intrigato dall’aver trovato un’anima affine che condivide la sua stessa Weltanschauung – senza, ovviamente, avere idea di cosa sia. «A me mi piaceva pure quando avete detto “Sono stanco di essere uomo”, perché è una cosa che pure a me mi succede però non lo sapevo dire…E quando l’ho letto m’è piaciuto molto» dice Mario, alle prese con il primo libro di poesia della sua vita, le Odes elementales.
Timido ed impacciato, il personaggio di Troisi racchiude però al suo interno una vitalità ed una profondità che spesso le storie di uomini semplici non ritraggono: c’è una voragine all’interno del figlio di un pescatore così come dentro ad un futuro Nobel per la Letteratura, e queste voragini tanto simili si riconoscono e dialogano, rafforzando il rapporto speciale tra i due giorno dopo giorno, metafora dopo metafora. La poesia non è così appannaggio di qualche intellettuale lontano dal mondo, chiuso nella sua asettica e polverosa libreria: poesia è qualcosa che sgorga spontaneamente da un’anima che incontra sè stessa per la prima volta, che apre nuovi occhi sul mondo ed ammira per la prima volta tutta la bellezza da cui è sempre stata circondata. Nel volto popolare ed incredibilmente espressivo di Troisi leggiamo, così, la meraviglia di un primo, inedulcorato e profondissimo amore (la donna in questione è la bellissima Beatrice interpretata da Maria Grazia Cucinotta, che diventerò moglie del postino e madre di suo figlio) che non ha le caratteristiche di una mera passione fisica ma si innalza tramite le parole che il postino “ruba” al poeta per conquistare la donna…perchè, in fondo, la poesia non è di chi la scrive ma di chi gli serve“.

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In tutto ciò rimane sullo sfondo, plasmando però con la forza trascinante di un’epoca di enormi cambiamenti, il flusso insorabile della storia: Neruda stesso si è ritrovato, d’altronde, sull’isola di Mario perchè esiliato dal proprio Paese, del quale sente indelebile nostalgia. L’impegno sociale e la politica irrompono nella vita di Mario insieme a Neruda, proprio com’è accaduto con la poesia: aperti gli occhi all’improvviso nel mezzo di una conversazione sull’approvvigionamento dell’acqua nell’isola (“Finisce all’improvviso perché qua arriva la nave cisterna ma una volta al mese, e allora l’acqua finisce. Abbiamo questo problema, loro dicono che ci danno l’acqua diretta, ma questo da un sacco di tempo…” “E voi non dite niente.” “E che dobbiamo dire noi… cioè mio padre sì, lui ogni tanto bestemmia ma…da solo...”) il postino comincia a notare le ingiustizie presenti anche nel proprio villaggetto, dove uno dei pochi ricchi, appartenente alla Democrazia Cristiana, continua a farsi campagna elettorale promettendo straordinari cambiamenti ma non muove davvero un dito per aiutare nessuno una volta eletto. Così, nella seconda parte della pellicola si consuma un cambiamento rivoluzionario nell’animo di Mario: una volta fatto ritorno Neruda nella sua patria, l’ex postino continua a leggere e scrivere poesia costantemente e si interessa profondamente al comunismo, al punto da diventare un militante. È il compimento di una storia di formazione interiore ed intellettuale che riflette allo stesso tempo l’attenzione e la delicatezza che Troisi mostrava nei propri film alla realtà sociale italiana.

Nonostante un finale dolorosamente drammatico – o forse pure grazie ad esso – anche a distanza di anni Il Postino rimane una pellicola di altissimo valore artistico ed emotivo. Di più: è un omaggio ad una semplicità che non è, almeno questa volta, sinonimo di povertà ma piuttosto simbolo di una genuinità ed una purezza nel guardare il mondo che si riconosce ai bambini ma che sarebbe bellissimo poter ritrovare. Una semplicità che si ritrova tutta, in modo commuovente, nell’immagine del postino Mario che, armato di microfono e mangianastri, percorre a piedi l’isola per registrare la bellezza del luogo in cui è nato e dove ha sempre vissuto, che per tanti anni aveva ritenuto noioso e sterile.

“Numero uno: onde alla cala di sotto…piccole. Numero due: onde…grandi. Numero tre: vento della scogliera. Numero quattro: vento dei cespugli. Numero cinque: reti tristi di mio padre. Numero sei: campane dell’Addolorata…con prete. Numero sette: cielo stellato dell’isola. Bello però, non me n’ero mai accorto che era così bello. Numero otto: cuore di Pablito.”

About Viola Serena Stefanello 83 Articles
Studentessa del terzo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche. Co-curatrice di Sconfinare Jukebox e CIAK! Sconfinare. Travel blogger e factotum a tempo perso. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte.

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