CIAK Sconfinare: Quando c’era Berlinguer

 

Esiste qualcosa di emblematico già dalla prima scena del film: nel momento in cui viene chiesto ai ragazzi del liceo sardo Atzuni (liceo frequentato da Enrico Berlinguer) come ai ragazzi di altri licei d’Italia chi fosse Berlinguer questi rispondono per lo più con plateale ignoranza ai limiti della comicità, mentre atri dimostrano di conoscere la sua storia e il suo ruolo da leader politico e carismatico del nostro paese. Questa piccolissima panoramica sull’ Italia di oggi è un pretesto per distaccarsene immediatamente, per percorrere quel tempo passato da cui emerge un ricordo disincantato e nostalgico su questo politico che ha rappresentato un unicum nel nostro paese e nell’Europa del tempo.

Nella pellicola di Walter Veltroni, la storia di Berlinguer viene narrata non solo dal punto di vista istituzionale, ma anche nella parte più introspettiva della sua figura: dalla malattia della madre, passando per il suo rapporto con l’ambiente scolastico fino ad arrivare ai suoi rapporti con gli altri politici rappresentativi del tempo. E’ una narrazione a più voci, tra cui quella di Sergio Rubini e quella di un Toni Servillo totalmente scevro dal suo accento napoletano. Ma non sono gli unici, poiché tanti sono gli interventi all’interno del film: di affetti familiari, come Bianca Berlinguer, di avversari e altri esponenti all’interno del PCI, come Pietro Ingrao e Giorgio Napolitano, oppure di Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano La Repubblica. E’ una poliedricità compiuta quella di Veltroni, perché riesce a far comprendere allo spettatore un leader politico in maniera diversa da come potrebbe dipingerlo un libro di storia, data la molteplicità di interventi e di opinioni differenti tra di loro, legate tutte da un valore inalienabile: l’emozione. E’ con l’emozione che viene raccontato Berlinguer, in particolare nei momenti più drammatici della sua carriera politica: l’attentato sventato in Bulgaria, l’omicidio di Aldo Moro, definita la sua prima morte prima di quella al congresso di Padova, il monocolore democristiano dopo il sorpasso del PCI sulla Democrazia Cristiana. Tanti sono i rimpianti e tanta è la solitudine in cui versa Berlinguer, esemplificata nell’espressione “troppo filo-americano per i sovietici e troppo filo-sovietico per gli americani”.

Lo spettatore più giovane viene immerso in un mondo che difficilmente riesce a comprendere partendo dagli scenari più odierni, e non sente direttamente prorpie quelle immagini d’epoca – come il prato lasciato deserto di piazza San Giovanni dopo i funerali di Berlinguer in cui svolazzano copie de L‘Unità -, mentre più facilmente può concepire l’immagine di Bettino Craxi, che in una contestazione al leader comunista afferma che se fosse stato presente, avrebbe fischiato anche lui. E’ una climax discendente, in cui Veltroni porta il giovane attraverso due mondi, per certi versi distanti tra loro, e mano a mano che ci si trasferisce da un mondo all’altro il rispetto tra leader politici si assottiglia e certi valori, come la stima reciproca, viene meno, scivolando verso quella che Omero definiva civiltà di vergogna. Questo è visibilissimo nella foto della stretta di mano tra Berlinguer e Craxi.

La colonna sonora, composta da Danilo Rea, musicista jazz, contribuisce a rendere famigliare quel clima drammatico ma allo stesso tempo commosso che percorre il film, senza mai essere di troppo con la narrazione documentaristica.

Questo è un ricordo, una nostalgia probabilmente: ma non una nostalgia negativa, bensì una nostalgia che porta lo spettatore ad analizzare al meglio una delle figure politiche italiane più significative del secolo scorso, un rivoluzionario, l’uomo dell’eurocomunismo e del compromesso storico, che, forse, ancora oggi avrebbe qualcosa da trasmettere.

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