CIAK! Sconfinare: The Revenant

Alejandro Gonzales Inarritu si cimenta con il classico (e difficile) compito di non deludere le aspettative dopo la regia di un film perfetto e pluripremiato qual è stato Birdman, vincitore di quattro Premi Oscar (tra cui quello di miglior film) e di due Golden Globe, che ha lo ha consacrato come uno dei più influenti registi del panorama americano ed internazionale. Tenta questa sfida con The Revenant – Il Redivivo, che, in attesa degli Oscar 2016, si è già aggiudicato quattro Golden Globe. Ma sul dato pratico la pellicola si avvia, senza mezzi termini, verso un’eccessiva ed estenuante pesantezza.

Lo spettatore viene catapultato nel 1823, un secolo in cui tanti Europei guardavano con interesse agli orizzonti americani per ragioni di profitto e arricchimento personale. La pellicola segue le peripezie di Hugh Glass (interpretato da Leonardo Di Caprio), trapper la cui unica ragione di vita è Hawk, figlio avuto da una nativa americana. Essendo l’unico a conoscere le terre con dimestichezza, possiede due delicati compiti: riportare i compagni di viaggio al forte e salvaguardare l’incolumità del figlio. 

L’inizio della serie di disavventure che tormentano Glass per tutta la durata del film si ha quando questo viene aggredito da un orso grizzly, che gli provoca ferite mortali. Da qui la pellicola tende a infliggere due sensazioni nette allo spettatore: il freddo glaciale ed il dolore atroce delle ferite del protagonista. Queste due si miscelano di continuo e quel che ne viene fuori è che la sensazione di sofferenza che affligge il protagonista non cessi nel momento in cui una scena movimentata si conclude, ma imperversi anche, e in alcuni casi con toni maggiori, negli attimi di maggiore lentezza del film. ll culmine della pesantezza scenica è raggiunto quando, morto il cavallo che galoppava, Hugh, ferito e infreddolito, gli squarcia lo stomaco rimuovendone gli organi per inserirsi al suo interno per la notte. E’ una metafora brutale della condizione umana e delle necessità a cui un uomo non sognerebbe mai di esporsi che, però, incombono nel momento in cui le poche risorse che questo possiede vengono vaporizzate ed è possibile contare solamente su sé stessi ed il proprio attaccamento alla vita. Ciò detto, l’insieme delle peripezie a cui assistiamo risulta eccessivo proprio perché, sul piano emotivo, sembra non dare mai sosta al protagonista anche in quei (rari) momenti di tranquillità in cui la sopravvivenza dello stesso non viene minacciata da alcunché.

Elemento a favore della pellicola rimane, d’altro canto, la stupenda fotografia ad opera di Emmanuel Lubetski: inquadrature perfette riescono ad immortalare nelle loro migliori peculiarità le montagne, i pini e le pianure, comprendendo sia tratti di paesaggio innevati che non, al fine di creare un contrasto cromatico che nella propria sublimità non può passare inosservato durante la visione del film. 

Lodevole e affascinante è anche la colonna sonora di Ryuichi Sakamoto, già Premio Oscar nelle stesse vesti con quella dell’Ultimo Imperatore. Seguito come sempre dalla sua orchestra di venticinque elementi, riesce a produrre melodie sofisticate a metà tra Occidente e Oriente che sembrano creare un tutt’uno con lo sterminato panorama degli Stati Uniti centrali.

Al confronto con altre grandi pellicole che lo hanno visto come protagonista, Di Caprio, pur con una buona interpretazione, non sembra all’altezza del tanto agognato Oscar essenzialmente per un motivo: non essendo mai svincolato in un solo momento dal ruolo di sofferenza che gli è richiesto, si crea una certa monotonia sia per quanto riguarda la sua prestazione che per l’andamento generale del film in cui è, di fatto, onnipresente. Forse oggi, in un momento in cui tutto il linguaggio cinematografico sembra già essere stato utilizzato, da uno dei maggiori attori e da uno dei maggiori registi del panorama contemporaneo ci si potrebbe aspettare un lavoro meno monocorde.

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