CIAK! Sconfinare: The Russian Woodpecker – Il complotto di Chernobyl

Pregnante, illuminante, a tratti commovente. Così definirei il nuovo film documentario di Chad Garcia, proiettato in anteprima all’International Journalism Festival, svoltosi a Perugia dal 6 al 10 aprile.

The Russian Woodpecker investiga circa il disastro nucleare occorso in Ucraina nel 1986, in occasione del quale un reattore esplose nel corso di quello che doveva essere un normale test di sicurezza, generando una nube tossica che si estese su tutto il continente e provocò gravissimi danni tra morti, malati infetti dalle radiazioni, oltre a ripercuotersi sull’agricoltura e sull’ambiente.

Diversamente da un normale documentario, quello proposto ricava una forza tutta particolare dall’osservazione della vicenda da una lente speciale: è Fedor Alexandrovich, giovane artista ucraino, la forza motrice della produzione, ed è suo il genio che permette di far convogliare storia e arte, raccontando drammi e segreti del passato attraverso una fotografia intensa, di fronte alla quale lo spettatore non può rimanere indifferente. La particolare sensibilità di Fedor, oltre a causargli diverse incomprensioni tra amici e colleghi, lo spinge a intraprendere un progetto tanto onorevole quanto di dubbia riuscita e, soprattutto, estremamente pericoloso. Il pittore era solo un bambino allorché il reattore scoppiò, ma a distanza di anni decide di fare delle ricerche per delucidare il quadro attorno a questo evento drammatico, le cui reali cause non si sono mai conosciute.

Fedor intervista tecnici, direttori, guardie, ex dipendenti e riesce, con molto fatica e dopo diverso tempo, a unire elementi che inizialmente sembravano privi di senso; il più delle volte si scontra con paura o ignoranza dei fatti da parte di coloro che avevano ricoperto ruoli subalterni, e scontrosità, diffidenza o insulti da chi invece aveva una poltrona importante, dimostrando gli strascichi di quella che il protagonista definisce una “mentalità sovietica”, ovvero la fermezza nel non violare il giuramento di fedeltà e segretezza stretto allorché il paese si trovava sotto l’Urss.

Finalmente Fedor comprende il nesso tra la costruzione di un gigantesco radar, chiamato Duga, e l’esplosione del 26 aprile. Tale Duga era la fonte da cui proveniva il cosiddetto “picchio” – da cui il titolo del film –, ovvero una frequenza bassa e martellante che disturbava le comunicazioni radio occidentali, costruita evidentemente per scopi strategici nel contesto della guerra fredda. La sola Duga –  un’enorme struttura metallica che svetta a pochi chilometri dall’impianto dei reattori – era costata una cifra ben  superiore all’intera centrale di Chernobyl, ma poco dopo la sua costruzione  si rivelò non funzionante. Che l’esplosione non sia avvenuta per un tragico incidente? Che fosse piuttosto stata volontariamente innescata per coprire una spesa folle per un ammasso di materiale perfettamente inutile? Queste le domande di Fedor; intenzionato a recarsi a Mosca per seguire le tracce della rete che stava via via venendo a galla, ormai in possesso di dati e nomi, il pittore fa una brusca virata nei suoi progetti e, dopo aver ricevuto diverse minacce e avvertimenti, la preoccupazione per la sorte propria e dei suoi cari lo inducono a lasciare l’Ucraina.

Sarà con lo scoppio della rivoluzione nel 2014 e l’insorgere della popolazione, decisa ad affrontare le autorità governative nelle piazze in scontri violenti e non privi di vittime, che Fedor troverà il coraggio e la motivazione necessari per tornare in patria. Dall’alto di un palco, cui l’accesso era stato espressamente vietato, Fedor rivela ciò che ha scoperto e, dall’indignazione frutto della consapevolezza di un potere lontano ma soverchiante, trae la forza per incitare il proprio popolo alla ribellione.

Ai dialoghi e alla ripresa dei progressi di Fedor nella sua ricerca, si alternano sequenze in cui il protagonista assume pose o fa gesti simbolici, che ne rivelano l’animo creativo e permettono allo spettatore di assorbire il sentire del personaggio, con una carica emotiva che esprime rabbia, condanna, dolore. Spesso ciò è raggiunto attraverso una contrapposizione di elementi, come quando si vede il pittore che, completamente nudo, si erge con una fiamma al centro di un lago le cui acque sono altamente nocive a causa delle radiazioni. Il fuoco diventa allora il popolo che si solleva, l’indignazione di coloro che pretendono giustizia e verità, a cui si contrappone un’acqua contaminata, infetta dalla menzogna e dalla sete di potere, che non porta la vita ma lascia dietro di sé solo morte e desolazione.

Vincitore del Gran Premio della Giuria a Sundance 2015 e presentato in anteprima italiana a Biografilm 2015, dove ha vinto il premio Premio Hera “Nuovi Talenti” per la migliore opera prima, Il complotto di Chernobyl è un esempio riuscito di testimonianza storica e creazione artistica. Nelle sale a partire dal 7 aprile, non vi resta che correre a mettervi in coda.

About Alessandra Veglia 16 Articles
Studentessa del Terzo anno del Sid, caporedattrice per Sconfinare. Scrivere è per me una terapia, alla stessa maniera dello sport e dell'arte. La passione per le lingue e le culture straniere segue passo passo. Per il momento nessun progetto di vita concreto, spero in un'ispirazione improvvisa che sorga in qualche luogo ameno, come la cima di una montagna, una spiaggia deserta o la doccia di casa.

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