Ciak! Sconfinare: Westworld

Non si dà agli ospiti quello che lei crede che vogliano, è semplice. Titillazione, horror, euforia, le politiche. Gli ospiti non tornano per le cose ovvie che facciamo, per le cose vistose; loro tornano per le sottigliezze, per i dettagli. Tornano perché hanno scoperto qualcosa che credono che nessuno abbia mai notato prima; qualcosa di cui si sono innamorati. Non cercano una storia che dica loro chi sono; loro lo sanno già, chi sono. Sono qui per sapere chi potrebbero essere”.

Capita, a volte, che la fantascienza smetta di essere quel genere “basso” a cui spesso viene ingiustamente relegata e arrivi a risvegliare nel lettore – o nello spettatore – domande inquietanti, relegate in un angolino dimenticato del cervello. È quello che succede spesso leggendo Asimov, o ciò che lascia piacevolmente stupiti quando 2001: Odissea nello spazio si chiude tra le note di Strauss. È il caso di Westworld, ultima punta di diamante di quell’universo HBO che ci aveva già ampiamente conquistati con Game of Thrones.

Cos’è Westoworld? C’è chi lo definisce “un’oscura odissea sull’alba della coscienza artificiale e sul futuro del peccato”chi parla di una nuova storia che tratta in modo inedito ed originale il tema sempreverde della segregazione, della sopraffazione del forte sul debole e di un’apparentemente impossibile rivalsa rivoluzionaria. Il concetto che sta alla base è relativamente lineare: nella più squisita tradizione à la Jurassic Park, ci troviamo immersi in un futuro parco dei divertimenti a tema old wild west abitato da androidi la cui memoria viene ciclicamente cancellata, dove i ricchi e spregiudicati ospiti possono sfogare in qualsiasi modo possibile le proprie frustrazioni e i propri più cupi desideri senza alcuna ripercussione legale o morale. Volete stuprare una dolce, bionda ragazzina di campagna dopo aver riempito di proiettili suo padre davanti a lei? Sognate di far fuori l’intera popolazione di un villaggio? Non vi dispiacerebbe prendere lo scalpo a qualche sporco indiano? Westworld non aspetta che voi. In fondo, sono soltanto stupidi robot, no? Non sanno, non capiscono, non provano veramente emozioni umane.

La protagonista Dolores, interpretata magistralmente da Evan Rachel Wood
La protagonista Dolores, interpretata magistralmente da Evan Rachel Wood

Da questi presupposti – che già potrebbero allarmare gli spettatori dai cuori più teneri, ma insomma, state guardando una serie HBO, non la Melevisione – si sviluppa però, tra colonne sonore di altissimo livello suonate delicatamente al piano e storie d’amore improbabili e perverse, un filo narrativo molto più sottile, che va ben oltre il mero plurimo omicidio o i battibecchi tra membri del Consiglio Direttivo su come sfruttare al massimo la gallina dalle uova d’oro. Seguendo (con una certa difficoltà, se non si presta attenzione fin da subito anche al minimo particolare) i frenetici spostamenti dei protagonisti da una parte all’altra dell’enorme parco a tema così come nei retroscena tecnologici e asettici di Westworld, in diversi piani temporali che si inseguono come un cane che tenta di acchiapparsi la coda, lo spettatore viene risucchiato in questioni etiche e psicologiche che portano a graffiare disperatamente i limiti dell’autocoscienza umana. “Sei abbastanza sveglio da capire che c’è un disegno più grande, ma non abbastanza da vedere qual è,” dice Theresa nel primissimo episodio – ed è così, in effetti, che ci si sente un po’ tutti.

Allontanandosi bruscamente da Il Mondo dei Robot, lungometraggio de 1973 di cui inizialmente Westworld doveva essere un semplice remake, il motivo per cui gli androidi cominciano a dare segni di autocoscienza non è imputato infatti a un semplice virus o allo scherzo di qualche simpatico programmatore ma è legato intimamente a una delle domande che tengono sveglia la notte l’umanità dall’alba dei tempi: dove comincia e dove finisce il libero arbitrio? Siamo davvero padroni del nostro destino? Che significato dare alla coscienza? Mentre i più nerd si emozionano pensando a un futuro arricchito dall’intelligenza artificiale e i più edonistici saranno soddisfatti da qualche scena di sesso tattica piazzata qui e là e la tendenza tutta HBO ad assumere attrici dai seni che sfidano la forza di gravità, è inevitabile per chiunque segua veramente la serie per la trama giungere alla decima puntata con un bagaglio di domande esistenziali che vorrebbero tanto una risposta semplice e rassicurante. Se l’evoluzione progressiva degli androidi fa sudare freddo e d’altro canto il comportamento sadico e gratuitamente malvagio di tanti personaggi un po’ fa auspicare che davvero i robot acquisiscano coscienza e facciano piazza pulita di quei prototipi malfunzionanti e guasti che popolano la terra, alla fine della fiera non solo preme con prepotenza la domanda che spesso la fantascienza pone (se gli androidi sono senzienti e autocoscienti proprio come noi, chi siamo per continuare a ritenerli oggetti e per usarli e nostro piacimento?) ma ci si trova a riflettere su problemi da un lato etici, da un lato filosofici.

Lo scienziato ed ideatore di Westworld Ford, dal volto di Anthony Hopkins
Lo scienziato ed ideatore di Westworld Ford, dal volto di Anthony Hopkins

La prima domanda, spinosa soprattutto in un’epoca di folle globalizzazione in cui viviamo spudoratamente alle spalle di paesi sfruttati fino all’osso, è la seguente: c’è un limite allo sfruttamento e al potere che un gruppo di esseri senzienti in posizione di forza può esercitare su un altro gruppo di propri simili? Qual è? E non sarebbe forse diritto degli sfruttati quello di ribellarsi alla tirannia, una volta resisi conto della propria insostenibile condizione? Abbandonando la filosofia politica, l’altro interrogativo si rivela essere di forse ancor più difficile risposta: qual è il singolo elemento che rende veramente un essere senziente ed autocosciente? A ciò, gli autori della serie sembrano trovare una risposta affascinante sebbene controversa, comunicata al pubblico con le parole di un Ford interpretato magistralmente da Anthony Hopkins in memoria del defunto Arnold: sarebbe la teoria della mente bicamerale, legata a un concetto di evoluzione psicologica graduale che porta all’autocoscienza. Un’autocoscienza che, inserita in un mondo violento ed ingiusto, non può che generare altro sangue. No alarms and no surprises, please. 

About Viola Serena Stefanello 83 Articles
Studentessa del terzo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche. Co-curatrice di Sconfinare Jukebox e CIAK! Sconfinare. Travel blogger e factotum a tempo perso. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte.

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