Cina e Vaticano ad un passo dallo storico accordo

Papa Francesco benedice la folla (Credits: Radicali e Dintorni/ Facebook)

Correva l’anno 1951 quando si consumò la rottura tra la neonata Repubblica Popolare Cinese e Città del Vaticano. La Santa Sede aveva riconosciuto Taiwan anziché la Cina comunista; da allora le relazioni tra i due stati sono state inesistenti. In Cina si sono create due chiese: una ufficiale e riconosciuta dallo stato cinese, la cui nomina dei vescovi spetta a Pechino ed è il cuore dell’accordo; l’altra è quella underground, vicina al Vaticano – da cui viene tuttavia spesso ignorata – e presa di mira dalla repressione cinese.

I dodici milioni di cattolici vicino alla Chiesa di Roma non hanno vita facile. Il Partito Comunista di Xi Jinping persegue i seguaci della chiesa clandestina e tende a controllare ogni aspetto della vita religiosa. Ad ogni modo, negli ultimi anni ci sono stati timidi segnali di riavvicinamento da parte del Vaticano. Già Benedetto XVI in una lettera aveva affermato che “La soluzione dei problemi esistenti non può essere perseguita attraverso un permanente conflitto con le legittime Autorità civili”.

Xi Jinping. Credits: Wikimedia Commons

Con l’elezione di Francesco nel 2013 e la nomina di Pietro Parolin come Segretario di Stato i contatti si sono riattivati: a dicembre è avvenuto un incontro riservato delle due delegazioni. Inoltre Papa Bergoglio – secondo il Global Times, considerato organo del Partito – è visto favorevolmente dall’opinione pubblica cinese e pertanto può portare avanti le relazioni tra Cina e Vaticano, risolvendo i relativi contrasti.

I segnali più lampanti dell’avvicinamento a questo accordo sono stati la distruzione di diverse chiese in Cina e la cosiddetta “diplomazia dell’arte”. Le prime, nonostante siano state giustificate da leggi sulle costruzioni abusive, hanno messo in agitazione il mondo cattolico. Lo smantellamento dei luoghi liturgici può essere letto come una prova di forza del Partito comunista, che vuole sottolineare la sua supremazia in vista dell’accordo.

Il secondo segnale di distensione è stato lo scambio di mostre dal tema “la bellezza ci unisce”: quaranta opere del museo etnologico “Anima Mundi” dei Musei Vaticani verranno esposte in Cina nella città proibita e in seguito in altre metropoli, come Xian e Shanghai. Contemporaneamente quaranta opere provenienti da collezioni cinesi saranno esposte in Vaticano nello spazio di “Anima Mundi”.

Piazza San Pietro, Roma. Credits: Wikimedia Commons

Si è giunti ora ad un passo dallo storico accordo – previsto per la fine di marzo – che potrebbe dare una svolta alle relazioni tra i due Paesi. Il patto riguarda la già citata nomina dei vescovi: Papa Francesco riconoscerà i sette vescovi nominati da Pechino, con l’intento di favorire il riconoscimento del pontefice come capo della Chiesa Cattolica in Cina. Nelle scorse settimane il Vaticano aveva chiesto a due vescovi della Chiesa romana di rinunciare ai propri incarichi, favorendo i nominati dal governo – uno dei quali era stato scomunicato da Roma nel 2011. In cambio, il governo cinese accetta l’ingerenza della Chiesa nelle questioni religiose. È la prima volta che ciò viene ammesso nella Cina comunista.

L’accordo avvantaggia la potenza asiatica, ma, secondo la Santa Sede, è meglio un cattivo accordo che nessun accordo. Una fonte vaticana ha riferito al Corriere della Sera che “i cinesi hanno il coltello dalla parte del manico e ogni volta che noi cattolici lo afferriamo, sanguiniamo”. Per il Vaticano il patto deve comunque essere stretto ufficialmente al più presto, poiché non firmare un accordo adesso, potrebbe complicare il dialogo in futuro. Questa tesi è stata confermata da altre dichiarazioni di funzionari vaticani alla stampa internazionale.

Papa Francesco. Credits: Wikipedia

Sono molti i vantaggi per la Repubblica Popolare Cinese. Innanzitutto otterrebbe una distensione diplomatica con la Santa Sede alle sue condizioni, per quanto mediate. Inoltre Pechino migliorerebbe il proprio status globale, avvicinandosi ad una normalizzazione della sua posizione a livello internazionale. Il governo cinese spera con questo accordo che le attenzioni dei Paesi e dell’opinione pubblica occidentali verso le frequenti violazioni dei diritti umani si smorzino.

Nonostante – come già detto – la Cina abbia il coltello dalla parte del manico, anche il Vaticano trarrebbe benefici da questa intesa. La Santa Sede prenderebbe atto di uno scenario multilaterale dove il gigante asiatico gioca un ruolo primario e fermerebbe l’emorragia di fedeli in Cina. Secondo le stime sul suolo cinese sono presenti 12 milioni di cattolici, ma – secondo l’Holy Spirit Study Center di Hong Kong – dal 2015 a oggi sarebbero scesi a 10 milioni. Inoltre la necessità di un chiarimento col governo cinese, che spesso limita con metodi decisamente poco ortodossi le attività religiose dei fedeli, è un punto fondamentale. A detta degli esperti della rivista statunitense Foreign Policy l’intesa è una mossa di realpolitik di Papa Francesco, in un epoca in cui “la diplomazia vaticana poggia su fondamenta traballanti e insicure”.

Non tutti si sono mostrati entusiasti dell’accordo. C’è infatti chi mostra un certo scetticismo e chi si oppone fermamente. È questo il caso dello storico cardinale e arcivescovo di Hong Kong, Joseph Zen Ze-kiun, da sempre avversario del regime. Zen è il punto di riferimento dell’opposizione alla linea conciliante di Bergoglio, che già da anni paventa l’idea di un accordo con la Cina e di un viaggio nello Stato asiatico. Il cardinale ha richiesto un incontro con il Papa per chiarire la decisione del pontefice di rimuovere i due sopracitati vescovi della Chiesa clandestina per promuovere dei vescovi vicini a Pechino. Dopo l’incontro con Papa Francesco, Zen ha parlato dell’incontro sul suo blog, in cui ha scritto che il pontefice “sta svendendo la chiesa” . Ha aggiunto che “se sono io il maggiore ostacolo nel processo per raggiungere un accordo tra il Vaticano e la Cina, sono più che felice di essere d’ostacolo”.

L’arcivescovo Joseph Zen Ze-kiun (Credits: Wikimedia Commons)

Quello che più ha stupito è stato il fatto che, secondo Zen, il Papa si sarebbe mostrato sorpreso dall’eventualità dell’intesa sino-vaticana. Non si sono fatte attendere le repliche di Greg Burke, direttore della Sala Stampa della Santa Sede: “Il Papa è in costante contatto con i suoi collaboratori, in particolare con la segreteria di Stato, sulle questioni cinesi”. A proposito della segreteria di Stato, il vescovo di Hong Kong aveva attaccato anche Pietro Parolin, definendolo “un uomo di poca fede che non capisce la reale sofferenza dei cattolici cinesi”.

Le opinioni più scettiche arrivano sicuramente dagli Stati Uniti. Gli esperti di Foreign Policy hanno storto il naso all’accordo tra Cina e Vaticano poiché concederebbe “un ruolo significativo al regime comunista cinese nella nomina dei vescovi cattolici romani in Cina”. Di fronte a questo riavvicinamento, a Washington interessa capire come si ripercuoterà sulla questione della difesa dei diritti umani e della libertà religiosa. Gli USA hanno comunque sottolineato il fatto di non essere ostili verso l’intesa tra i due Stati.

Oltre a Cina e Santa Sede, Taiwan costituisce un punto fondamentale della questione. Taipei osserva con preoccupazione lo sviluppo delle relazioni tra il regime di Pechino e la Chiesa, poiché Città del Vaticano è il suo unico alleato in Europa. La Repubblica di Cina aveva già subito un duro colpo lo scorso giugno, quando Juan Carlos Varela, presidente di Panama, aveva riconosciuto diplomaticamente la Repubblica Popolare Cinese, chiudendo l’ambasciata a Taipei. Ormai solo venti Stati – principalmente piccole entità in America centrale, nei Caraibi e nel Pacifico, insieme a Burkina Faso e Swaziland in Africa – riconoscono Taiwan.

Chiesa cristiana a Taiwu, Taiwan (Credits: jqazm/ Flickr)

In ogni caso il Ministero degli Esteri di Taipei ha evidenziato che i legami con Città del Vaticano rimangono forti e stabili, aggiungendo di voler diventare “partner insostituibile” del Vaticano riguardo alle questioni di assistenza umanitaria. Tuttavia, secondo Global Times la questione di Taiwan rimane di importanza secondaria, dato che “la mainland ha molti strumenti per esercitare pressione su Taiwan”. La Repubblica di Cina rischia quindi di perdere l’alleato di maggior peso.

Ci si chiede se dalle relazioni religiose si arriverà a quelle diplomatiche, conseguenza logica secondo alcuni alti prelati che seguono da vicino le trattative. La firma dovrebbe avvenire dalla fine di marzo in poi, dopo i lavori dell’Assemblea Nazionale del Popolo, che inizieranno il 5 marzo e proseguiranno per circa due settimane.

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