Ciò che inferno non è. Storia di luci nelle tenebre

Cattedrale di Palermo. Credits: Wikipedia

Ciò che inferno non è del giovane autore Alessandro d’Avenia, pubblicato nel 2014 e ambientato nella Palermo del 1993 racconta di Federico, un diciassettenne con un amore viscerale per le parole, perché “le parole danno alla luce le cose o danno luce alle cose” e tante domande nel cuore a cui nessuno sembra saper rispondere. Prima di partire per una vacanza studio ad Oxford, viene invitato da Padre Pino Puglisi, suo professore di religione, a Brancaccio per aiutarlo con i bambini del centro “Padre Nostro”.

Brancaccio è un quartiere malfamato di Palermo, controllato dalla criminalità organizzata dove 3P, cosi veniva affettuosamente chiamato Padre Pino Puglisi dai suoi alunni, combatte quotidianamente per dare un’alternativa di vita a bambini e giovani del quartiere, cercando di sottrarli dalle mani della mafia. Solo un passaggio a livello separa Brancaccio dal resto della città e quando Federico lo attraversa in quel preciso istante inizia la sua nuova vita, quella vera. Gli appare davanti agli occhi una realtà totalmente estranea, ma che inevitabilmente lo riguarda, fatta di strade controllate da uomini senza scrupoli, ma anche di persone come Lucia e Don Pino che gli insegneranno che nonostante Brancaccio sia un luogo di sopraffazione, violenza, odio e male, c’è sempre la speranza di riuscire a trovare nell’inferno ciò che inferno non è.

“Inferno è quando le cose non si compiono. Inferno è ogni seme che non diventa rosa. Inferno è quando la rosa si convince che non profuma. Inferno è un passaggio a livello che si apre su un muro. L’inferno è pura sottrazione, è togliere tutta la vita e tutto l’amore da dentro le cose”.

Ciò che inferno non è è il ritratto di una città lacerata dalla mafia, ma l’autore preferisce soffermarsi sulla vita degli uomini, delle donne e dei bambini che in quella città ci vivono e ci soffrono. D’Avenia racconta una storia inventata, quella di Federico, intrecciandola con la storia vera di Giuseppe Puglisi, il prete che cercò di combattere la mafia con il sorriso. Sorriso che non si spense nemmeno di fronte al mafioso che gli sparò sotto casa sua uccidendolo il 15 Settembre 1993. Nel momento della morte di Don Pino l’autore fa una profonda riflessione sulle cinque cose che tutti rimpiangono nel momento della morte: aver vissuto secondo le aspettative degli altri e non delle proprie, aver lavorato incessantemente, non aver detto abbastanza “ti amo”, non aver trascorso più tempo con chi amiamo e non essere stati più felici. Ecco, Don Pino sorride, perché sa di non avere nessuno di questi rimpianti.

Don Pino Puglisi. Credits: Wikimedia commons

Nonostante il protagonista “dichiarato” del romanzo sia appunto Federico, la sensazione leggendo il libro è che quest’ultimo sia una vera e propria celebrazione della vita di Padre Pino Puglisi: una toccante commemorazione della sua opera e della sua incessante lotta contro il male. L’autore, che ha conosciuto personalmente il prete in quanto insegnava nell’istituto frequentato dallo stesso D’Avenia, ne fa una descrizione commovente e struggente. Lo aiuta in questo il suo stile molto ricercato, tendente all’aulico e che risulta, secondo me, leggermente artificioso e verboso. Una scrittura aforistica, che forse perde di spontaneità. Soprattutto i primi capitoli appaiono contorti, lenti, sembra che non accada nulla fino alla morte del prete, dove il ritmo diventa più incalzante e la storia sembra, finalmente, iniziare. Forse troppo romanzato, quando di romanzesco in questa storia doveva esserci solo il narratore, perché purtroppo la mafia è cosa terribilmente reale e in questo racconto passa quasi in secondo piano.

Bisogna dire, però, che per quanto “costruito” possa sembrare il linguaggio usato dall’autore, egli sa fare un utilizzo magistrale delle figure retoriche. Spesso la sensazione è quella di stare leggendo una poesia in prosa: c’è un incessante lavoro di cesellatura linguistica del tutto simile a quella Petrarchesca e D’Avenia non ne fa certo mistero. I rimandi espliciti a Petrarca all’interno del romanzo sono infatti innumerevoli e per quanto ad alcuni possa risultare una scrittura leggermente forzata, che può piacere come no e non di sempre facile comprensione, le sue capacità linguistiche sono indubbie. Per non parlare delle descrizioni superbe che propone di Palermo e dei suoi abitanti, dei suoi chiaro-scuri, dei suoi punti di luci e di ombre che ambiscono a ricordare l’arte di Caravaggio.

Aldilà dei suoi virtuosismi letterari, ciò che rende questo libro apprezzabile è la sua “laicità”: Padre Pino Puglisi è un prete e come tale non può prescindere dal suo ruolo, ma visto attraverso gli occhi di Federico egli emerge per ciò che è, ovvero un uomo che con passione e coraggio cerca di ridare speranza e amore perché “togli l’amore e avrai l’inferno. Metti l’amore e avrai ciò che inferno non è”.

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