Clima da colpo di stato nella Polonia di Kaczyński: dopo due anni, l’Ue interviene

We will stand on principle or we will not stand at all”, diceva Margaret Thatcher, la Lady di Ferro. E l’Unione Europea, di principi ne ha tre: democrazia, abolizione della pena di morte e stato di diritto. Dopo quasi due anni di moniti, finalmente la voce di Bruxelles si è fatta sentire contro chi quei principi e, in particolare, lo stato di diritto, li sta calpestando: la Polonia di Jarosław Kaczyński.

Nella notte tra martedì 18 e mercoledì 19 luglio, la Dieta polacca, controllata dal partito estremista e nazionalista Diritto e Giustizia, di cui Kaczyński è leader assoluto, ha approvato l’ennesimo provvedimento che mina l’ordine costituzionale dello Stato e la separazione dei poteri: questa volta, era la riforma della giustizia. Le nuove quattro leggi prevedono che sarà il governo a nominare i presidenti dei tribunali e a decidere sul pensionamento dei giudici della Corte suprema e che sarà il Parlamento (cioè la maggioranza) a nominare quindici membri su venticinque del Consiglio superiore della magistratura. Il dibattito nella Dieta — durato una notte intera a causa delle interruzioni organizzate dall’opposizione — ha visto intervenire lo stesso Kaczyński, che si è scagliato contro i deputati di Piattaforma Civica (il partito popolare, di cui fa parte il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk): “Avete assassinato mio fratello, canaglie”. Ed è immediatamente riscoppiata la bagarre: la premier, Beata Szydło, ha cominciato ad applaudire vistosamente il leader del suo partito, l’opposizione ha cominciato a urlare e inveire contro Kaczyński al grido di: “Libertà per i tribunali!”, mentre i deputati della maggioranza accusavano: “Ladri! Ladri!”. Poi, ha preso la parola una deputata dell’opposizione: “In tre minuti, voi volete sopprimere la democrazia […]. State violando tutte le regole possibili e limitando il dibattito parlamentare, ma questo si sposterà nelle piazze!”. E così è stato, con migliaia di cittadini che si sono radunati davanti al parlamento al grido di “Rovesceremo la dittatura!”.

Il 19 luglio è intervenuto il Vice Presidente della Commissione Europea, Frans Timmermans: quella che sta avvenendo in Polonia è una “sistematica violazione dello stato di diritto. Il ministro della giustizia avrà il potere di nominare o destituire i presidenti dei tribunali senza alcun controllo. La cosa solleva la questione della compatibilità con il diritto europeo, perché i tribunali nazionali devono intervenire in caso di violazione alle leggi europee”. Ma il commissario olandese non si è limitato alle parole: ha annunciato che nelle prossime settimane saranno attivate tre procedure d’infrazione e, dopo l’estate, potrebbe scattare — dopo un lungo, troppo lungo, iter — la revoca del diritto di voto per Varsavia nel Consiglio europeo, a norma dell’articolo 7 del trattato di Maastricht. Le riforme del governo Szydło — approvate nella notte tra venerdì e sabato dal Senato: rimane solo la firma del presidente della Repubblica, una formalità —, per Timmermans, “aboliscono ogni indipendenza della giustizia, che viene messa sotto il pieno controllo della politica con i magistrati che dipenderanno direttamente dai leader politici”.

Più che di “leader politici” si può parlare di “leader politico”, uno: Jarosław Kaczyński. È lui, infatti, il vero capo dello Stato, del governo, del Parlamento e ora anche della magistratura. Da quando Diritto e Giustizia è tornato al potere nel 2015, a maggio con le presidenziali che hanno visto la vittoria di Andrzej Duda e il 25 ottobre con la conquista della maggioranza nella Dieta (con solo il 37%) e nel Senato, la Polonia si è trovata immersa in un clima da golpe continuo. Subito è scoppiata una crisi istituzionale sulle nomine di alcuni giudici della Corte costituzionale: dopo che sei giudici erano stati eletti negli ultimi giorni della precedente legislatura (8 ottobre), il presidente della Repubblica Duda si era rifiutato di farli giurare e il nuovo Parlamento aveva approvato una legge per far sì che se ne potessero eleggere altri cinque nuovi (19 novembre). Cosa che ha fatto immediatamente e, altrettanto immediatamente, il capo dello Stato li ha fatti giurare. La Corte, però, con due sentenze, ha dichiarato legittime le elezioni dei giudici durante la precedente legislatura (sentenza del 3 dicembre) e dichiarato incostituzionale la legge del 19 novembre (sentenza del 9 dicembre). Ma il governo di Beata Szydło ha sospeso la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale delle sentenze della Corte a causa di non precisati “vizi di forma”: la procura di Varsavia, allora, ha aperto un’inchiesta per la violazione di numerose disposizioni — anche costituzionali — che, nel caso di omissione nel pubblicare una sentenza della Corte costituzionale, può costituire un delitto contro l’interesse pubblico. L’esecutivo, due giorni dopo, ha pubblicato le sentenze. Alla fine, con una nuova legge (22 dicembre) il Parlamento ha modificato gli equilibri all’interno della Corte, cambiando i quorum di votazione nel plenum e dando la possibilità al presidente della Repubblica e al ministro della Giustizia di dare avvio a procedure disciplinari contro i giudici costituzionali. La crisi, però, ha dato il la alla formazione del Comitato per la Difesa della Democrazia (KOD), il quale ha organizzato — e continua ad organizzare —  delle partecipate manifestazioni di piazza contro il governo e in difesa della Costituzione. Martin Schulz, allora presidente del Parlamento Europeo dirà che in Polonia “si respira un clima da colpo di Stato”.

Nel gennaio del 2016 è stata la volta della tv e della radio pubbliche. Una nuova legge licenzia i dirigenti delle emittenti di Stato e dà mandato al ministro delle Finanze — cioè al governo, cioè a Kaczyński — di nominare i nuovi direttori di rete. Reti, che oggi non si sognano di levare una critica all’esecutivo. Nota di colore: la Szydło si è difesa dalle accuse dicendo la legge è uguale a quella del governo italiano di Matteo Renzi sulla Rai. Sempre in tema di giustizia, l’anno scorso il ministro della Giustizia polacco ha assunto anche le funzioni di Procuratore generale, potendo così intervenire direttamente sulle nomine in magistratura. Il Parlamento è stato ridotto ad una “macchinetta di votazione, ha scritto Wlodek Goldkorn e i regolamenti delle Camere sono strumentalizzati per impedire le discussioni perché “il golpe deve essere realizzato in fretta, altrimenti rischia di fallire”. “La Polonia non è un Paese arretrato”, analizza Goldkorn, ma le ricette di Kaczyński riescono a realizzarsi a causa della “stanchezza della gente con la politica e i politici”, della “delusione perché la politica non è in grado di mantenere le proprie promesse e quindi le sue procedure diventano un rito strano e spesso odioso agli occhi di molti”. I tre ex presidenti della Repubblica: Lech Wałęsa, Aleksander Kwaśniewski e Bronisław Komorowski mercoledì 19 luglio, con una lettera aperta, hanno chiesto nuovamente ai polacchi di scendere in campo “contro i tentativi di toglierci i diritti fondamentali”.

Un clima ultraconservatore, dunque. È stata presentata in Parlamento una proposta di ampia revisione costituzionale che porterebbe alla formazione di una Quarta Repubblica che dia maggiori poteri all’esecutivo: emanazione dei decreti governativi direttamente dal presidente della Repubblica; riduzione del numero dei parlamentari; abolizione degli organi che sovrintendono i media e la politica monetaria. Nel settembre del 2016 Diritto e Giustizia ha portato in Aula un disegno di legge che vieti l’aborto. Di fronte a centomila donne scese in piazza in tutto il Paese vestite di nero, Kaczyński ha dovuto desistere facendo naufragare la legge. Naturalmente, unioni omosessuali, eutanasia e spartizione degli immigranti che arrivano nel Sud Europa sono temi tabù. La Polonia — insieme a Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia — fa parte del Gruppo di Viségrad, guidato dall’altro premier conservatore, il magiaro Viktor Orbàn. Il quale, però, si distingue dal duo Kaczyński-Szydło per la vicinanza a Vladimir Putin. Ed è la posizione internazionale del Paese che fa inquietare i polacchi. Storicamente nemici della Russia, accusata dell’assassinio nel 2010 del fratello gemello di Jarosław, Lech Kaczyński — allora presidente della Repubblica” in un misterioso incidente aereo a Smolensk e di voler attuare “allargamenti” sul modello Crimea, i polacchi sono fieri membri della Nato e proprio lo scorso mese hanno ricevuto un’importante e simbolica visita di Donald Trump, che, però, non nasconde la sua ammirazione nei confronti del Cremlino, come si è visto al G20 di Amburgo.

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