Colin Powell e la boccetta di antrace: l’Iraq e gli attori di ieri e di oggi

Il 5 aprile 2004  Colin Powell, Segretario di stato dell’amministrazione Bush, ammise che le dichiarazioni riguardo il possesso di armi nucleari di distruzione di massa da parte del regime del dittatore iracheno Saddam Hussein erano state sovrastimate e che il potenziale effettivo era stato sopravvalutato. Tradotto dal linguaggio diplomatico, le dichiarazioni pronunciate dal segretario Powell il 5 febbraio 2003 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite erano false.

Pur rimanendo l’episodio in sé solamente un breve scorcio della Seconda guerra del golfo, iniziata con l’invasione dell’Iraq da parte della coalizione internazionale guidata da Washington, a esso si può ricondurre il totale fallimento di questa operazione non solo a livello militare, ma anche tenendo conto delle sue dure conseguenze politiche, che si ripercuotono nella situazione odierna.  Ora riavvolgiamo il nastro fino a quello storico discorso al Palazzo di vetro e all’evoluzione del conflitto.

La discussione fu molto tesa e vide in generale scarsa approvazione da parte degli altri membri del Consiglio di Sicurezza, sia permanenti che non. Su tutte la Francia, la Russia ma anche la Cina si dichiararono contrarie ad un intervento armato, solamente la Gran Bretagna diede appoggio a Washington e nessuna risoluzione fu approvata.

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Il 20 marzo iniziarono le operazioni (nome ufficiale “Iraqi Freedom”) e in meno di un mese il regime di Saddam cadde, mentre la capitale Baghdad e le altre principali città irachene vennero occupate dagli eserciti di liberazione. Si aprì una nuova fase del conflitto ovvero la resistenza di una pluralità di gruppi che si opponevano alla coalizione: su tutti i fedeli a Saddam Hussein, i lealisti del partito Ba’th, oltre a numerose milizie sciite e sunnite, all’Esercito del Mahdi (poi noto come Brigate della pace) guidato da Moqtada al-Sadr, infine un gruppo di ribelli nell’orbita di Al-Qaida, guidati dal terrorista giordano Abu Musab al-Zarqawi.

Dopo la cattura di Saddam, avvenuta in dicembre e dei suoi gerarchi, processati da tribunali costituitisi in loco, venne creato un nuovo esercito iracheno, sotto patrocinio del comando militare americano, per sopprimere le ultime formazioni ribelli: in realtà a resistere furono quasi esclusivamente Al Qaeda e milizie affiliate all’organizzazione terroristica di Osama bin Laden, guidata in Iraq dal giordano Zarqawi, verso il quale cominciò una vera e propria caccia all’uomo.

Questa terminò con un raid il 7 giugno del 2006, quando il miliziano venne sopraffatto e ucciso. L’esercito del Mahdi, guidato dal leader politico e religioso Moqtada al-Sadr, raggiunse un accordo per il cessate il fuoco con le truppe americane già nell’agosto del 2003, dopo aspri combattimenti e l’intervento dell’Ayatollah Ali al-Sistani.

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Nel 2005 si tennero le prime libere elezioni dopo l’invasione del 2003, durante le quali il popolo iracheno votò per eleggere i membri dell’Assemblea Nazionale; i risultati videro trionfanti i partiti sciiti, in forte minoranza i sunniti e una grossa partecipazione da parte dei curdi, residenti nel nord del paese, perseguitati a lungo dal regime autocratico di Saddam e alleati della coalizione, attraverso la milizia armata dei Peshmerga (tuttora attiva).

Dal 2005 in poi, lo scontro interno si ebbe tra le comunità sciite (la maggioranza del paese) e le comunità sunnite che si vedevano messe in disparte e in netta minoranza dopo la caduta del regime e le elezioni dello stesso anno: molte tribù dunque, decisero di appoggiare la branca di Al-Qaeda nel paese, guidata fino al 2006 da Zarqawi, o comunque opponendosi al governo di Baghdad. La situazione rimane tesa, vi furono diversi attentati e la permanenza delle truppe americane e della coalizione fu necessaria, anzi il presidente George W. Bush decise di rinforzare il contingente, al fine di rendere più sicure ed efficaci le operazioni in Iraq; nel 2011 avvenne comunque il ritiro definitivo dal paese.

La situazione odierna però, non è affatto tranquilla, anzi l’esercito iracheno lotta per la riconquista di Mosul, per sottrarla ai miliziani del Daesh (o Califfato), oltre a soffrire numerosi attacchi kamikaze, specialmente nella capitale Baghdad. Il Daesh è riuscito ad impadronirsi di una larga fetta del paese (nord a Mosul e Tikrit, città natale di Saddam, ma anche buona parte della regione di al-Anbar, la città di Falluja e Ramadi).

Il Daesh era nato in Iraq in seguito all’evoluzione di Al-Qaeda, dando vita allo Stato Islamico dell’Iraq, del quale nel 2013 Abu Bakr al-Baghdadi è divenuto il capo e in seguito Califfo, fusasi poi con il Fronte Al-Nusra – la branca siriana della stessa Al-Qaeda – tuttavia la stessa dirigenza di Al-Qaeda respinge questa unione, staccandosi dall’ISIS (Islamic State of Iraq and Levante), il califfato universale proclamato dallo stesso Baghdadi dopo la presa di Mosul.

Dal 2003 ad oggi, il quadro generale in Iraq è molto cambiato e malgrado siano passati a malapena quindici anni, i tempi di Saddam sembrano incredibilmente lontani, nonostante le enormi problematiche che il paese stesso vive attualmente. Una volta sconfitto il Califfato, si aprirà una nuova fase politica, forse di maggiore convivenza tra le eterogenee comunità irachene, le quali hanno saputo dimostrare coesione nel combattere questo cancro quale è il terrorismo islamico.

Quanto a Colin Powell e all’amministrazione Bush, il giudizio a posteriori non è di semplice lettura: Iraqi Freedom” fu un successo oppure un fallimento? Probabilmente dipende dai punti di vista: infatti se si guarda al profilo militare, la vittoria su Saddam fu facile e rapida, ma molto più spinosa, difficile e decisamente dispendiosa in termini di perdite umane fu la resistenza successiva alla caduta del regime con i diversi attori in campo.

us marines

Il ritiro delle truppe da parte dell’amministrazione Obama non è stato giudicato positivamente, anzi l’attuale presidente Donald Trump durante la campagna elettorale lo ha definito la causa della nascita del Daesh. Sta di fatto che malgrado Saddam fosse stato dichiarato colpevole di avere legami con il terrorismo islamico di Al-Qaeda (e, ironia della sorte, lo stesso regime informò Washington nell’estate del 2001 di una possibilità di attacchi sul suolo americano), le attività di Al-Qaeda incrementarono a vista d’occhio dopo l’invasione del 2003.

Nel teatro delle operazioni poi si inserirono i diversi attori regionali, dalla Siria all’Iran (supporters dei sciiti), dall’Arabia Saudita alle altre monarchie del Golfo (membri della coalizione, ma comunque attente a preservare i propri interessi e soprattutto profitti) fino a Israele, acerrimo nemico di Teheran e guardingo verso la Siria.

Vi furono poi, specialmente nei paesi coinvolti nelle operazioni (Regno Unito, Stati Uniti, ma anche Italia) grandi manifestazioni di piazza contro la guerra in Iraq, che richiedevano l’arresto delle operazioni e in seguito emerse il lato più crudo dell’intervento militare: l’atteggiamento dei soldati americani nei confronti dei prigionieri fu crudele, disumano, irrispettoso, violando la dignità dei soldati iracheni; in particolar modo le torture applicate nel carcere di Abu Ghraib suscitarono indignazione e stupore, oltre naturalmente allo scandalo mediatico.

Furono saccheggiati musei e biblioteche, private di tesori e di patrimoni dell’Iraq, sottratti all’Iraq. Tralasciando lo scandalo dei contractor della società privata Blackwater nell’incidente del 16 settembre 2007 e i profitti delle numerose multinazionali coinvolte nel paese, gli Stati Uniti commisero gravi errori e dimostrarono di avere poco a cuore le sorti del paese occupato.

Abu_Ghraib_69

Non è possibile definire la Seconda guerra del Golfo come un successo da nessun punto di vista, poiché venne a mancare la stabilità dopo la caduta di Saddam, venne a mancare la volontà di creare un equilibrio all’interno di un paese molto eterogeneo e last but not least si aprì un’autostrada per il terrorismo islamico, al quale è stato concesso troppo spazio e troppa libertà. Ancora oggi l’andamento delle operazioni della coalizione non costituiscono una vera svolta in questa dura battaglia, eppure gli stessi americani seppero abbattere Saddam in meno di un mese, come mai Daesh  è ancora in piedi?

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