La linea d’ombra: la crescita nell’immobilità

Mare nero, Aivazovsky, 1881. Credits: Wikipedia

“Uno chiude dietro a sé il piccolo cancello della mera fanciullezza ed entra in un giardino incantato. Là perfino le ombre splendono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha una sua seduzione. E non perché sia una terra ignota. Si sa bene che tutta l’umanità ha percorso quella strada. Ma si è attratti dall’incanto dell’esperienza universale da cui ci si attende di trovare una sensazione singolare e personale: un po’ di se stessi […] finché ci si scorge di fronte una linea d’ombra che ci avverte di dover lasciare alle spalle anche la regione della prima gioventù”.

Con “La linea d’ombra” Conrad ci trasporta in un lontano porto d’Oriente. Lì da qualche parte, un giovane marinaio, senza alcun’ apparente giustificazione, decide di lasciare la sua nave: “Sbarco definitivo!”, dice alla capitaneria di porto.

“Il giorno prima tutto mi andava a genio e il giorno dopo tutto era sparito: incanto, gusto, interesse, piacere, tutto. Era uno di quei momenti. Era penetrato in me il malessere nuovo della tarda gioventù e mi portava via. Via dalla nave, voglio dire.”

La linea d’ombra è un moto di scontentezza, il gusto dell’ignoto che porta all’irrefrenabile desiderio di fuggire da ciò che già ci appartiene per andare alla ricerca di nuovi porti. Quando appare all’orizzonte della vita, essa è segno dell’intima necessità di uno strappo: la volontà di lacerare il manto ancora candido della giovinezza per cercare qualcosa oltre, per cambiare, fuggire.

Sentivo -come dire?- che non potevo trarne alcuna verità. Quale verità? Spiegarlo mi sarebbe stato difficile. Probabilmente, se vi fossi stato costretto, sarei scoppiato in lacrime. Ero ancora abbastanza giovane per farlo.”

La vita descritta nel romanzo è una storia di ricerca. Ricerca di qualcosa che possa dare ulteriore senso, la giovanile sete per una vita più pregna di significato, di una qualsivoglia verità o certezza. Nonostante il mondo esterno dica che un posto su una buona nave ci dovrebbe bastare, che a volte servirebbe sapersi accontentare.

Pamir, Yasmina, 2008. Credits: Wikipedia

Poco dopo aver toccato terra, il protagonista viene fortuitamente catapultato su un’altra nave: la sua. Qui viene chiamato “Capitano”, sottocoperta ha una sala da condividere con gli spiriti di chi prima di lui era assegnato a  quel ruolo. Il cambiamento tanto agognato prende così consistenza materica, da sogno diviene vita vera.

Mi resi conto di quanto ero marinaio nel cuore, nella mente e, se possibile, nel sangue: un uomo fatto esclusivamente di mare e di navi: il mare, l’unico mondo che contava, e le navi, la misura della virilità, del temperamento, del coraggio, della fedeltà – e dell’amore.”

La nave faticosamente prende il largo e le difficoltà mostrano come il cambiamento non porti con sé solo l’eccitamento della novità, ma anche il reale dolore: l’equipaggio è stremato dalle febbri tropicali, nessuna brezza scuote le vele, le medicine sono inaspettatamente insufficienti. Anche il lettore si trova, in un qualche modo, incagliato tra l’acqua e il cielo, maledetto dall’immobilità della nave.

“Sempre le stesse cose: le stelle, il sole, il mare, la luce, le tenebre, lo spazio, l’immensità delle acque, tutta l’opera grandiosa della Creazione, nella quale l’umanità sembra precipitata contro il proprio volere. O forse attirata. Come lo sono io nella spaventosa, nella mortale avventura di questo comando…”.

Il Capitano ha cercato lo slancio, ha abbandonato, lacerato, cambiato, per poi ritrovarsi penosamente sospeso in mezzo al mare, impotente davanti alle forze misteriose della natura. Forze che quasi paiono prendere in giro i marinai esausti, burlati dalle urla lontane di un vecchio capitano ormai defunto.

Dopo giorni di navigazione, miracolosamente l’equipaggio è tratto in salvo. Un ragazzo dal cuore fragile, unico sostegno per il comandante su una barca di moribondi, decide di andarsene. In quel momento il Capitano stesso si rende conto di essere ormai diventato adulto,  di come la  sua linea d’ombra sia ormai lontana. Ha messo radici, basi solide per sopravvivere alle bufere del destino, una posizione di vedetta da cui lottare e da dove guardare gli altri affrontare la propria, di linea d’ombra.

Nel ricercare affannosamente un cambiamento ci si aspetta di trovare gloria, grandezza, epicità: “Forse non mi attendevo nient’altro che quella speciale intensità di vita che è la massima aspirazione dei giovani.” dice il protagonista. Forse non vi è mai vera grandezza o vera delusione, solamente ricerca. L’insoddisfazione di una linea d’ombra che ci aspetta sempre, periodicamente. O forse, come per il capitano, l’età adulta arriva dall’immobilità, dal trovare un posto nel mondo e da lì porre resistenza, prenderne il comando e la difesa, crescerci dentro come rampicante dentro un’armatura.

“Ho ancora una cosa da dirvi: un uomo deve saper affrontare la cattiva sorte, i propri errori, la propria coscienza. Del resto, con che altro mai si dovrebbe lottare?”

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