Corea del Nord: nuove sanzioni, ma quali scenari?

Il leader nordcoreano con tecnici che lavorano agli esperimenti atomici (Russia,Iran,China and North Korea Military Alliance/ Facebook)

Da mesi la Corea del Nord è posta al centro dei riflettori internazionali, dopo la brusca accelerazione al programma nucleare attuata dal suo leader Kim Jong-un. È difficile parlare di questo Paese senza cadere nella banalità, ed è praticamente impossibile parlarne senza finire nelle supposizioni: di questo Paese non si sa praticamente nulla, i pochi membri della stampa internazionale presenti sono tenuti sotto stretto controllo ed è difficile reperire notizie da fonti alternative a quelle del regime.

La crisi si è acuita con l’elezione di Trump. Il suo predecessore infatti aveva scelto di non reagire alle provocazioni nordcoreane e di collaborare con la Cina per aumentare le pressioni sul regime. L’oggetto della crisi è l’arsenale nucleare della Corea del Nord, un problema che si trascina dagli anni ’90 e che sembrava parzialmente arginato grazie ad un accordo tra il regime e gli Stati Uniti che prevedeva uno scambio di forniture energetiche in cambio dell’arresto del programma nucleare.

Questo accordo è stato però abbandonato dalla Corea nei primi anni 2000, mentre le trattative diplomatiche si sono interrotte nel 2009 per l’indisponibilità nordcoreana. Dal 2006 a oggi il regime ha condotto sei test nucleari – l’ultimo all’inizio di settembre, con lo scoppio di una bomba ad idrogeno – e numerosi test missilistici, come quello del 29 agosto scorso quando un missile aveva sorvolato parte dell’isola di Hokkaido, la più settentrionale delle principali isole che formano l’arcipelago giapponese.

Il dittatore nordcoreano, Kim Jong-un (Sputnik News/Facebook)

Proprio a causa di questi due nuovi test, lunedì 11 settembre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità una nuova risoluzione con la quale vengono imposte ulteriori sanzioni economiche al regime di Pyongyang. Questo nuovo pacchetto di sanzioni, il nono a partire dal 2006, è il frutto di un costante e duro lavoro diplomatico: gli Stati Uniti, infatti, avevano originariamente proposto una serie di forti disincentivi economici verso la Corea del Nord, inclusi il sequestro dei beni del leader Kim Jong-un, il divieto di viaggiare all’estero e l’embargo totale sulle forniture di prodotti petroliferi. La risoluzione approvata, invece, contiene misure meno pesanti: restrizioni sulle importazioni petrolifere, limitazioni ai cittadini nordcoreani che lavorano all’estero e il divieto di esportazioni tessili.

Ad opporsi fermamente all’embargo totale sulle importazioni petrolifere è stata la Cina: il gigante asiatico infatti è il principale partner economico della Corea del nord e, secondo stime non ufficiali, fornisce a Pyongyang almeno 4 milioni di barili di greggio all’anno. Altri studi mostrano che il fabbisogno giornaliero del regime non supera i 15 mila barili – una quantità minima rispetto ai fratelli sudcoreani (2,6 milioni) o agli americani (19 milioni).

C’è da chiedersi dunque se questa restrizione sulle importazioni di greggio possa realmente mettere in difficoltà il regime comunista, e la risposta è probabilmente no. Le conseguenze dirette di questa scelta ricadranno sulla popolazione, costretta al razionamento dell’energia elettrica e alla riduzione dei servizi offerti dal governo. Ad essere penalizzati, anche se marginalmente, saranno i Paesi che esportano petrolio verso il Paese asiatico, Cina in primis.

Le limitazioni sulle possibilità lavorative dei cittadini nordcoreani all’estero potrebbero diventare, nel lungo periodo, uno strumento di pressione nei confronti del regime. L’impiego della popolazione locale all’estero rappresenta un’importante fonte di valuta estera: infatti, gli impiegati non vengono pagati direttamente dalla nazione che li ospita, ma tramite il governo della Corea del Nord che riceve i soldi e ne trattiene una parte per sé. La decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite prevede il divieto di emissioni di nuovi permessi di lavoro per i circa 100 mila nordcoreani che lavorano all’estero.

Gli scontri a distanza tra Kim Jong-un e Donald Trump fanno impazzire i social (Kim Jong-un/Facebook)

Ad avere effetti concreti sul regime potrebbe essere il divieto dell’importazione e dell’esportazione dei tessuti e dei prodotti di abbigliamento, in quanto sottrae a Pyongyang la più importante fonte di valuta estera: quello tessile è uno dei principali settori, il cui valore si aggira attorno ai 750 milioni di dollari. Questo divieto avrà un impatto anche sulla Cina, il principale partner economico nordcoreano.

Questo pacchetto di sanzioni ha causato una nuova serie di minacce da parte della Corea del Nord – nulla di nuovo, i soliti clichés. “Le quattro isole dell’arcipelago giapponese dovrebbero essere affondate nel mare dalla bomba nucleare”, “è arrivato il momento di annichilire gli aggressori imperialisti USA” e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite “è diventato uno strumento per servire gli Stati Uniti”: questi i comunicati ufficiali del regime.

Queste dimostrazioni di forza e queste minacce dirette agli Stati Uniti e alle potenze regionali inevitabilmente fanno sorgere un’altra domanda: qual è il motivo di tutto ciò? Gli analisti hanno sviluppato diverse teorie che, però, lasciano un po’ il tempo che trovano dal momento che “non sappiamo cosa mangia Kim a colazione, figurarsi se capiamo cosa gli passa per la testa”.

Tra le varie ipotesi, c’è quella del ricatto agli Stati Uniti: ottenute armi nucleari in grado di raggiungere le città americane, la minaccia di utilizzarle con l’obiettivo di ottenere qualcosa non sarebbe un’opzione remota. Nell’amministrazione Trump, alcuni membri credono che Kim voglia imporre agli Stati Uniti il ritiro dalla Corea del Sud e dal Giappone oppure per costringere gli americani e i cinesi a considerarlo come un pari, un elemento da consultare per le decisioni da prendere in merito all’Asia orientale.

Se l’obiettivo del regime è quello di costringere gli americani a ritirarsi dalla Corea del sud, la tentazione per di riunificare le due coree con la forza potrebbe far gola al giovane dittatore – e se gli Stati Uniti decidessero di intervenire, metterebbero a rischio città come Los Angeles o San Francisco. Ad onore del vero, questa ipotesi è definita “molto bassa, ma reale”: è opinione comune tra gli esperti che la Corea del Nord non abbia le risorse e la forza necessarie per occupare militarmente Seul e per mantenere a lungo il controllo dell’intera penisola.

Donald J. Trump No. My life will devote for service of my country and bolstering defense against United State aggressive action.

Pubblicato da Kim Jong-un su Giovedì 6 luglio 2017

Un’altra ipotesi, molto più plausibile, è che Kim Jong-un voglia “solamente” utilizzare i missili nucleari per ottenere una posizione di forza. L’economia nordcoreana è infatti oggetto di cicliche carestie e crisi economiche, è un Paese isolato e colpito da più di 10 anni di sanzioni economiche e soprattutto ha bisogno di ogni genere di aiuto. Lo scopo di Kim potrebbe essere quello di ottenere tutto l’aiuto possibile offrendo semplicemente di congelare il programma nucleare – e questo spiegherebbe la sua brusca accelerazione, e cioè ottenere quante più testate nucleari possibili per una miglior posizione futura.

Ma l’arsenale nucleare nordcoreano potrebbe fungere solamente da arma di difesa del regime o del leader stesso. Kim Jong-un infatti potrebbe aver osservato e capito cos’è successo agli altri dittatori, Saddam e Gheddafi in testa: dopo aver accettato di rinunciare ai rispettivi programmi nucleari, sono stati eliminati alla prima occasione utile. Non è folle credere che il dittatore abbia scelto di difendere sé stesso e la propria dinastia grazie al programma nucleare.

Riprendendo la teoria secondo la quale l’obiettivo della Corea del nord sia quello di costringere gli americani a ritirarsi da Seul, c’è ancora una precisazione da fare e riguarda il presidente Trump e la sua amministrazione. Più volte infatti ha messo in dubbio l’utilità della presenza americana in alcune regioni del mondo – e tra queste anche la penisola coreana.

Come scrive l’International Crisis Group, l’indebolimento di questa alleanza (alcune volte persino suggerito dalla corrente politica più liberale della Corea del sud) rischia di rafforzare il regime di Pyongyang. È essenziale per la sicurezza che gli Stati Uniti mantengano le loro truppe a Seul. Al contempo, però, è altrettanto essenziale che gli Stati Uniti, la Corea del Sud, la Cina e le parti interessate raddoppino gli sforzi diplomatici comuni per sciogliere la crisi. Le ulteriori sanzioni sono, anche a detta di Putin, del tutto inutili. “Preferirebbero mangiare erba piuttosto di rinunciare al programma nucleare”, ha detto il leader del Cremlino. È evidente, dunque, che la partita è ancora tutta da giocare.

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