Corea del Nord: una minaccia non militare, ma ai diritti umani

“For to be free is not merely to cast off one’s chains, but to live in a way that respects and enhances the freedom of others.” – Nelson Mandela

Negli ultimi mesi la Corea del Nord ha adottato comportamenti sempre più provocatori e allarmanti, tanto nei confronti della vicina Repubblica di Corea, quanto della comunità internazionale. Nei confronti della propria vicina del Sud si è, per fortuna, trattato di un bluff, dal momento che le numerose minacce e le tensioni esplose quest’estate si sono risolte in un nulla di fatto. In realtà, a nessuno dei due Stati avrebbe giovato un conflitto armato, ed infatti di lì a poco tempo si è aperta una stagione di relativa calma e collaborazione, fino ad un felice epilogo nel momento in cui sono stati addirittura organizzati degli incontri tra le famiglie separate dalla guerra, e mai più ricongiunte.

Per quanto riguarda lo scenario internazionale, già a dicembre il leader nordcoreano aveva annunciato di disporre di una bomba all’idrogeno, un ordigno più potente della bomba atomica. Se, da un lato, gli esperti giudicano tale affermazione poco probabile, alla luce dei mezzi e delle conoscenze tecniche reperibili da Pyongyang, dall’altro non è da sottovalutare il fatto che il dittatore disponga comunque dell’arma nucleare, grazie alla collaborazione con un’organizzazione pachistana – oltretutto la stessa che permise all’Iran di mettere in pratica il proprio programma nucleare. Quando il 6 gennaio il sistema di informazione ufficiale del regime ha diffuso la notizia dell’avvenuto lancio della bomba H, si è provveduto a verificare la falsità della notizia, ma le potenze occidentali si sono comunque messe in stato d’allerta. A questo elemento di destabilizzazione va aggiunto il recente lancio di un razzo a lungo raggio – ufficialmente per mettere in orbita un satellite – eseguito nonostante gli avvertimenti della comunità internazionale. Gli esperti temono infatti che si tratti di una copertura per testare missili balistici. Di qui la presa di posizione delle Nazioni Unite, che hanno ritenuto necessario convocare una riunione d’urgenza per approvare nuove sanzioni nei confronti del Paese.

La questione, però, non è soltanto militare. La minaccia nucleare, i test balistici, la propaganda che concorre a creare un’immagine di potenza: tutti questi sono soltanto metodi per far passare sotto banco il fatto che la Corea del Nord è uno degli Stati in cui i livelli di rispetto e garanzia dei diritti umani è tra i più bassi al mondo.

Kim Jong-un, che il giornalista canadese Gwynne Dyer descrisse una volta come “quello cicciottello con un pessimo taglio di capelli”, sembra il personaggio meno probabile e convincente per fare la parte del cattivo, eppure è a capo di un regime che, attraverso la successione, infanga ogni giorno la dignità umana dal 1948. In Corea del Nord è illegale svolgere molte delle attività quotidiane che un occidentale dà per scontate: tra queste guardare la televisione – sono ammessi solo i canali ufficiali – guidare, bere alcolici al di fuori delle festività previste, professare il proprio credo religioso, fare chiamate internazionali, ascoltare o suonare musica che non glorifichi lo Stato, criticare il regime, navigare sul web, abbandonare il Paese. Per queste violazioni è prevista la pena di morte o, nella migliore delle ipotesi, la prigionia o i lavori forzati.

Amnesty International ha ripetutamente denunciato la presenza di campi di prigionia, nei quali i condannati sono assimilabili a schiavi e in cui si fa frequente ricorso alla tortura e ad altri trattamenti disumani e degradanti. Molti prigionieri muoiono di malnutrizione e sono praticate le esecuzioni pubbliche. Come si può constatare, le pratiche non sono per certi versi dissimili da quelle dei nazisti durante la seconda guerra mondiale. Vengono rinchiusi oppositori, traditori, criminali, disertori, intere famiglie, cosicché molti bambini nascono e crescono all’interno dei campi. Il governo nordcoreano, com’è da aspettarsi, rigetta ogni accusa definendola un complotto politico e un frutto dell’ostilità degli Stati Uniti, e rifiuta l’accesso agli investigatori delle Nazioni Unite.

La Corea del Nord non è quindi una minaccia, o meglio non è l’avversario più pericoloso sotto l’aspetto bellico, nonostante sia attualmente lo stato più militarizzato al mondo. Il pericolo più grande, e più effettivo, deriva dal suo calpestare impunemente i diritti dei suoi cittadini. In merito la “Commissione d’Inchiesta sui Diritti Umani nella Repubblica Popolare Democratica di Corea” nel 2014 ha pubblicato un documento di quattrocento pagine, tale da suscitare una risoluzione delle Nazioni Unite per sottoporre il Paese alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità.

La situazione non è però cambiata, quindi non è abbastanza. La soluzione non può, evidentemente, essere militare, poiché provocherebbe la morte di migliaia di innocenti, darebbe ancora una volta da vivere al mercato delle armi, e andrebbe a vantaggio di pochi mettendo la maggioranza in ginocchio. Ma non si può nemmeno restare inerti, o prendere misure solo apparenti, di fronte ad una barbarie di tale portata. Dopo più di mezzo secolo di dittatura, i nordcoreani e le loro famiglie meritano la pace, in nome di tutte le generazioni che non hanno mai conosciuto la libertà.

About Alessandra Veglia 16 Articles
Studentessa del Terzo anno del Sid, caporedattrice per Sconfinare. Scrivere è per me una terapia, alla stessa maniera dello sport e dell'arte. La passione per le lingue e le culture straniere segue passo passo. Per il momento nessun progetto di vita concreto, spero in un'ispirazione improvvisa che sorga in qualche luogo ameno, come la cima di una montagna, una spiaggia deserta o la doccia di casa.

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