Crisi del Golfo: cosa c’è dietro all’isolamento del Qatar?

Sono passati oltre dieci giorni da quando Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Egitto e Maldive hanno rotto ogni relazione, diplomatica e non, con il Qatar. La frontiera terrestre con l’Arabia Saudita, l’unica che collega il Qatar con il resto del mondo, è chiusa. Gli altri Paesi aderenti al bando hanno cessato ogni collegamento aereo e marittimo con l’emirato. Ed i generi di prima necessità, in un Paese che dipende interamente dalle importazioni, cominciano a scarseggiare.

Le motivazioni ufficiali di questa rottura senza precedenti sono ormai note: l’avvicinamento del Qatar all’Iran e il  sostegno alle principali organizzazioni terroristiche del Medioriente, quali Isis, Hezbollah e al-Nusra. Ma le spiegazioni formali non sono sufficienti. La crisi ha radici più profonde, da ricercarsi nel complesso quadro geopolitico del Golfo Persico e del Medioriente.

L’area in questione è lacerata dal conflitto fra le due grandi potenze regionali: l’Arabia Saudita e l’Iran. La prima, custode dei principali luoghi sacri dell’Islam, si considera la potenza storica del Golfo Persico. Forte della sua grande capacità economica, la monarchia guidata dalla potente casata degli al-Saud aspira ad un ruolo di leadership del mondo arabo sunnita.

Ma questo suo ruolo rischia di indebolirsi a causa degli avvenimenti degli ultimi anni. Il sostegno ai ribelli siriani contrari al regime di Assad ha prosciugato ingenti risorse e rischia di coinvolgere il Paese nel fallimento delle forze antigovernative. In Yemen le cose non vanno meglio: quella che doveva essere una guerra lampo per arginare la penetrazione sciita nella penisola arabica si è trasformata in una situazione di stallo dagli esiti incerti.

Dall’altra parte del Golfo, l’Iran è appena uscito dall’isolamento delle sanzioni. Il regime guidato da Hassan Rouhani, recentemente rieletto, sta coltivando profondi rapporti commerciali con l’Europa, senza dimenticare i suoi potenti “vicini di casa”: Russia e Cina. L’unica nazione al mondo quasi interamente sciita si ritiene investita del ruolo naturale di leader dello sciismo. Da qui l’intervento contro l’Isis in Iraq e in Siria, ma anche il nervosismo che accompagna qualsiasi mossa saudita verso nord-est. Il sostegno degli ayatollah alle formazioni militari ostili all’Arabia Saudita, dai ribelli Houthi nello Yemen ai miliziani Hezbollah in Libano, ne sono un chiaro esempio.

Dietro la rottura fra Qatar e Paesi del Golfo si cela un conflitto ben più profondo: quello fra l’Arabia Saudita sunnita e l’Iran sciita

In questo scenario si colloca il Qatar. Si tratta di una nazione molto piccola, delle dimensioni dell’Abruzzo e con la popolazione della Calabria, ma baciata dai proventi petroliferi. Il suo fondo sovrano è attivo con investimenti in tutto il pianeta: da Barclays a Credit Suisse, passando per Volkswagen e per la maison di moda Valentino. L’emirato è la sede della tv araba al-Jazeera ed ospiterà la fase finale dei Mondiali di calcio del 2022. Un Paese fondamentale per gli equilibri della regione.

Il primo “capo d’accusa” che i sauditi rivolgono al Qatar si spiega con la tradizionale indipendenza della politica estera qatariota rispetto all’Arabia Saudita. Indipendenza dettata non tanto da inutili provocazioni ma da semplice pragmatismo. Il Qatar condivide infatti con l’Iran il più grande giacimento di gas naturale al mondo: l’avvicinamento fra i due Paesi appare quindi inevitabile, ma stride con l’atteggiamento anti-iraniano di Riad e dalle altre nazioni del Golfo, da sempre allineate alla politica estera saudita.

Se Teheran è stato il casus belli, la corsa per la successione al trono saudita potrebbe aver ulteriormente alimentato l’incendio. Il re Salman Abd al-Aziz al-Saud ha 81 anni e una salute fragile: i principali pretendenti sono il principe ereditario Muhammad bin Nayef e il figlio dell’attuale monarca Muhammad bin Salman. Il primo ritiene che l’egemonia saudita debba essere raggiunta con una politica felpata ed è contrario all’intervento saudita in Yemen. Il secondo ritiene che la leadership di Riad debba essere difesa con una politica aggressiva, che passa necessariamente dal conflitto yemenita. E così lo scontro con il Qatar potrebbe essere l’occasione per imporre la “linea dura” nella penisola arabica e aumentare le chances di vittoria in Yemen, spianando così la strada al trono al figlio del Re.

La seconda accusa rivolta all’emirato è ancora più problematica. Nell’attuale calderone mediorientale, dipingere un Paese come un finanziatore del terrorismo è un po’ come accusare un partito politico della Prima Repubblica italiana di prendere tangenti. Distinguere i “buoni” dai “cattivi” è davvero difficile. Rischia di diventare impossibile se si concentrano le indagini nel marasma del Golfo persico, fra Paesi abituati a fare affari con l’Occidente con la mano destra e finanziare gli estremismi con la sinistra.

Anche l’Egitto si è unito alla recente campagna anti-qatariota. La motivazione ufficiale della rottura è il sostegno del Qatar ai movimenti islamisti dei Fratelli Musulmani, nemici del regime egiziano di Fattah al-Sisi. Ma anche in questo caso sembra esserci dell’altro: l’appoggio dato ai Fratelli Musulmani è innegabile, ma il fatto è noto da tempo e finora è stato tollerato senza troppi problemi.

Al contrario, l’Egitto non tollera certamente che la lunga mano dell’attivismo qatariota sia arrivata in Libia. Nell’ex colonia italiana, fazioni fondamentaliste impediscono al generale Haftar, l’ex comandante di Gheddafi sostenuto da Egitto e Russia, di prendere il controllo dell’intera Cirenaica, trampolino di lancio per un’egemonia a livello nazionale. Inutile dire che tali fazioni sono sostenute proprio dal Qatar. Isolare l’emirato consentirebbe al Cairo di eliminarne le influenze in Libia.

Infine, non si devono dimenticare le altre nazioni in gioco. Gli Emirati Arabi Uniti hanno una leadership militare d’eccellenza, la cui punta di diamante è rappresentata dal principe ereditario Muhammad bin Zayed. Laureato alla prestigiosa accademia militare britannica Sandhurst, l’astro nascente della politica emiratina è un leader autorevole, in grado addirittura di influenzare la politica saudita. Anche lui potrebbe non aver gradito la concorrenza dei vicini qatarioti.

Il Bahrein è retto da una monarchia sunnita, ma la sua popolazione è per due terzi sciita. Questo ha portato a numerose rivolte interne, sempre soffocate col pugno di ferro. Mantenere un legame forte con l’alleato saudita e individuare un nemico esterno nel Qatar filo-sciita è la soluzione ideale per conservare l’ordine. Anche l’adesione al bando da parte delle esotiche Maldive ha un’evidente spiegazione. Il paradiso turistico sta entrando sempre più nell’orbita dei sauditi, interessati a realizzare investimenti commerciali nell’arcipelago per aumentare il giro d’affari con Pechino ed isolare ulteriormente l’Iran.

Gli sviluppi della recente crisi del Golfo sono incerti. Gli Stati Uniti tentano di mediare fra le parti in causa per evitare il naufragio della “Nato araba”, la coalizione anti-iraniana lanciata da Trump durante il suo primo viaggio in Medioriente.  La Cina si muove con prudenza, in gioco vi è la realizzazione del programma One Belt One Road: il colossale progetto di una rete di comunicazioni marittime e terrestri fra Europa e Asia, sulle tracce dell’antica Via della Seta. Senza il sostegno di Iran e Arabia saudita, il progetto non potrà diventare realtà.

E nell’intera vicenda, il Qatar non è privo di alleati. La Turchia sta ammassando truppe nella propria base militare all’interno dell’emirato, rinforzando così l’alleanza con un partner di vecchia data e aspirando a un ruolo da protagonista nella regione del Golfo. Mentre l’Iran ha promesso l’invio giornaliero di tonnellate di cibo per sostenere i vicini quatarioti: una penetrazione senza precedenti da parte di Teheran nell’harem sunnita. Gli equilibri del Medioriente sono messi a dura prova: le attuali tensioni potrebbero nel lungo termine cadere nel nulla o al contrario dare origine a un’escalation dalle conseguenze imprevedibili.

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About Andrea Battistone 8 Articles
Nato nel 1991 a Milano, vivo e studio a Torino. Laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti, le mie più grandi passioni sono il giornalismo e il diritto. Recito da quasi dieci anni in una compagnia teatrale portando in scena commedie divertenti, ma anche spettacoli che fanno riflettere. Mi interesso di politica, cultura, spettacolo e di tutto ciò che accade intorno a noi.

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