Marò, è crisi Italia-India: motivazioni giuridiche o politiche?

Dal caso Enrica Lexie alla crisi diplomatica

 “In the event of a collision or any other incident of navigation concerning a ship on the high seas, involving the penal or disciplinary responsibility of the master or of any other person in the service of the ship, no penal or disciplinary proceedings may be instituted against such person except before the judicial or administrative authorities either of the flag State or of the State of which such person is a national.”

Così recita l’articolo 97, comma 1 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), ratificata sia dall’Italia che dall’India. La vicenda dei due marò, assurta a crisi diplomatica sembrerebbe quindi di facile risoluzione: la competenza a procedere è dell’Italia, stato di bandiera della Enrica Lexie, la petroliera a bordo della quale si trovavano i due militari, nonché Stato di cui gli stessi sono cittadini. Questo ammettendo che l’incidente si sia svolto in acque internazionali, come risulta dai rilievi satellitari, peraltro rifiutati dalle autorità di Delhi, le quali sostengono che la nave si trovasse nelle acque territoriali indiane.

È interessante, per inciso, sapere che proprio a Kochi (al largo della quale è accaduta la vicenda) ha sede il Southern Naval Command, il più importante centro di addestramento della Marina Militare Indiana, le cui apparecchiature ovviamente non hanno rilevato alcunché. Ma anche ammettendo che il tutto sia avvenuto in acque indiane, Latorre e Girone godrebbero dell’immunità dalla giurisdizione locale, in quanto operanti in qualità di organi dello Stato. Il problema sta nel fatto che il capitano della petroliera si è volontariamente affidato alle autorità indiane, attraccando nel porto di Kochi, incurante delle raccomandazioni della Marina Militare italiana, e così facendo ha consegnato alla giustizia indiana i nostri militari.

È ovvio che il capitano avrà agito su consiglio dell’armatore, di certo più attento a salvaguardare i propri interessi e ad evitare grane (magari dietro minacce di ritorsioni economiche indiane) che alle delicate questioni di diritto internazionale. Tutto ciò è reso possibile dalla graziosa (e forse imprudente) concessione alla Confitarma (Confederazione Italiana Armatori) da parte dell’allora ministro della Difesa La Russa, che lo scorso 11 ottobre ha acconsentito all’imbarco di militari sulle navi commerciali.

A questo punto, secondo il diritto internazionale, al governo italiano non resta che sperare nella clemenza degli esotici colleghi o, più semplicemente, ricorrere alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, qualificata a deliberare sulla competenza al giudizio del caso. Se la questione, quindi, è abbastanza ordinaria dal punto di vista del diritto, le ragioni profonde che hanno portato a questa crisi sono evidentemente da ricercarsi altrove.

In questi giorni, ad esempio, sono in corso le elezioni in numerosi stati indiani (Punjab, Uttarakhand, Uttar Pradesh, Goa e Manipur), considerate un test per la coalizione di governo, guidata dal partito del Congresso. Potrebbe trattarsi di una circostanza fortuita, ma si dà il caso che la leader del partito sia un’italiana: Sonia Gandhi, nuora del più celebre Mahatma, contro la quale si sono dirette in passato le dure critiche dei partiti nazionalisti e induisti. I partiti di opposizione (compresi quelli maggiori, socialisti e  comunisti), quindi, potrebbero avere buon gioco a sfruttare, e anzi alimentare, la campagna diffamatoria in corso nei confronti dell’Italia per danneggiare l’immagine della Gandhi e del marito, aspiranti candidati alle presidenziali del prossimo anno.

Al di là di questi giochi interni, resta il fatto che l’India sta conoscendo un grande sviluppo economico e di conseguenza aspira ad un ruolo più incisivo nella politica internazionale. Proprio in questi giorni l’India, attraverso il suo rappresentante alle Nazioni Unite, ha avanzato al Consiglio di Sicurezza la proposta di creare una forza navale internazionale contro la pirateria nell’Oceano Indiano. Nel frattempo, la marina indiana è impegnata massicciamente in pattugliamenti nel golfo di Aden e nel mare Arabico, notoriamente al di fuori delle acque territoriali indiane. Sono quantomeno contraddittorie, allora, le proteste di Delhi riguardo alla presenza dei marò sulle navi italiane.

Questa potrebbe essere però l’occasione per “mostrare i muscoli” ad un Paese occidentale e scrollarsi di dosso definitivamente l’immagine della colonia britannica. Resta il fatto, però, che uno Stato del peso dell’Italia non può e non deve permettere che i suoi diritti vengano violati in questo modo palese. Sarebbero auspicabili, quindi, azioni più forti da parte del nostro governo, che potrebbero essere il richiamo dei diplomatici italiani in India e l’espulsione di quelli indiani in Italia. A maggior ragione se si considera il fatto che i nostri militari rischiano, in India, la pena di morte, contro cui l’Italia è in prima fila da anni: il nostro ordinamento, addirittura, vieta l’estradizione di cittadini stranieri, se il Paese richiedente la applica.

Sta di fatto che la presenza di membri dell’esercito su navi commerciali private è discutibile: gli armatori di certo hanno i mezzi per assumere guardie private, senza necessità di coinvolgere l’esercito e lo Stato in bagarre come questa. E comunque, sarebbe stato possibile definire con più attenzione le modalità di recupero ed eventualmente trasferimento in Italia dei militari in caso di emergenza, e non abbandonarli a se stessi sperando come al solito che non sarebbe mai successo niente.

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Nato il 19/09/91 nella ridente Legnano (MI), si trasferisce a Gorizia per studiare al SID, di cui frequenta attualmente il secondo anno. Amante dell'arte e appassionato di politica internazionale, tedia tutti con i suoi articoli sul Medio Oriente nell'attesa (vana) di essere adottato dal re dell'Arabia Saudita.

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