Critica alla ragion grillina

Il Movimento 5 Stelle nasce a Milano il 4 ottobre 2009 dal comico ed irriverente sistema sinaptico di Beppe Grillo e del suo compagno di merende Gianroberto Casaleggio, ormai dipartito. È l’anno del giuramento di Barack Obama davanti a 2 milioni di persone a Washington, della fondazione del Popolo della Libertà e della prima Champions League di Pep Guardiola sulla panchina Blaugrana. Vi è speranza nell’aria e inizialmente il partito pentastellato suscita curiosità e simpatia nell’opinione pubblica italiana, attratta oltre ogni dire da qualsivoglia novità purchessia.
La filosofia politica di Grillo e compagnia cantante all’epoca è quella del “Vaffanculo”.
A tutto e a tutti, indiscriminatamente.

L’italiano medio ovviamente ci va a nozze con la bava alla bocca e alla prima prova elettorale amministrativa (maggio 2012) il partito dei meravigliosi ragazzi fulgidamente rimediati per via telematica si attesta, conquistando vari comuni, tra l’8 e il 17 percento. Ma il meglio doveva ancora venire: l’accozzaglia a cinque punte ottenne, alle politiche del 2013, risultati elettorali inimmaginabili. Sedici milioni di voti in totale fra Camera e senato e 163 persone, fra deputati e senatori, che entrarono trionfanti, sfacciati e carichi di conoscenza politica nelle encicliche sale di discussione della Capitale. Un successo inatteso e folgorante. I giovani crociati del qualunquismo demagogico avevano fatto breccia prepotentemente nella classe dirigente del Paese. Chi meglio di un urlante burlone pseudo-politicizzato in preda ad attacchi epilettici e la sua banda di scagnozzi potevano meglio rappresentare il popolo italico, d’altronde?

L’ideologia del Movimento appare come una non ideologia, basata fondamentalmente sul “Portiamo più acqua possibile al nostro mulino facendo leva sullo scontento popolare e sulla rabbia e paura derivanti dalla crisi. Senza sbilanciarci però, camminando costantemente su una linea sottile bene attenti a non cadere per evitare di sembrare uguali a tutti gli altri”. Epico il video pubblicizzato anni orsono sui social dalla Casaleggio e associati: nella registrazione si vede l’onorevole Paola Taverna consegnare mille lire ad uno scapestrato ragazzo ricevendo in cambio una moneta da un euro. L’ex segretaria romana in tutto questo non solo fa passare un messaggio sbagliato secondo cui la Lira varrebbe ora come ora più dell’euro ma non contenta truffa il povero attore in questione: si ricorda, infatti, che il cambio euro-Lira nel lontano 2002 era di 1-1,936.

Le idee grilline non hanno colore politico: come si può colorare un “Vaffanculo”? La massima di base su cui si fonda tutt’ora il modus operandi mentale dei cinque stelle sembra essere quella del prendere decisioni alla bell’è meglio, come capita capita, valutando ogni questione caso per caso in modo tale da mantenere il più possibile la tanto gridata onestà. Dispiace considerare che con la sola onestà difficilmente si raggiungono soluzioni pratiche e le proposte propinate dagli esponenti del Movimento molte volte cadano nel ridicolo e nell’irrealizzabile. Come si può, ad esempio, pensare di uscire dall’Euro e mantenere al contempo la stabilità economica? Fior fior di esperti si sono espressi in merito rispondendo senza troppi giri di parole che l’errore fu entrare nella moneta unica; uscirvi significherebbe saltare allegramente dalla padella nella brace con conseguenze catastrofiche nelle borse del Paese. La nuova ipotetica valuta avrebbe infatti un imbarazzante valore intrinseco e l’inflazione schizzerebbe più in alto delle vette Himalayane, causando povertà e degrado specialmente fra le classi meno abbienti. Oltretutto, non vi è la possibilità di uscire dalla moneta unica senza uscire dal sistema Europa, cosa francamente sconsigliabile da qualunque essere umano dotato di un minimo di raziocinio. L’idea delle menti occidentali più illuminate sembra infatti andare nel verso opposto: non si parla quindi di un centralismo retrogrado di carattere nazionalistico  bensì di una visione più ampia che risponda al nome di Stati Uniti d’Europa.

Altro esempio lampante della pochezza delle elucubrazioni del Movimento è il tanto agognato reddito di cittadinanza sperimentato con successo in Paesi nordici come la Finlandia che però pare irrealizzabile in Italia, considerate le peculiarità del popolo peninsulare. Provate ad immaginare di ricevere 780€ al mese senza dover fare sostanzialmente nulla: non ve ne approfittereste? Non vivacchiereste con quei soldi per i mesi concessivi dall’esecutivo sperperandoli alla George Best? Forse alcuni di voi risponderanno di no, ma credo che un’opportunità del genere verrebbe colta al volo dall’italiano medio per evitare fatiche di sorta e porterebbe semplicemente ad un ulteriore aumento del deficit.

In ogni caso in tempi più antichi, vicini alla nascita del Movimento, Grillo propinò idee piuttosto condivisibili. Lotta all’evasione fiscale, impegno nell’energia rinnovabile, lotta alla criminalità organizzata, impegno civile indirizzato a non lasciare nessuno indietro ed in generale la massima per cui, ipse dixit, uno vale uno. Peccato che poi la vera anima del riccioluto comico e del suo partito sia venuta alla luce.

Facciamo un passo indietro e torniamo a Parma nell’anno del Signore 2012. Federico Pizzarotti diventa primo cittadino della ridente città emiliana con la promessa in fase pre-elettorale di occuparsi della problematica riguardante un inceneritore che, a popolare avviso, si sarebbe dovuto spegnere al fine di evitare problemi di carattere sanitario. Arrivato poi al vertice  della giunta si rende conto, molto candidamente, che il mancato rispetto delle regole d’appalto concordate con la ditta scelta da amministrazioni passate avrebbe comportato gravissime conseguenze dal punto di vista legale e le eventuali penali da pagare avrebbero gravato irrimediabilmente sul bilancio di Parma. Pizzarotti, realizzato come vanno le cose nei quartierini italiani, saggiamente e coscienziosamente non chiude l’officina di smaltimento. Questa presa di coscienza da parte dell’onorabilissimo ex-bancario parmense fu cosa buona e giusta. Egli, scontrandosi con la realtà economica e sociale dell’onere politico, appurò che certi nodi e certe contraddizioni ad un certo punto vengono al pettine e l’unica cosa savia da fare è evitare mosse populisticamente apprezzate dal purissimo direttorio telematico ma poco utili dal punto di vista pratico quando l’obiettivo è amministrare al meglio la propria città.

L’opinione pubblica pentastellata reagì male a questa competente ed ortodossa decisione del sindaco e Grillo, sempre accomodante verso chi si scosta anche minimamente dai suoi dictat, decise in modo molto democratico di attaccare duramente il suo ex pupillo, togliendogli supporto e delegittimandolo pubblicamente appellandosi ad un presunto abuso d’ufficio riguardante il Teatro di Parma. Riassumendo: è facile criticare e sparare a zero su chi governa quando si è all’opposizione – solo che, in un secondo momento, quando poi chi criticava si siede sull’insanguinato trono del potere le cose cambiano ed il marcio del sistema colpisce anche i presunti puri a 5 stelle. Per quanto riguarda la sindaca Virginia Raggi, invece, accusata dello stesso capo d’imputazione (abuso d’ufficio in relazione alla nomina concessa a Raffaele Marra), la direzione del Movimento ha scelto un’altra strada: quella del non vedo, non sento e stilo un codice etico al fine di salvarla dalla pubblica gogna.

Viene da chiedersi: “Come mai determinati principi etici valgono per la fatina di San Giovanni-Appio Latino e non valsero per l’impavido sindaco parmense?“. Che vengano utilizzati due pesi e due misure? O si tratta solamente di convenienza politica per evitare scivoloni nell’ancora attuale amministrazione capitolina? Sono domande da farsi. Sorge spontaneo un altro dubbio: come mai l’ex sindaco Ignazio Marino, reo di aver pagato delle cene e poi assolto da tutte le accuse, venne attaccato così duramente dai parlamentari pentastellati? Forse per infangarne pubblicamente l’immagine al fine di vincere successive elezioni?

Certo, è politica, diranno alcuni. E in guerra e in politica non vigono regole di sorta.
O forse determinate regole di buon gusto e coerenza vengono richieste solamente agli esponenti dei partiti avversari.

Pensando al Movimento 5 Stelle e agli altri partiti italiani viene in mente, nessuno si offenda, una grande famiglia truffaldina. C’è ovviamente chi ha delitto più e chi meno, dipende dalla data di fondazione. Ma quando una realtà politica comincia ad avere una stratificazione degna di nota a livello nazionale, che si parli di PD, di Lega Nord, di Fratelli d’Italia o del miracoloso Popolo delle Libertà deve accettare il fatto che alcune schegge poco oneste o relativamente abili nel mantenere l’anonimato cadano in tentazioni ombrose e portino lo schieramento di riferimento a dover far fronte a problematiche di carattere legale. Proseguendo la metafora è piuttosto ovvio e fisiologico che il M5S non abbia dovuto incorrere, in quanto giovine partito, in casistiche spiacevoli e destabilizzazioni pericolose. Ma il tempo dà sempre le sue prevedibili sentenze e il caso Raggi-Marra e la gestione della vicenda Cassimatis a Genova hanno dato la misura di quanto contino, nel partito di Grillo, le opinioni altrui e di quanta considerazione ci sia di chi non vede le cose nell’autarchica visione del guru genovese.
Uno vale uno certo, però, forse, a livello decisionale Beppe vale di più.
Questi meravigliosi ragazzi non vendono sogni, ma solido populismo.

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