Da Cassius Clay ad Alì: le battaglie sul ring e nella vita

di Laura Dal Farra

All’età di 74 anni, è morto, lo scorso 4 giugno, Muhammad Ali, il più grande combattente di boxe di tutti i tempi e una delle figure più carismatiche, controverse e polarizzanti della sua generazione.

Nato Cassius Marcellius Clay a Louisville nel 1942 da una famiglia afroamericana il pluripremiato campione fu iniziato alla boxe per puro caso da un poliziotto irlandese all’età di 12 anni. Da quell’incontro, Cassius iniziò a partecipare a gare dilettantistiche e a collezionare sempre più vittorie, confermandosi un vero e proprio talento naturale, fino a giungere a soli 18 anni a vincere l’oro alle olimpiadi di Roma. Con l’accrescere della fama, il suo spirito indomito e da combattivo iniziò a farsi conoscere anche al di fuori del ring, divenendo un mito mediatico nella lotta alle persecuzioni razziali negli Stati Uniti e nel prendersi a cuore le ingiustizie che tanti afroamericani molto meno fortunati di lui erano costretti a subire. Memorabile fu, a questo proposito, il gettare l’oro vinto a Roma nel fiume Ohio come segno di protesta nei confronti della segregazione razziale.

Ai mondiali del 1964 avvenne la sua consacrazione nella storia dello sport quando riuscì a battere Sanny Linton in finale e fu proprio in quel periodo che divenne sempre più celebre tra il pubblico grazie al suo atteggiamento quasi al limite della spacconeria per le dichiarazioni provocatorie durante le conferenze stampa.

Questa tenacia e la fede assoluta nei valori in cui credeva lo portarono prima a convertirsi all’Islam assumendo il nome di Alì Muhammad e poi a scontrarsi col governo americano rifiutandosi di arruolarsi nell’esercito e partire per la guerra in Vietnam (Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro dichiarò come giustificazione del rifiuto alla stampa”). Ciò gli valse una condanna a 5 anni di reclusione che lo costrinse a ritirarsi fino al 1971, periodo durante il quale si impegnò con ancora più fervore nelle battaglie per i diritti civili e venendo criticato per l’appoggio alle campagne condotte da M.L. King.

Dopo il periodo buio del ritiro, tornò vincente sul ring nel 1974 battendo George Foreman in un incontro che passò alla storia e che per Alì fu soprattutto emblema del riscatto africano nei confronti dell’imperialismo statunitense. Da quel momento la sua carriera sportiva cominciò a declinare e nel 1981 il “the greatest” appese definitivamente i guantoni al muro, proseguendo tuttavia la sua lotta alle ingiustizie: a inizio degli anni 90, durante la guerra tra Iran e Iraq, fece da intermediario per la liberazione di alcuni prigionieri di guerra e nel 1991 si recò personalmente a Baghdad a parlare con Saddam Hussein nel tentativo di evitare la guerra, ormai imminente, con gli USA.

30 anni fa, infine, l’inizio dell’ultimo grande match della sua vita con il più grande nemico di tutti: il morbo di Parkinson. Nonostante la malattia, Alì si arrese mai nel partecipare attivamente alle campagne sociali e politiche per tutela dei diritti dell’uomo e alle olimpiadi di Atlanta del 1996 commosse ancora una volta tutto il mondo nelle vesti di ultimo tedoforo. Le immagini mostrarono i segni evidenti della malattia che quasi lo aveva reso irriconoscibile, ma la sua forza di volontà nell’accendere la fiamma olimpica risaltò più del tremore delle sue mani divenendo emblema di quello spirito che infiammò tutta la sua esistenza e che lo aveva reso davvero il più grande di tutti.

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