Da giugno a settembre – Un’estate in 10 notizie

 

Raccogliere, organizzare ma soprattutto scegliere le 10 notizie che potessero raccontare l’estate che ci siamo appena lasciati alle spalle è stato una sfida più ardua del previsto. I morti da calamità naturali sono meno importanti di quelli dettati dal furore umano? Prediligere una visione italocentrica o spostare il punto di vista? Temi scottanti o argomenti snobbati dalla stampa sensazionalistica? Nel tentativo di percorrere la via dell’equilibrio, dare il giusto peso agli eventi, parlare d’Italia senza dimenticare il resto del mondo, cercare la completezza ma evitare le conclusioni affrettate, è nato questo lungo, lunghissimo articolo.

Con questa edizione speciale di “Una settimana in 10 notizie” vogliamo accogliervi nuovamente fra le nostre righe, in vista di un autunno che si prospetta denso di avvenimenti e capace di importanti risvolti, i quali saranno scrupolosamente riportati nell’edizione 2017-2018 della rubrica. Ben ritrovati e buona lettura!

  1. Amministrative italiane: grillini crollano a picco, il centrodestra risale

    Un migliaio circa i comuni italiani al voto l’11 giugno e a seguire, in caso di ballottaggio, il 25 giugno. Fin dal primo turno i risultati parlavano chiari: il Movimento 5 Stelle, dopo i simbolici successi di Roma e Torino nelle amministrative dell’anno scorso, è stato protagonista di una parabola discendente, non riuscendo a raggiungere nemmeno i ballottaggi in molte centri importanti. La sconfitta più amara è stata Genova, città natale del fondatore del partito Beppe Grillo, in cui il candidato penta-stellato è arrivato terzo.

    Ne è uscita rafforzata invece la coalizione di centrodestra, che vedeva riuniti Forza Italia e Lega Nord. Sostanzialmente stabile il centrosinistra. Molti hanno provato a leggere i risultati in vista delle elezioni politiche che si terranno nel 2018, ma risulta ancora difficile fare previsioni verosimili. Quello che sembra certo è che la competizione elettorale, che fino a qualche mese fa sembrava polarizzata tra M5S e PD, dovrà tener conto di un centrodestra in netta risalita.

    Credits: Wikipedia
  2. Macron: prima estate all’Eliseo

    L’estate del neopresidente francese Emmanuel Macron è iniziata con un primo, importante appuntamento alle urne: l’11 e il 18 giugno si sono svolte le elezioni legislative per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale. La République en marche!, il partito del presidente, ha ottenuto il 43% dei voti e 308 dei 577 seggi, riuscendo a conquistare una salda maggioranza parlamentare, con il sostegno dei 42 alleati eletti con il Movimento Democratico. Marine Le Pen, l’avversaria di Macron alle presidenziali, mirava a consolidare il suo Front National come maggiore forza d’opposizione parlamentare, ma si è dovuta accontentare dell’elezione di soli 8 membri, lei compresa.

    Nonostante il cambio di maggioranza rispetto alla scorsa legislatura, l’opposizione è ancora nelle mani della destra gollista: Les républicains hanno ottenuto 112 seggi, confermandosi seconda forza politica del Paese. La sinistra parlamentare ha risentito dell’impopolarità dell’ultima legislatura socialista e della presidenza Hollande: con soli 30 deputati è calato a picco il Partito Socialista, mentre La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, altro grande protagonista delle presidenziali di quest’anno, con i suoi 17 seggi, è riuscita a imporsi come nuova forza di sinistra radicale. Particolarmente scoraggianti sono i dati sull’affluenza, in quanto meno del 43% degli aventi diritto si è recata al voto.

    Sul versante politico, Macron ha mosso i primi decisivi passi della sua presidenza, in netto contrasto con le posizioni dell’Italia. A inizio giugno, l’allora neoeletto presidente francese ha bloccato l’acquisizione dei cantieri di Saint-Nazaire dell’STX France da parte di Fincantieri, il colosso cantieristico italiano, che procedeva da inizio anno. La nuova proposta elaborata dal governo francese è stata definita “inaccettabile” dal Ministro dello Sviluppo economico italiano Calenda e il titolo azionario Fincantieri ha risentito della mossa. Un accordo è stato comunque raggiunto nei giorni scorsi a Lione, con il quale l’azienda italiana ha acquisito il 51% dei cantieri.

    Un altro duro colpo assestato al governo italiano riguarda la questione migratoria. Macron, durante il vertice sui Balcani occidentali tenutosi a Trieste il 12 luglio alla presenza della cancelliera tedesca Merkel e del primo ministro italiano Gentiloni, ha rimarcato l’importanza di distinguere tra rifugiati politici e migranti economici e a Parigi è stato elaborato un piano che prevede il rimpatrio dei profughi che non hanno i requisiti necessari per ottenere asilo politico in Francia.

    Il premier italiano ha inquadrato invece il problema entro una cornice più ampia sostenendo di non poter ignorare un fenomeno importante come le migrazioni a cui stiamo assistendo. Invoca dunque un aiuto congiunto dei Paesi UE e un maggior stanziamento di fondi. Strettamente collegata a questi fatti, la Francia si è inserita prepotentemente nel critico teatro libico organizzando il 25 luglio non lontano di Parigi un incontro tra il primo ministro libico riconosciuto dalla comunità internazionale Fayez al Sarraj e Khalifa Haftar, il generale che controlla la Cirenaica.

    Il vertice ha suggellato l’impegno congiunto per il cessate il fuoco tra le parti e una pacificazione durevole. La Francia pare dunque intenzionata a non permettere all’Italia, impegnata negli stessi giorni con delle trattative con al-Serraj al fine di arginare i flussi migratori verso le coste del nostro Paese, di essere il principale attore esterno in uno scenario così ricco di risorse come lo è l’ex-colonia italiana.

    Sul versante interno, il governo ha presentato la riforma del lavoro che Macron aveva promesso in campagna elettorale, la quale ha però incontrato le critiche dei lavoratori e dato vita a proteste sindacali.

    Credits: Wikimedia commons
  3. In Siria e Iraq l’Is perde terreno ma la pacificazione è lontana

    Nella zona siriana e irachena continuano le battaglie di riconquista delle città ancora in mano allo Stato Islamico.

    Il 9 luglio il primo ministro iracheno Haider al Abadi ha proclamato la liberazione della città di Mosul, a termine delle ampie operazioni iniziate nell’ottobre 2016. L’esercito iracheno è ora impegnato nella riconquista di Tal Afar, una città nel nord del Paese, in cui convergono importanti interessi iraniani e turchi, che minacciano l’intervento a fianco delle milizie sciite.

    In Siria, continua la battaglia per Raqqa da parte delle Forze democratiche siriane e sono inoltre iniziate operazioni a danno dei miliziani del califfato in alcune zone al confine con il Libano. Nonostante gli apparenti successi sul campo, la situazione nei due Paesi mediorientali distrutti dai conflitti civili è lungi dal considerarsi risolta. In Iraq, il potere del governo è effimero e la sua capacità di spesa per far fronte alla devastazione del Paese inconsistente.

    Inoltre, la regione settentrionale irachena del Kurdistan, autonoma da Baghdad, si è recata alle urne il 25 settembre per un referendum consultivo sull’indipendenza voluto dal presidente del governo regionale Massoud Barzani. Il trionfo del “sì” (91,8%) ha scatenato reazioni contrariate e aggressive da parte di Baghdad e Ankara, invece sono state prudenti le risposte del resto della comunità internazionale.

    In Siria, gli attori in gioco sono numerosi e altrettanto lo sono i Paesi esterni coinvolti nel conflitto, tanto che trovare una soluzione univoca pare impossibile. I negoziati di pace patrocinati dall’ONU e che si svolgono nella sede di Ginevra continuano di pari passi a quelli di Astana, in cui si discutono gli aspetti prevalentemente militari. L’inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla questione siriana Staffan De Mistura ha ammesso che gli sforzi compiuti sono ancora insufficienti ma ha assicurato che il mese di ottobre, con le nuove convocazioni dei negoziati, sarà decisivo per una significativa svolta.

    Credits: Wikimedia Commons
  4. La svolta autoritaria del Venezuela di Maduro

    Il Paese sudamericano devastato da una gravissima crisi economica e politica, sembra incedere prepotentemente verso un assetto antidemocratico. Il governo socialista di Nicolás Maduro, oggetto di forti contestazioni di piazza che dall’inizio dell’anno hanno causato più di un centinaio di morti, dopo aver arrestato svariati leader dell’opposizione ha ideato un vero e proprio piano per mettere a tacere gli avversari politici.

    Esso prevedeva la sostituzione del parlamento, dove l’opposizione ha la maggioranza, con un’assemblea costituente, le cui elezioni, boicottate dalle opposizioni, si sono svolte il 30 luglio. Il nuovo organo, composto esclusivamente da chavisti, è entrato in carica pochi giorni dopo e con una risoluzione unanime si è appropriato dei poteri legittimi del parlamento. Moltissimi i venezuelani che ricoprono importanti cariche pubbliche a denunciare la svolta autoritaria di Maduro e poi costretti a chiedere asilo politico all’estero.

    Credits: Wikimedia commons
  5. Dall’immigrazione ai vaccini: le sfide della politica italiana

    Con l’arrivo dell’estate e l’aumento degli sbarchi, la tematica migratoria è tornata di scottante attualità. A seguito di un vertice con Francia e Germania sulla questione, il 31 luglio il ministro dell’interno italiano Marco Minniti ha presentato alle organizzazioni non governative che operano i salvataggi dei migranti nel Mediterraneo un “codice di condotta” in 13 punti. Tra questi il divieto a entrare in acque libiche, l’obbligo a non trasferire le persone soccorse su altre navi e a trasportare a bordo ufficiali di polizia che possano garantire sicurezza e indagare sui traffici. Alcune ONG, come Medici Senza Frontiere, si sono rifiutate di firmare il codice perché contro i principi fondamentali sui quali basano le loro operazioni umanitarie. Alcune modifiche all’atto sono state accettate dal Viminale, ma il contenuto dei punti rimane sostanzialmente lo stesso.

    Intanto proseguivano i contatti dell’Italia con il premier libico internazionalmente riconosciuto Fayez al Sarraj che hanno portato alla costituzione di una zona search and rescue (Sar) per la ricerca e il salvataggio dei migranti in mare che si estende parecchie miglia al di là delle acque nazionali libiche. La zona Sar è pattugliata esclusivamente dalla Marina libica ed è fatto divieto l’ingresso alle ONG. Le misure concrete intraprese dal governo per ridurre gli sbarchi sulle nostre coste, nonostante sul breve periodo potrebbero rivelarsi efficaci, hanno scatenato un ampio dibattito morale che fonda le sue ragioni sull’incompatibilità dei principi fondamentali che dovrebbero animare l’operato dell’Europa e la loro quotidiana violazione nei centri di accoglienza libici.

    L’estate italiana è stata anche caratterizzata dalla discussione parlamentare su vari temi che hanno dominato per lungo tempo le prime pagine dei quotidiani. La riforma alla legge di cittadinanza nota come Ius soli è approdata in Senato dopo l’approvazione della Camera dei deputati avvenuta due anni fa. Il provvedimento permetterebbe ai bambini stranieri nati in Italia, le cui famiglie soddisfino determinati requisiti, l’accesso automatico alla cittadinanza e la possibilità di diventare cittadini italiani ai minori che hanno frequentato un numero minimo di anni scolastici nel nostro Paese.

    L’astensionismo pentastellato e l’opposizione, con la miriade di emendamenti presentati al progetto, hanno rallentato l’iter legislativo a Palazzo Madama. A metà settembre, la capigruppo ha “decalendarizzato” il progetto di riforma per la mancanza di una maggioranza certa. È invece diventato legge il discusso provvedimento sui vaccini che “amplia l’elenco delle vaccinazioni obbligatorie per i minori, opera una revisione delle relative sanzioni e modifica la disciplina sugli effetti dell’inadempimento dei suddetti obblighi relativamente ai servizi educativi, alle scuole ed ai centri di formazione professionale regionale” (fonte: www.camera.it).

    Infine, il cosiddetto Rosatellum 2.0, la nuova proposta di legge elettorale firmata PD, adottata dalla Commissione Affari costituzionali della Camera, approderà in Aula il 10 ottobre.

    Credits: Wikimedia Commons
  6. Africa: estate alle urne

    Nel continente africano i Paesi recatosi alle urne questa estate sono stati numerosi. Il 4 agosto si è votato in Ruanda, dove il presidente Paul Kagame è stato rieletto in quello che si è confermato una sorta di plebiscito piuttosto che un’elezione democratica. Il leader del Fronte patriottico ruandese, alla guida del Paese dal 2000, aveva modificato la costituzione per poter essere rieletto e impedito agli altri candidati una competizione equa e priva di brogli elettorali.

    Il 5 agosto è stata la volta della Mauritania. Oggetto del voto era un referendum costituzionale voluto dal presidente Mohamed Ould Abdel Aziz che prevedeva l’abolizione del Senato e altre istituzioni, il cambiamento del sistema elettorale in senso maggioritario e la modifica della bandiera nazionale. Il sì ha trionfato con l’85% dei voti, anche grazie al boicottaggio delle opposizioni che denunciano la possibile deriva autoritaria del presidente.

    L’8 agosto i kenioti hanno votato per eleggere il presidente, i membri delle camere e dei governi locali [per l’analisi dettagliata vedi qui]. L’opposizione ha duramente contestato la rielezione di Kenyatta e ottenuto un risultato insperato: l’1 settembre una sentenza della corte suprema ha annullato i risultati del voto dello scorso agosto e previsto nuove elezioni in ottobre. La decisione è stata giustificata dal clima di violenza che ha accompagnato i kenioti alle urne.

    Infine, il 23 agosto è stato il turno dell’Angola di eleggere il nuovo presidente e i deputati dell’assemblea nazionale. Con un risultato prevedibile, ha trionfato l’allora Ministro della difesa João Lourenço, appartenente al partito Movimento popolare di liberazione dell’Angola del presidente uscente José Eduardo dos Santos.

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  7. La white America di Trump

    L’amministrazione statunitense ha subito forti scossoni durante l’estate a causa dei numerosi rimpiazzi di importanti figure di potere. Il generale John Kelly ha sostituito Reince Priebus nel ruolo di capo di gabinetto, Steve Bannon, consigliere strategico di Trump e rappresentante delle idee più radicali e controverse della cerchia presidenziale, è stato rimosso dall’incarico, Sarah Huckabee Sanders ha rimpiazzato Sean Spicer, il portavoce della Casa Bianca, una figura dal forte impatto mediatico.

    Altre numerose dimissioni si sono susseguite a raffica dopo i fatti di Charlottesville e la mancata esplicita condanna dei fatti da parte di Donald Trump. L’11 agosto nella cittadina della Virginia, si sono radunati numerosi esponenti di gruppi di estrema destra che hanno dato vita ad una manifestazione contro la rimozione della statua di un generale schiavista e a difesa degli ideali del suprematismo bianco [per saperne di più, vedi qui]. Negli scontri con gli antifascisti radunatisi in risposta, una donna ha perso la vita.

    Il presidente statunitense è stato al centro delle cronache dei media anche per le nuove svolte del Russiagate, lo scandalo che sta investendo Trump e la sua amministrazione. Le iniziali indiscrezioni che ipotizzavano uno stretto legame tra gli uomini vicini al futuro presidente e alcuni politici russi durante la campagna presidenziale sembrano ora essere corroborate da alcune rivelazioni importanti. Nonostante gli oppositori esultino nella speranza che l’inchiesta possa essere la base di un impeachment presidenziale, la presunta collusione con la Russia e le sue eventuali dimensioni sono difficilmente provabili.

    Sul versante legislativo, l’Obamacare non è stato smantellato né sostituito, come invece aveva promesso Trump in campagna elettorale. Dopo il “sì” della Camera alla cancellazione, il provvedimento si è bloccato al Senato.

    Al contrario, sembra essere in via di abolizione il Deferred actions for childhood arrivals, il cosiddetto programma Daca voluto dall’amministrazione Obama per permettere ai dreamers, gli immigrati senza documenti arrivati negli States da bambini, di non essere espulsi. Il presidente ha concesso 6 mesi al Congresso, il periodo di tempo entro il quale il programma giungerà a scadenza, per legiferare sulla questione.

    Infine, dopo che una sentenza di un tribunale californiano lo aveva bloccato, a metà settembre la Corte Suprema statunitense ha riammesso definitivamente il muslim ban, il provvedimento voluto dall’amministrazione Trump che vieta la concessione di visti statunitensi a tutti coloro che provengono da Somalia, Iran, Siria, Sudan, Libia e Yemen.

    Credits: Wikimedia Commons
  8. Il terrorismo di matrice islamica colpisce ancora l’Europa

    Tra il 17 e il 18 agosto, il teatro dei nuovi attentati terroristici è stata la regione spagnola della Catalogna. Un furgone ha investito e ucciso 13 pedoni che passeggiavano sulle Ramblas di Barcellona e nella notte del giorno seguente, in una città poco distante dalla capitale catalana, alcuni terroristi hanno compiuto un altro attacco seguendo la medesima modalità ma utilizzando un’automobile [per l’analisi dettagliata vedi qui].

    Sempre il 18 agosto, a Turku, Finlandia, un terrorista poi reo confesso ha seminato il panico nel centro cittadino brandendo un coltello. Le vittime dell’attacco sono state soprattutto donne, di cui 2 sono rimaste uccise. Nessuna rivendicazione ufficiale da parte dello Stato Islamico o altre organizzazioni estremiste ma sono stati molti i jihadisti ad inneggiare all’atto compiuto.

    A Surgut, una città siberiana, il 19 agosto un attentatore ha accoltellato 7 persone ma nessuna di esse ha perso la vita. L’agenzia stampa dell’Is ha rivendicato l’attacco.

    Lo Stato Islamico ha ufficializzato anche la propria responsabilità per la deflagrazione avvenuta presso la stazione della metropolitana londinese di Parsons Green il 15 settembre. 29 i feriti ma nessuno in pericolo di vita. Il livello di allerta è stato alzato a “critico” e nei giorni seguenti sono stati arrestati i due giovani presunti attentatori.

    Las Ramblas di Barcellona il giorno dell’attaco. Credits: Wikimedia Commons
  9. Alta tensione nei rapporti tra Corea del Nord e USA

    Il 4 luglio Pyongyang ha lanciato il suo primo missile balistico intercontinentale, a cui ne è seguito un altro a fine mese. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha prontamente approvato contro la Corea del Nord nuove sanzioni, strumento di dissuasione che in passato non aveva portato i risultati sperati. Nel mese di agosto, le reciproche minacce e le intimidazioni dai toni accesi fra il leader nordcoreano Kim Jong-un e il presidente statunitense Donald Trump hanno inasprito gli attriti e infiammato la stampa internazionale.

    Contemporaneamente, le esercitazioni militari programmate di Stati Uniti e Corea del Sud si sono intensificate e la risposta di Pyongyang non è tardata ad arrivare: il 3 settembre il regime ha annunciato che il test di una bomba a idrogeno ha avuto successo. Le nuove sanzioni ONU imposte a Kim Jong-un sono frutto di una revisione da parte di Mosca e Pechino, che le hanno rese più blande.

    Nonostante il clima di forte tensione, gli analisti internazionali concordano sul fatto che si tratti di un’escalation momentaneamente solo dialettica, che difficilmente si tramuterà in azioni concrete. Infatti, a dispetto dei proclami guerrafondai di Trump, la linea politica che gli Stati Uniti sembrano seguire è di un relativo mantenimento dello status quo. L’altro grande attore in gioco, la Cina di Xi Jinping, in apparenza accoglie gli appelli di Washington e in sede ONU condanna Pyongyang, ma effettivamente garantisce la sopravvivenza economica del regime. [Per l’analisi approfondita, vedi qui]

    Credits: Facebook
  10. Elezioni federali tedesche: quarto mandato per la cancelliera Angela Merkel

    In Germania, domenica 24 settembre si sono tenute le elezioni per il Bundestag, il parlamento federale. L’Unione Cristiano-Democratica (Cdu) di Angela Merkel è il primo partito tedesco con il 33% dei voti e 244 seggi su 631, mentre la Socialdemocrazia (Spd) del principale sfidante per la cancelleria Martin Schulz, già presidente del Parlamento Europeo, ha raggiunto il 20,5% e 154 deputati. Entrambi i partiti arretrano di parecchi punti percentuali rispetto ai risultati della scorsa tornata elettorale.

    Ha ottenuto invece un gran risultato Alternativa per la Germania (AfD), il partito nazionalista di destra euroscettico, con il 12,6% dei voti, che varca così le porte del parlamento, obiettivo che l’Afd aveva mancato nel 2013. Seguono i liberali con il 10,7%, la Sinistra con il 9,2% e i verdi con l’8,9%.

    Dopo aver concluso i colloqui con i principali partiti politici tedeschi, Merkel formerà il nuovo governo. La possibilità di una seconda Große Koalition formata da Cdu e Psd è stata esclusa dallo sconfitto Schulz. Gli analisti prevedono una coalizione di governo composta da Cdu, liberali e verdi, le cui posizioni su vari temi sembrerebbero apparentemente inconciliabili e causerebbero instabilità.

    Credits: Wikipedia
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