Dai fratelli La Barbera a Buscetta, la guerra che cambiò il destino di Cosa Nostra

I mandamenti di Cosa Nostra in Sicilia (25/11/13)/ carta di Laura Canali per Limes

Ogni storia ha i suoi periodi chiave, in cui qualcosa cambia e condiziona gli anni a seguire. Non fa eccezione quella della mafia siciliana, che fino ai primi anni ‘60 gran parte dell’opinione pubblica italiana la considerava una reminescenza del passato agricolo e feudale dell’isola; invece proprio in quegli anni cambiò pelle, attraverso una vera e propria campagna armata destinata a stravolgere la vita di tutti.

Tutto ciò prende il nome di “Prima guerra di mafia”, per distinguerla dalla cosidetta “seconda” che si consumerà vent’anni dopo e le cui origini derivano proprio da questo conflitto: siamo nel 1962 e, con la complicità della classe politica locale, si sta consumando il “sacco di Palermo, ossia una gigantesca speculazione edilizia che stravolgerà la città e la farà espandere anche a costo di distruggere edifici storici che – in teoria – sarebbero dovuti essere stati tutelati dalla legge. Invece l’unica “logica” che contava era quella del cemento.

A permettere questo erano principalmente l’allora Sindaco palermitano Salvo Lima e l’assessore ai Lavori Pubblici, e futuro primo cittadino, Vito Ciancimino, entrambi della Democrazia Cristiana. Ma anche gli istituti di credito locali favorivano gli impresari legati a Cosa Nostra piuttosto che gli imprenditori onesti, alimentando così un clima di sempre più forti legami tra criminalità organizzata e politica, tant’è che Pio Latorre – all’epoca consigliere comunale, poi parlamentare per il PCI – lo denuncierà in un suo discorso in Consiglio nel ‘63.

Il Sindaco di Palermo Vito Ciancimino tiene un discorso durante una seduta del Consiglio comunale, primi anni '70/ Wikipedia
Il Sindaco di Palermo Vito Ciancimino tiene un discorso durante una seduta del Consiglio comunale, primi anni ’70/ Wikipedia

Se però il mercato degli appalti non provocava scontri tra le famiglie mafiose, questi sarebbero emersi a breve: il “casus belli” fu la frode sul ricavato di un carico di droga a inizio ‘62: i fratelli Angelo e Salvatore La Barbera (capimafia di Palermo centro, tra i protagonisti del “sacco”) e Salvatore Greco (Palermo est) avevano investito in una partita di eroina destinata agli Stati Uniti, ma non arrivò tutta a destinazione.

Sul caso intervenne la Commissione di Cosa Nostra – istituita poco tempo prima su suggerivento della mafia americana – che scagionò il colpevole individuato dai La Barbera, Calcedonio Di Pisa, l’incaricato di controllare che la spedizione fosse a posto prima di partire. Fu una sentenza che non soddisfò affatto i due fratelli, tanto da assassinare Di Pisa a Palermo il 26 dicembre dello stesso anno, aprendo di fatto la guerra intestina alle famiglie siciliane che durerà circa sei mesi.

Qualche mese dopo, a maggio, il conflitto arriverà fino a Milano, quando Angelo La Barbera scampò per un soffio a un attentato e venne arrestato: con la sua uscita di scena e la morte di suo fratello, vittima già a gennaio della “lupara bianca” (il collaboratore di giustizia Antonino Calderone rivelerà poi che fu soccofato e seppelito dai Greco), lo scontro rimane comunque lungi dal concludersi. Il capo della cosca dell’Uditore, Pietro Torretta, voleva infatti il controllo di Palermo centro.

Quindi questi si associò insieme ad altri boss con il potente Michele Cavataio, per far fronte comune contro i Greco. Si arriva così al 30 giugno del ‘63, quando un’autobomba esplose vicino alla casa della cosca rivale a Ciaculli, uccidendo sette uomini tra carabinieri, militari e poliziotti giunti lì perché avvisati della presenza di quell’ordigno. Tra loro c’era anche il tenente Mario Malausa, autore qualche tempo prima di un rapporto su Cosa Nostra famiglia per famiglia e sui rispettivi collegamenti con la politica: era quindi un attacco contro le forze dell’ordine?

Resti dell'autobomba esplosa a Ciaculli, vicino Palermo/ Mafieitaliane
Resti dell’autobomba esplosa a Ciaculli, vicino Palermo/ Mafieitaliane

La tesi più diffusa è che, in realtà, il vero obiettivo rimaneva Greco. Comunque lo Stato iniziarono a muoversi, seppur le risposte politiche rimanessero titubanti, e già nel ‘62 la Commissione parlamentare anti-mafia iniziò a operare. La pressione diventa così forte che molti mafiosi preferirono lasciare la Sicilia, come Tommaso Buscetta – il futuro “super-pentito” e che all’epoca si era prima schierato con i La Barbera, poi con Cavataio – e partire per l’America.

Se le armi cessano di ruggire in quel periodo, gli ultimi capitoli della guerra li troveremo però a fine anni ‘60: nel ‘68, le sentenze di Catanzaro e Bari assolveranno la maggior parte degli imputati (Angelo La Barberà verrà comunque condannato a 22 anni, per essere ucciso nel carcere di Perugia nel ‘75) mentre, un anno dopo, piomberà l’epilogo finale. Il 10 dicembre, infatti, Cavataio e alcuni suoi uomini vennero trucidati da un commando inviato da Greco, compiendo quella che passerà alla storia come la strage di viale Lazio a Palermo.

Tra i killer, c’erano Provenzano e Riina: saranno loro, diversi anni dopo, i protagonisti della già citata “Seconda guerra di mafia”, lasciandosi dietro una scia infinita di sangue. Una nuova generazione di boss che sfrutteranno al meglio i legami con la politica e la mafia d’oltreoceano, grazie soprattutto al rilievo sempre più marcato in questo senso di Buscetta. Ma tutto ciò è ancora troppo oscuro per poterlo chiamare “storia”.

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Studente classe '95 della Triennale al SID, udinese, arbitro di calcio. Amo leggere, ascoltare, il teatro. Cerco storie che parlino di persone e di frontiere dietro casa. Un futuro prossimo remoto nel giornalismo, collaboro con il Messaggero Veneto e Mangiatori di cervello. Se poi mi avanza tempo salverò il mondo, ma con calma.

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