Dalla comicità alla satira: l’officina del riso

Maschere teatrali raffigurate in un mosaico (Source: Wikipedia)

La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà!, recita un motto usato – così vuole la vulgata – negli ambienti anarco-rivoluzionari di fine Ottocento, riusato in chiave squisitamente dissacrante nel ‘68 e abusato ancora oggi. Che sia stato coniato da uno spirito inquieto come quello di Michail Bakunin o sia scaturito da una sorgente ignota, cosa che attribuirebbe all’irridente profezia un fascino particolare, poco importa. Temibile per le svariate forme dell’autorità, caro a quanti stentano ad assoggettarsi all’ordine costituito, rimane un manifesto della potenza eversiva insita nel riso.

Non deve stupire che Umberto Eco abbia congegnato la macchina narrativa dell suo “Il nome della rosa” attorno al timore, apparentemente immotivato, per uno scritto aristotelico sul riso. Il vecchio Jorge mette in guardia tutti i monaci dall’imbruttimento che l’atto di ridere provoca nell’animo umano. La risata contiene “la debolezza, la corruzione, l’insipidità […] della carne. Seppur al lettore moderno possa apparire un’innocua esagerazione, attraverso una spirale di morti inquietanti, lo scrittore e semiologo non vuole lasciare dubbi: non c’è nulla di più serio che dibattere sul rapporto conflittuale che intercorre fra riso e potere.

Fin qui è stato evidenziato come il divertimento possa rivelarsi quale insospettabile sobillatore, ma conviene approfondire la questione. Divertirsi (da “de-vertere”) significa evadere, volgersi altrove, interrompere, anche solo per un frangente, la monotonia del quotidiano vivere, che affanna e sommerge di preoccupazioni. Se nelle arti, e non solo nella letteratura, esiste un filone legato all’intrattenimento, questa tendenza artistica non risponde necessariamente alla definizione di disimpegno. Vero è che oggi riscuote maggior successo un genere svincolato da qualsiasi intento educativo o pedagogico. Al pubblico bastano film comico-realistici, barzellette e brani musicali che gli restituiscano quella spensieratezza di cui è stato privato dal grigiore della quotidianità.

Paflagone: Come potrebbe esserci, o Popolo, un cittadino che ti ami più di me? Io prima, quando ero consigliere, molte ricchezze ti procacciai per l’erario, alcuni angariando, altri strozzando, ad altri chiedendo, senza curarmi di alcun privato pur di farti cosa gradita.

Salsicciaio: In ciò, o Popolo, non c’è nulla di straordinario e anche io farò per te lo stesso: ruberò il pane agli altri e te lo servirò. Ma prima ti devo dimostrare proprio questo: che lui non ti ama e non ti è devoto, se non proprio perché … profitta della tua brace. E di te, che a Maratona impugnasti la spada contro i Medi per questa terra e con la tua vittoria ci permettesti di menare gran vanto, di te non si cura, che sei seduto così sul duro di queste pietre: mentre io ti ho fatto cucire questo (porgendogli un cuscino) e te l’ho portato. Alzati, dunque, e poi siediti mollemente per non consumare… quelle chiappe che furono a Salamina.

Popolo: E tu chi sei? Forse un discendente di quella illustre stirpe di Armodio? Questa tua azione è veramente nobile e amica del popolo.

Paflagone: Con quali meschine lusinghe ti vai procurando la sua benevolenza!

Se non fosse per il palcoscenico per cui è stato concepito e per le sottili allusioni a personaggi, fatti, usi e costumi di un’altra epoca, una simile estrapolazione de “I cavalieri” di Aristofane calzerebbe con un moderno spettacolo teatrale di taglio satirico. Le commedie di Aristofane si addicono al contesto storico-politico dell’Atene cosiddetta “democratica”, condizione necessaria perché il teatro possa manifestarsi nella sua forma più disinibita e sfacciata. D’altronde la comicità aristofanea si compone di stereotipi, volgarità e capovolgimenti della realtà riconducibili alla categoria del verosimile, ma si presta anche alla critica più feroce nei confronti dell’élite politica. Da una parte la sfera concettuale della fisicità, nella quale rientrano cibo, sesso e comportamenti boccacceschi, dall’altra il rovesciamento delle bassezze dei politicanti come Cleone, il suo bersaglio preferito.

Erasmo da Rotterdam in un dipinto di Hans Holbein (Source: Wikimedia)

Qui Cleone è il Salsicciaio, un eccellente affabulatore che si contende il favore del Popolo con Paflagone, altro abile oratore che gli rinfaccia di ricorrere a metodi sleali per assicurarsi il consenso popolare. Ad Aristofane è ben chiaro che l’impronta lasciata dai sofisti nell’agorà ateniese ha imposto l’egemonia del discorso più persuasivo. Quando mette i governanti alla berlina – e il teatro, servendosi degli espedienti della mimesi, riesce alla perfezione nell’intento -, lo fa perché insultare la gentaglia non è una colpa, ma è un servizio che si rende alla gente onesta. E il genio ateniese non si limita a quanto detto. Anzi, tra padri assuefatti alla frequentazione dei tribunale e donne che si astengono dal sesso con i mariti, a meno che non mettano fine a un’inutile guerra, Aristofane si guadagna il titolo di campione della comicità.

Il genere comico è multiforme e ha il pregio di saper rimodulare i toni a seconda delle condizioni storiche. Che Aristofane possa attingere a piene mani dalla politica è indubbio, mentre chi, come Marziale, si trova a scrivere sotto regime illiberale è costretto a smorzare l’ironia, a evitare parodie indecorose e a ripiegare su una comicità bonaria e candidamente sorridente. Di colpo scompaiono nomi propri e allusioni, seppur sottili, all’operato di chi vive a palazzo e rimangono tipi umani, maschere macchiettistiche e deformazioni di categorie professionali come il medico.

Fu già chirugo Diaulo,

ora è becchino.

Nel modo in cui gli era possibile

cominciò a essere medico.”

Dopo aver preso in considerazione due modelli di comicità, è opportuno concentrarsi su un’altra declinazione del riso. Irritante per i più, stimolante per chi è in cerca di letture impegnative, l’umorismo ottiene il raro effetto di affiancare al diletto la riflessione disincantata e pungente. Ancora una volta, la realtà circostante finisce per esser stravolta, ma con gli accorgimenti letterari di un linguaggio colto e fintamente polemico. Laddove crollino tutte le convinzioni e gli ideali del senso comune, ma anche i pilastri dell’erudizione coltivata dagli intellettuali, si può gettare il lettore nella disperazione più cupa per poi recuperarlo dal baratro con un sorriso confortante. Erasmo da Rotterdam è un maestro dell’arte.

Infatti mi è venuta voglia di fare con voi un po’ il sofista, non però di quella razza che oggi va inculcando stupidaggini ai ragazzini e insegna loro a contendere con pettegolezzi da donnette: imiterò invece gli antichi che, per evitare di essere chiamati col nome malfamato di sapienti, preferiscono essere nominati “sofisti”. La loro principale occupazione era quella di celebrare con encomi gli dei e gli eroi. Dunque ascolterete un elogio: non quello di Eracle o di Solone, ma di me stessa, l’elogio della Follia.

Così esordisce l’indimenticabile umanista, che non esita a ricorrere a un’ironia mordace per descrivere la condizione sventurata in cui incappa alla nascita ogni uomo. Folle già soltanto nell’accettare senza remore lo scacco della vita quotidiana. Nel suo “Encomion Morias” (1511), la dea Follia domina tutto e tutti, soggioga anche gli dei immortali, sbeffeggia sapienti e regnanti, non risparmia nessuno. Resta il fatto che non a tutti è accessibile un’opera tanto raffinata quanto brillante nella capacità di turbare e allietare, allo stesso tempo, il lettore. Voltaire stesso, con i suoi racconti arguti – basti pensare a Micromegas e a Babuc -, ottiene una ricetta letteraria estremamente simile, a conferma del fatto che ogni tempo ha i propri smascheratori.

Luigi Pirandello sulla scena de “Il fu Mattia Pascal” (Source: Wikipedia)

Più di recente la ricerca sul riso ha continuato a destare grande interesse. Ovvio, ma dovuto, il riferimento al saggio pirandelliano sul tema in questione. Lo scrittore e drammaturgo distingue ancora fra comicità e umorismo e riflette sull’esempio immediato della donna anziana, truccata, “parata d’abiti giovanili”, costretta a camminare con goffo incedere. E Pirandello spiega la distinzione con le espressioni efficaci di “avvertimento del contrario” e “sentimento del contrario”, dove il secondo implica un’osservazione meno superficiale e grossolana. In fondo, voleva essere un invito a soffermarsi sull’uso dell’intrattenimento, su come nel tempo sia stato svilito e ridotto a semplice motivo di distrazione. Eppure la discussione è ben più seria di quanto si possa credere.

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Nato a Chieti il 19 marzo 1998, mi sono diplomato presso il Liceo Classico Statale "G. D'Annunzio" di Pescara. Al momento sono iscritto al corso di Scienze internazionali e diplomatiche del polo universitario goriziano dell'Università di Trieste. Entusiasta di mettermi in gioco senza grandi aspettative, costantemente in cerca di opportunità. Appassionato di storia, politica nazionale e internazionale, arte, letteratura e lingue classiche.

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