Dalle nazionali alle europee, il 2019 dell’UE

Da sinistra a destra: Salvini (Lega), Vilimsky (FPÖ), Le Pen (FN), Wilders (PVV), Annemans (VB). Bruxelles, Parlamento Europeo, 28 maggio 2014 (Credits: Laurens Cerulus via Euractiv.com/Flickr)

Finita un’elezione, si prepara subito un’altra. Anzi, ci si pensa già da qualche tempo: la tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo sarà il prossimo anno, ma già dalla fine del 2017 se n’è iniziato a parlare. Dopo i voti in Francia, Germania e Italia, quindi, l’opinione pubblica europea inizia già a fare i conti con gli scenari possibili a livello comunitario, con un clima completamente diverso rispetto a quello di quattro anni fa. Non solo perché a Strasburgo e Bruxelles non ci saranno più deputati del Regno Unito, ma perché la visione dell’Unione Europea da parte di sempre più elettori si è fatta assai più critica in questi ultimi anni.

Sembra prematuro parlare già di clima elettorale europeo, ma notizie in tal senso hanno già iniziato a circolare da qualche tempo, anche se da queste parti sono state oscurate dalla recente campagna elettorale: il 7 febbraio, il Parlamento Europeo ha infatti bocciato “la proposta della commissione per gli Affari costituzionali dell’Eurocamera che chiedeva l’elezione di un certo numero di eurodeputati in una circoscrizione elettorale a livello europeo” (ANSA). Un risultato già preannunciato dallo stesso Presidente della Commissione europea, Juncker, addirittura il maggio scorso: “Vi devo dire che non si farà (la creazione di liste transnazionali, ndr) alle prossime elezioni europee. Sono in favore dell’idea, ma è molto difficile da applicare. Dubito fortemente che i partiti politici europei siano in grado di spiegare un sistema simile”. Progetto rinviato a data da destinarsi, quindi.

La proposta era arrivata da Italia e Francia, come aveva testimoniato la visita dell’allora Segretario del PD, Matteo Renzi, al Presidente transalpino Emmanuel Macron nel novembre 2017. In quell’occasione, l’ex Premier italiano aveva confermato la propria vicinanza politica al primo inquilino dell’Eliseo, nonostante i due partiti appartengano a famiglie politiche diverse all’interno del Parlamento Europeo: il PD è infatti membro del Partito Socialista Europeo (PSE), mentre il movimento francese fondato dallo stesso Macron, La République En Marche!, non è lì presente perché nato solo nel 2016 ma sarebbe più vicino all’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE). Lo stesso di cui fanno parte i Radicali di +Europa, anch’essi sostenitori di una circoscrizione europea unica.

Nel frattempo, a marzo a Napoli è nata una lista che punta comunque a unire gli elettori di diversi paesi europei: si tratta di un’alleanza tra DemA, il movimento presieduto dal sindaco partenopeo Luigi de Magistris, e l’ex Ministro greco delle Finanze Yanis Varoufakis e fondatore del movimento Diem25. All’interno di questo accordo c’è anche l’ex candidato socialista alle elezioni francesi Benoit Hamon, fuoriuscito dal partito per fondare Géneration. Questo nuovo attore politico andrà a sostituire molto probabilmente il vuoto lasciato dalla L’altra Europa con Tsipras, lista che in Italia raccoglieva il Partito Pirata, SEL, Rifondazione Comunista e altri, riuscendo a far eleggere due propri rappresentanti. Anche se l’asse de Magistris-Varoufakis sembra essere in anticipo su tutti gli altri, l’estrema destra europea ha già iniziato a sperimentare prove generali di alleanze.

Macron e Merkel al G7 di Taormina (Credits: Emmanuel Macron/Facebook)

Nel gennaio dell’anno scorso, infatti, i leader dei principali partiti “anti-sistema” si sono riuniti a Cobleza, in Germania, alla vigilia di un anno ricco di elezioni nell’UE. La Brexit e la vittoria di Trump alle presidenziali americane sembravano l’inizio di qualcosa e, in effetti, risultati notevoli sono giunti nei mesi successivi: Alternative für Deutschland è diventato il terzo partito tedesco; il Front National ottenne il 21,30% dei voti al primo turno e i nazionalisti olandesi del Partito per la Libertà è diventata la seconda forza del paese. In Italia, infine, la Lega è diventato il primo partito della coalizione di centro-destra, facendone del suo leader Salvini il candidato premier. La domanda da farsi, quindi, è se questi quattro movimenti euro-scettici confluiranno in un’unica lista transnazionale nel 2019.

Al di là delle coalizioni presenti e future, comunque, ciò che appare interessante è un’ormai costante “europeizzazione della politica” nazionale, come ha scritto Gilles Gressani sul Tascabile: “Non soltanto la classe politica nazionale segue un’agenda europea che la porta a interessarsi alle elezioni degli altri Stati membri, ma è proprio l’opinione pubblica europea a essere interconnessa in maniera totalmente inedita”. Quello che potrebbe sembrare un sogno per i sostenitori del federalismo europeo – una sempre maggiore interesse collettivo verso ciò che accade in un singolo paese membro – si verifica così nelle interazioni tra i partiti definiti populisti. Etichetta posta anche sul Movimento 5 Stelle, che però non rientra nell’alleanza sopra citata, e che -anzi- per certi aspetti assomiglia addirittura alla CDU di Angela Merkel, come ha scritto Lorenzo Monfregola nello stesso articolo sopracitato.

Dopo un 2017 di richiamo al voto e un 2018 ancora tutto da definire per i partiti italiani, non c’è dubbio che l’anno prossimo sarà chiave per un possibile mutamento della politica europea. Si tratterà così di una tornata elettorale comunitaria con veramente qualcosa in ballo, la prova del nove per la virata generale a destra dell’UE e, soprattutto, per i partiti per come li conosciamo oggi. Tra il candidato-partito Macron (che nei fatti è la replica di Berlusconi-Forza Italia) e il peso sempre più marcato delle correnti più estreme di Orban e Morawiecki all’interno del Partito Popolare Europeo – lo stesso di Merkel e Juncker, per capirci –, l’esito di quelle elezioni spesso bistrattate dall’opinione pubblica sarà il termometro perfetto per capire a che punto siamo del progetto europeo e se è destinato a crollare. Con paragoni con la Repubblica di Weimar pronti a essere tirati fuori dal cassetto.

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Studente al SID di Gorizia, sono stato caporedattore di Sconfinare tra il 2017 e il 2018. Friulano, sono appassionato di frontiere, soprattutto quelle del Corno d'Africa. Dicono che sono sempre impegnato, ma non ho mai avuto tempo per rispondere che è vero.

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