Donne e indipendenza: la lunga lotta contro gli stereotipi di genere

Dai movimenti del ‘68 a oggi, le più importanti tappe dell’azione femminista nella storia del secondo    dopoguerra.

Difficile nascondersi: la società in cui viviamo è evidentemente incentrata sulla cultura patriarcale. Una società in cui, ancora oggi nel 2018, è forte il bisogno di alzare la voce per far valere i propri diritti, per contrastare le gerarchie di potere occupate quasi esclusivamente da esponenti del genere maschile.

Una lunga lotta, quella femminista del secondo dopoguerra in particolare, che parte da lontano. Siamo negli anni Settanta, gli anni di piombo, della crisi economica, dell’instabilità politica. In un panorama socioculturale in evoluzione e cambiamento si sviluppa una nuova consapevolezza che porterà alla nascita, tra Stati Uniti d’America ed Europa occidentale, del movimento femminista, composto da una grande varietà di organizzazioni promosse e guidate da donne che vogliono rimettere in discussione la natura delle relazioni che legano l’universo femminile a quello maschile.

Anche grazie alla mobilitazione studentesca degli anni Sessanta, movimento aperto alle sperimentazioni ma intriso di notevole maschilismo, si creano luoghi di discussione intorno alla legittimità di persistenti discriminazioni. Nelle assemblee universitarie spesso i portavoce dei movimenti studenteschi sono uomini e alle ragazze sono riservati compiti marginali, spesso umilianti o di semplice presenza, per esempio durante le manifestazioni. Una discriminazione che però inizia a non funzionare più: le ragazze che frequentano questo ambiente sono universitarie, colte e consapevoli, con importanti modelli di riferimento su cui ragionare e instaurare un acceso dibattito, due tra tutti Simone de Beauvoir e Betty Friedan, che delineano le direttrici teoriche di un nuovo femminismo.

L’impulso forse principale allo sviluppo del movimento femminista degli anni Settanta deriva dalla riflessione del secondo dopoguerra relativamente ai caratteri delle istituzioni democratiche e alla loro differenza rispetto alla condizione di vita vissuta durante il periodo nazifascista. Si aprono, così, le porte per l’estensione dei diritti politici alle donne, dal diritto di voto al diritto di essere votate, fino al completamento di strutture educative aperte anche alle giovani donne. Strettamente correlata a queste tematiche si inserisce prepotentemente la questione del forte divario salariale tra uomini e donne a parità di percorso educativo e posizione lavorativa.

Prendono in questo senso forma diverse direttrici di riflessione, portate avanti dalle nuove associazioni create per promuovere un discorso incentrato sulla condizione femminile, come la NOW, National Organization for Women, fondata negli USA nel 1966, o il Movimento di Liberazione della Donna, MLD, nato in Italia nel 1971. Ancora prima nel tempo, tuttavia, nei primi movimenti femministi, risalenti agli anni Cinquanta, le donne si sono organizzate, confrontate, hanno manifestato, hanno formulato proposte, hanno vinto battaglie e raggiunto importanti conquiste, spesso hanno fallito.

In quella forte, prima ondata di femminismo fino agli anni Sessanta, le principali richieste vertevano sull’emancipazione e sull’uguaglianza, ovvero sulla pretesa di vedere riconosciuti pari diritti e doveri rispetto agli uomini per conquistare spazi economici, personali e sociali all’interno della nazione. Si arriva dunque al diritto di voto per le donne italiane nel 1946 e alla parità salariale nel 1957. Il femminismo, come la società, evolve e, infatti, le tematiche della nuova ondata degli anni Sessanta e Settanta si basano su concetti cardine quali indipendenza della donna e liberalizzazione del suo ruolo e conseguente capacità di autodeterminarsi e gestirsi indipendentemente dalla presenza maschile, mettendo in discussione quegli ordini precostituiti e portando in pubblica piazza temi quali la liberalizzazione sessuale, in particolare attraverso la liberalizzazione della contraccezione e dell’aborto.

E così nel 1970 in Italia viene introdotto il divorzio, confermato nel 1974 dalla sconfitta del referendum abrogativo fortemente promosso da associazioni cattoliche; nel 1977 si stabilisce per legge l’obbligo a un eguale trattamento salariale e lavorativo di uomini e donne; nel 1978 una legge legalizza, seppur con notevoli limitazioni, l’interruzione volontaria della gravidanza, confermata anche questa da un referendum abrogativo del 1981.

Prima marcia del movimento “Ni una menos” a Buenos Aires, Plaza de los Congresos. Credits: Wikipedia

Temi, questi, che in Italia oggi tornano a far discutere. Perché? Banalmente perché la società italiana porta con sé una visione impregnata di cattolicesimo, dagli ospedali, dalle farmacie, dai consultori che pullulano di obiettori di coscienza agli oppositori che tentano di ostacolare l’applicazione di leggi come la già citata 194 sull’aborto; perché a livello professionale-lavorativo, sociale e personale quella parità tanto cercata non è stata pienamente conquistata.

Lo vediamo e lo viviamo tutti i giorni: dalla donna che un po’ “se l’è cercata” la violenza sessuale, alla necessità di istituire le “quote rosa” per garantire la presenza femminile nel mondo politico, fino alle discriminazioni sul luogo di lavoro. Una lotta, quella femminista, che nonostante tutto non si arresta, ma che, al contrario, diventa “marea” grazie alla mobilitazione internazionale di movimenti, primo fra tutti Ni una menos – Non una di meno, che portano avanti e con forza un discorso femminista in continua evoluzione.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: