Doppio Fronte. Oratorio per la Grande Guerra.

Di Arianna Orlando e Sofia Dall’Osto

Il dramma umano della guerra, un dolore universale. Brevissimo incipit per definire ciò che Sabato 21, alle 20.45, è andato in scena al Teatro Verdi di Gorizia.“Doppio Fronte. Oratorio per la Grande Guerra” può essere definito un salto nel tempo, un volo che riporta indietro di cent’anni e permette di rivivere la tragedia della Prima guerra mondiale. A distanza di un secolo l’instancabile e coltissimo Moni Ovadia, in veste di aedo, e Lucilla Galeazzi, cantante e narratrice, danno vita ad una delle pagine più drammatiche della nostra storia accompagnati dalla Stage Orchestra e dal Coro Giovanile Freevoices, diretto da Manuela Marussi. Durante lo spettacolo si sono alternati in modo armonioso racconti, lettere, poesie e canzoni eredità della Grande Guerra, la cui successione ha creato un filo logico narrativo.

Gli interpreti hanno esordito con il roboante messaggio interventista del “Manifesto del Futurismo” di Marinetti e di “Amiamo la guerra” di Giovanni Papini, i quali erano convinti che la guerra giovasse alla modernità. Sono stati poi citati “L’Allegria” di Giuseppe Ungaretti e “Giornale di guerra e di prigionia” di Carlo Emilio Gadda, poeti che partirono volontari per il fronte, le cui memorie, messe nero su bianco in trincea, narrano la cruda realtà di devastazione morale e fisica che si celava al di là della propaganda bellica. Scrivere era per i soldati sinonimo di liberazione interiore, l’unico modo per continuare a vivere. Gli attori hanno declamato le lettere di alcuni combattenti alle loro madri e il carteggio colmo di passione tra due innamorati.

Successivamente, però, l’espressone della sofferenza è divenuta padrona della scena. Ad una descrizione delle trincee, definite “inutile tentativo di aggrapparsi alla vita”, è seguita un’approfondita esposizione del lutto collettivo in tutte le sue sfaccettature. La tragedia di una generazione di uomini e donne che non poterono costruirsi una famiglia a causa della mancanza di mariti per i nuclei famigliari. Il prezzo pagato dalle donne, costrette a sopravvivere nella disperazione e nell’attesa facendosi carico dei lavori pesanti, pur mantenendo le mansioni di sempre. Il cordoglio dei genitori che persero i giovani figli, rappresentato sapientemente nella scultura “I genitori in lutto” di Käthe Kollwitz.

La reazione a tutto ciò fu per certi aspetti positiva, per altri negativa. In primo luogo, ci fu la crescita di una coscienza civile simboleggiata dall’antimilitarismo e dall’emancipazione delle donne. Il movimento delle Suffragette americane guidato da Emmeline Pankhurst lottò per ottenere il riconoscimento di dignità e diritti. Questo fu un processo arduo, poiché le donne non godevano di una loro individualità ma erano considerate soltanto mogli, madri e sorelle dei soldati. A riguardo viene citato il “Diario femminile di guerra” di Matilda Serao. In secondo luogo, alcune delle conseguenze negative furono il dramma dei reduci atrocemente sfigurati e l’assenza di soluzioni alla mutilazione della psiche, dovuta alla vanità degli sforzi dei soldati mandati al macello.
Tali condizioni furono il risultato del fanatismo e del cinismo degli alti comandi militari. Gli interpreti hanno citato il film “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick, nel quale un’ufficiale francese ordinò di aprire il fuoco contro le retrovie, e il comportamento scellerato del generale Luigi Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano, fanatico di disciplina e obbedienza.

Alla prosa è stata accompagnata una selezione di canti popolari sulla guerra, provenienti dalle culture più disparate. Ovadia, la Galeazzi e il coro hanno interpretato con passione canzoni italiane, inglesi, tedesche, francesi, russe e yiddish. Particolarmente emozionante è stata l’esecuzione di “O Gorizia, tu sei maledetta”, brano che lamenta la tragedia di cui questo territorio è stato teatro. Alla sua conclusione, incontenibile è stato lo scroscio commosso della platea.

Al termine dello spettacolo, Moni Ovadia ci ha concesso un’intervista.

Sofia e Arianna: Com’è nato il progetto di Doppio Fronte?
Ovadia: Il progetto è nato proprio per l’anniversario dei cento anni dalla Grande Guerra, e soprattutto da una consapevolezza fondamentale: che questo evento inaugura la catastrofe di tutto il secolo successivo, e ancora oggi ne paghiamo le conseguenze.
Allora ritenevamo che se ne dovesse parlare: pochissimi sanno cos’è stata la Prima Guerra Mondiale, quanto sia stata atroce -paradossalmente, più atroce della seconda, anche se i civili morti sono stati di meno. Una guerra in cui l’essere umano ha contato meno degli animali, ha presente l’espressione “carne da cannone”? Sono stati mandati a morire a migliaia per avanzare di due metri.
Per converso, in quel periodo nasce la cultura antimilitarista.
Ci sono dunque molte ragioni per parlare della Prima Guerra Mondiale, e noi abbiamo cercato di raccoglierle proprio per fare capire che finché noi non supereremo i nazionalismi -non solo quello delle nazioni, ma anche quello dell’Occidente- e non applicheremo i valori che ci siamo dati, cioè i diritti universali dell’uomo, non avremo la pace. Non ha più senso parlare di nazionalità diverse, ma di culture diverse invece.
Noi, che abbiamo questa vocazione di pace e di uguaglianza abbiamo ritenuto che fosse nostro compito dare un contributo a fare sì che questa narrazione si istituisse su parametri che mirano a guardare a quell’evento come uno scempio di vite umane.

Sofia e Arianna: Com’è stato portare sul palco il dramma della Prima Guerra Mondiale, anche a livello emotivo?
Ovadia: Molto emozionante, molto coinvolgente, soprattutto per una ragione: noi abbiamo fatto una scelta stilistica, drammaturgica ed espressiva, prendere cioè un coro di giovani, donne e uomini, che hanno l’età di quelli che furono mandati a morire. Questo è il nucleo emotivo e sentimentale della messa in scena. Questa scelta è stata vincente.

Sofia e Arianna: A cento anni dalla Grande Guerra, e a quasi cento anni (nel 2016) dalla sesta battaglia dell’Isonzo, qui a Gorizia. Com’è portare, proprio a Gorizia, questo racconto, considerando che lo spettacolo include numerosi riferimenti alla città, tra cui la canzone “O Gorizia, tu sei maledetta”?                                               Ovadia: Stasera è stata una recita speciale, queste sono le terre che hanno pagato il prezzo più alto. Però noi ora portiamo questo spettacolo in una Gorizia che non è più terra di confine: qui siamo andati a fare benzina in Slovenia come se fosse la cosa più naturale del mondo, com’è giusto che sia in un’ Europa unita. Sono stati i nazionalismi a provocare questa guerra, e parlarne qui assume un significato ancora più forte, e parlarne in un momento come questo, in cui si affacciano ancora venti di guerra. C’è ancora qualcuno che crede che la guerra possa risolvere qualcosa. Abbiamo visto che le guerre in Iraq e in Afghanistan hanno solo portato alla pandemia terroristica, e allora parlare di quella guerra oggi significa riflettere sul fatto che noi dobbiamo uscire dalle guerre, uscire dalle logiche espresse dal motto latino “si vis pacem, para bellum” e sostituirlo col motto “si vis pacem, para pacem”. Non c’è una via alla pace, la pace è la via, ma la pace non è una via facile. Chi vuole affermare la pace non è, come si dice oggi, buonista. Un uomo che vuole accogliere il suo simile è buonista? La pace è paradossalmente la più difficile delle battaglie, però è l’unica via.

Sofia e Arianna: Siamo in un periodo molto particolare, a una settimana da Parigi e a due da Beirut,e si parla appunto di guerra aperta in Europa. Inoltre nel suo spettacolo si parla di giovani che chiedono pace e democrazia, e invece divengono testimoni, vittime e carnefici di una violenza inutile. Anche oggi i giovani sono largamente coinvolti, sono vittime e carnefici, come si è appunto visto al Bataclan. La Storia può essere ancora magistra vitae?
Ovadia: Il problema è che noi dobbiamo imparare ad allargare lo sguardo, e lo dico soprattutto a voi, che siete il futuro. Quante volte abbiamo visto in questi giorni l’eccidio del Bataclan? E le Twin Towers? Innumerevoli. Quante volte invece abbiamo visto i morti trucidati dalle bombe americane e inglesi in Iraq? Quanti sono i morti innocenti? Più di tre milioni.
Il problema è essere onesti intellettualmente, capire le tragedie degli altri. Tocca alla vostra generazione farla finita con la retorica e la propaganda. Ecco che la Prima Guerra Mondiale è un esempio di questa cosa, di come si sono mandati a macellare migliaia di innocenti per gli interessi della solita vecchia storia. La guerra dovrebbe esser bandita, e le persone come voi che diverranno futuri diplomatici, con la diplomazia, con l’intelligence, dovranno fermare le violenze.

Moni Ovadia

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