Effetto Parkland? Non proprio

David Hogg, leader della campagna March for Our Live (Credits: Reuters/Facebook)

Perché anche dopo #MarchForOurLives in America non cambierà nulla.

“Se non siete in grado di portare avanti una candidatura senza prendere soldi dalla NRA, perché candidarvi in primo luogo?”: così il diciassettenne David Hogg si rivolgeva, interpellato dai giornalisti, ai lawmakers repubblicani a qualche ora dalla sparatoria della Marjory Stoneman High School, che lo ha visto direttamente coinvolto e che ha lasciato a terra 17 liceali, abbattuti da un ex compagno con l’ arcinoto AR-15.

Lui, la coetanea Emma Gonzalez e una manciata di compagni sono i volti di #MarchForOurLives, inedita iterazione del movimento per il gun control che da anni combatte per introdurre regolamentazioni intorno a quel controverso diritto di portare armi che, dal 1791, fa degli Stati Uniti il Paese più armato del mondo (88.8 armi da fuoco pro capite, secondo lo Small Arms Survey 2007). Difficile dire quanti, e di che entità, siano stati i successi in una battaglia ormai pluridecennale; certo è però che l’aura giovanile che circonda i ragazzi di Parkland rappresenta una ventata d’aria fresca in un ambiente, quello politico, che come ovunque sembra lasciare poco spazio alle nuove generazioni.

Non si può, d’altra parte, non notare come l’iniziativa #MarchForOurLives abbia potuto contare fin dall’avvio su importanti appoggi politici ed economici, segno tangibile di un auspicabile cambiamento. Numerose sono le star del cinema e dello sport, dal regista Steven Spielberg al cestista Carmelo Anthony, che hanno staccato un assegno in favore del progetto, mentre, stando al sito ufficiale, il noto gruppo di lobbying Everytown For Gun Safety e Giffords Courage, fondazione riconducibile alla deputata democratica Gabby Giffords, avrebbero coordinato l’organizzazione dei vari eventi che hanno recentemente visto protagonisti gli studenti d’oltreoceano.

Media americani scrivono sulla campagna March for Our Lives (Credits: David Hogg/Facebook)

E fa in fondo sorridere l’idea che un manipolo di ragazzini, per quanto brillanti, siano stati da soli in grado di organizzare due national walkouts –l’ultimo datato appena 20 aprile- e una marcia su Washington che, secondo le stime riportate dal Time, avrebbe attirato quasi 800mila partecipanti; tuttavia, anche di fronte a risultati assolutamente ragguardevoli, tanto gli elettori quanto le varie figure partitiche -soprattutto in casa dem- dovrebbero guardarsi dal considerare questo come un fenomeno incisivo.

La sicurezza ostentata dal gruppo di fronte a telecamere e cronisti, infatti, nasconde una inesperienza politica complessiva, che si traduce in proposte che appaiono campate in aria: risulta francamente difficile credere, ad esempio, che Gonzalez sia consapevole che la confisca degli armamenti civili da lei veementemente propugnata avrebbe vita breve in un sistema di leggi al cui interno figuri ancora il Secondo Emendamento. Generalmente, si deve prendere atto dell’evidente influenza di un apparato mediatico poderoso, con tutto ciò che questo comporta: anzi che gli stessi Hogg e Gonzalez, appassionato di giornalismo lui e lesbica dichiarata a capo del club LGBT della scuola lei, sembrano rispondere ad una immagine costruita a tavolino per appellarsi ad un pubblico senz’altro già da sé favorevole alle politiche di cui si fanno portatori.

Il rischio, in sostanza, è di affidare la spinta per il gun control a dei personaggi tutt’altro che spontanei ed inevitabilmente privi delle competenze necessarie a concretizzarla in azioni legislative (non si ha ad oggi notizia di parlamentari diciassettenni), capaci al più di gonfiare i ratings dei vari canali satellitari di notizie. Probabilmente vane sono anche le speranze che i cinque di Parkland possano apportare un contributo significativo in vista dei midterms di novembre: aldilà dei proclami e delle folle oceaniche, veicolare un messaggio politico a chi non ha la facoltà di votare significa automaticamente rivolgersi ad un bacino di consenso che, appunto per ragioni anagrafiche, non si potrà sfruttare se non più avanti nel tempo.

NBC News estimates at least 1 million people are at the Washington, DC #MarchForOurLives http://ow.ly/evkn30j8wk7

Pubblicato da PoliticusUSA su sabato 24 marzo 2018

Se è poi vero che la Storia, anche recente, insegna, c’è allora da chiedersi quanto davvero si possa fare affidamento sul numero, di per sé già relativamente ristretto, di aventi diritto presenti tra i sostenitori di #MarchForOurLives. Tanto il referendum sulla Brexit quanto le primarie democratiche del 2016, entrambi appuntamenti in cui secondo gli analisti i millennials avrebbero dovuto giocare un ruolo determinante, hanno notoriamente messo a nudo la diffusa apatia degli elettori più giovani: al referendum britannico la categoria demografica 18-24 anni ha fatto registrare l’affluenza più bassa in assoluto (appena il 36%), mentre Bernie Sanders, candidato socialdemocratico alla nomination presidenziale della sinistra USA e grande favorito delle nuove generazioni, si è di fatto visto in più occasioni tradito proprio da queste ultime, che alle file ai seggi hanno preferito la comodità di casa.

Che fare allora? Il consiglio spassionato di chi scrive, per i sostenitori del gun control, è semplicemente di abbandonare il carosello delle campagne mediatiche autoreferenziali e iniziare a convivere con l’idea che il fondamento del potere, in una democrazia, è la superiorità elettorale, non quella morale. Con buona pace degli ascolti TV.

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About Mario Motta 38 Articles
19 anni. Laziale di nascita, friulano d'adozione. Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il Polo Universitario di Gorizia.

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