Elezioni, Egitto nel caos

Voto caratterizzato da scontri fra manifestanti, esercito e fondamentalismo islamico

Mentre in Tunisia si raccolgono i primi frutti della Primavera araba con l’insediamento del nuovo governo, l’Egitto è ancora in preda al caos, con elezioni “a rate” che si svolgono in un clima di altissima tensione tra i manifestanti di piazza Tahrir e la potente lobby dei militari. L’intricato sistema elettorale, infatti, prevede che le votazioni per rinnovare i due rami del parlamento (l’Assemblea del Popolo e la Shura) e per eleggere il Presidente siano spalmate in sei turni. I primi due, che si sono svolti negli scorsi mesi, hanno visto un trionfo del Partito della Libertà e della Giustizia (oltre 40%), legato ai Fratelli Musulmani, e dei salafiti di Al-Nour (20%), in netto distacco sul partito liberale Al-Wafd del miliardario copto Naguib Sawiris e su una miriade di piccoli movimenti nati nel corso della rivoluzione.

I Fratelli Musulmani sono stati la principale forza di opposizione al regime di Mubarak. Sono organizzati e diffusi in modo capillare in tutto il territorio e hanno una base popolare ben radicata, che li ha sicuramente avvantaggiati nella mobilitazione rispetto a formazioni più recenti. Valgono per loro le stesse considerazioni che ho già fatto per Ennahda riguardo al voto all’islam politico come garanzia di moralità nella gestione del potere, a maggior ragione in un paese di grande tradizione musulmana come l’Egitto. C’è da dire anche che le alternative sono piuttosto deludenti: i “partiti di piazza Tahrir” sono troppi e troppo frammentati, e Al-Wafd rappresenta soprattutto i magnati del turismo e della finanza, che in passato hanno senz’altro avuto qualche abboccamento con il regime.A differenza del caso tunisino però, il successo dei Fratelli mi suscita qualche perplessità in più. Prima di tutto bisogna considerare che la frammentazione e le rivalità all’interno della scena politica rendono altamente improbabile la formazione di un governo di unità nazionale, come in Tunisia. Invece, la formazione di un eventuale “blocco islamista” con i salafiti supererebbe il 60% in parlamento, anche se questo scenario è stato finora escluso. Tra i due partiti ci sarebbero infatti troppe differenze rispetto al grado di apertura: mentre, ad esempio, i Fratelli Musulmani sono ben consci dell’importanza del turismo nell’economia egiziana, i salafiti (più integralisti) non guardano con simpatia i turisti in costume che bevono birra sulle spiagge di Sharm. Al-Nour e Al-Wafd, inoltre, hanno avuto ultimamente qualche contatto con i militari, appoggiandone l’iniziativa di creare un Consiglio consultivo per stabilire i principi della costituzione. Iniziativa a cui si sono opposti i Fratelli Musulmani, che ritengono che il compito debba spettare ad una costituente democraticamente eletta. Non mi sento comunque di affermare che le posizioni del partito della Libertà e della Giustizia siano moderate come quelle di Erdogan e di Ghannouchi.

Come ha denunciato Sawiris, inoltre, Libertà e Giustizia e Al-Nour sono generosamente sostenuti, rispettivamente, da Qatar e Arabia Saudita: le petromonarchie del Golfo potrebbero così espandere la loro influenza sull’altra sponda del Mar Rosso, portando qualche disturbo al fragile equilibrio geopolitico della zona. Nonostante la loro fede sunnita li separi e addirittura li opponga agli sciiti di Teheran, i Fratelli hanno già annunciato di avere in programma un referendum per togliere il riconoscimento egiziano a Israele. Il che si aggiungerebbe alla totale perdita di controllo del governo sulla penisola del Sinai, dove si allunga l’ombra di Al-Qa’ida e di altre organizzazioni terroristiche, rafforzate dal traffico d’armi del defunto regime libico, che negli scorsi mesi hanno effettuato diversi attentati contro i gasdotti che riforniscono Israele.

Il problema più grave che grava sull’Egitto è però la presenza ingombrante dell’esercito. I militari, sostanzialmente, detengono il potere dal colpo di stato del ’52, piazzando uno dopo l’altro uomini di fiducia sulla poltrona presidenziale, e non sembrano intenzionati a rinunciare ai propri privilegi e alla propria posizione, e per giunta arrendersi proprio a quegli islamisti che hanno cercato di soffocare per tutti questi anni. Dopo aver rovesciato Mubarak ed essere stato acclamato piazza Tahrir, l’esercito si è ripreso il potere, con la scusa di assumere un ruolo di guida del processo democratico, instaurando un regime molto più duro di quello precedente. Penso che abbiamo visto tutti le terribili immagini delle repressioni attuate a novembre e dicembre scorsi. Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato gli orrori di cui si sono macchiati i militari in questi mesi: “test della verginità” alle dissidenti, civili giudicati da tribunali militari, pallottole di gomma sparate agli occhi dei manifestanti dai cecchini, probabilmente – afferma Salma El-Baradei, nipote del candidato presidente Mohammed – anche uso di gas nervino sulla folla di piazza Tahrir. E non è da escludere che in futuro  i militari possano continuare a disporre del potere, manovrando il frammentato quadro politico, anche se determinato elezioni democratiche.

In tutto ciò c’è da chiedersi quale sarà il ruolo degli Stati Uniti. Preferiranno mantenere il fragile status quo o magari cercare qualche accordo con i Fratelli Musulmani, già vicini agli alleati del Golfo? Stando a quanto ha rivelato il quotidiano libanese Al-Diyar ci sarebbero già stati dei contatti. Staremo a vedere.

 

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Nato il 19/09/91 nella ridente Legnano (MI), si trasferisce a Gorizia per studiare al SID, di cui frequenta attualmente il secondo anno. Amante dell'arte e appassionato di politica internazionale, tedia tutti con i suoi articoli sul Medio Oriente nell'attesa (vana) di essere adottato dal re dell'Arabia Saudita.

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