Elezioni legislative di Spagna: la rottura del bipartitismo PP-PSOE

Nella giornata di Domenica 20 Dicembre, in Spagna erano in programma le elezioni legislative per il rinnovo delle “Cortes Generales” (XI legislatura). Complessivamente, gli elettori erano chiamati a scegliere la totalità dei membri (350) del “Congreso de Los Diputados“, la camera bassa del paese, e la maggioranza dei membri (208 su 266) del “Senado“, la camera alta. Se in quest’ultimo, i senatori del PP (il Partido Popular) hanno visto eleggere 124 unità su 208 e quindi mantengono una salda maggioranza assoluta, lo stesso non si può dire per l’altra camera dove, come da pronostico, il partito del premier uscente Mariano Rajoy ha vinto ma con un margine largamente insufficiente per assicurarsi di poter governare da solo. Le prime elezioni con Felipe VI come re hanno, quindi, segnato un importante momento della storia spagnola post-franchista. Era dal 1982 che, per governare il paese, non si rendeva necessario ricorrere ad un sistema di coalizioni (in merito, alcuni giornalisti hanno paragonato la situazione creatasi alla classica frammentazione partitica che si verifica alle legislative in Italia) e, allo stesso tempo, non si rompreva il dualismo PP-PSOE (Partido Socialista Obrero Español).

Infatti, il responso delle urne, alle quali si è recato un ottimo 73,20% sui 36 milioni e mezzo circa di aventi diritto, ha reso evidente l’exploit di forze nascenti come il partito di sinistra ed anti-austerità Podemos, guidato da Pablo Iglesias, ed il partito liberale Ciudadanos, guidato da Albert Rivera. Tutto ciò ha contribuito a mutare profondamente la situazione che si era creata con le elezioni precedenti (Novembre 2011) che, assegnando 186 deputati al PP e 110 al PSOE di José Luis Zapatero, avevano visto una assai decisa affermazione del bipartitismo a scapito dei partiti minori.

Mariano Rajoy, premier uscente e leader del PP

Sebbene, PP e PSOE rimangano le forze principali del paese e, sommati i seggi da esse ottenute (rispettivamente 123 e 90), contino ancora abbastanza deputati da avere la maggioranza assoluta, appare improbabile che i socialisti accettino di unirsi ai popolari. Quantomeno, così fanno pensare le parole pronunciate da Cesar Luena, secretario del PSOE, che negavano la disponibilità del partito ad appoggiare l’investitura a capo del governo del premier uscente.  Nel frattempo, Pedro Sanchez, leader della formazione, ha annunciato di volersi ricandidare come segretario generale nel Congresso che si terrà tra febbraio e marzo 2016. Ad ogni modo, Sanchez stesso ha convocato il Comitato Federale, l’organo di partito in grado di decidere la politica di eventuali alleanze in vista della formazione del governo: a giorni, la linea dei socialisti sarà più chiara.

Pablo Iglesias, leader di Podemos

Piazzatosi terzo per numero di voti ottenuti (e predominante in Catalogna e nei Paesi Baschi), Podemos (e i suoi alleati minori) si ritrovano penalizzati dal metodo di distribuzione dei seggi previsto dalla Costituzione. Infatti, il sistema proporzionale con liste bloccate e senza premio di maggioranza in essere funziona all’interno di ciascuna circoscrizione e non in base ai risultati a livello nazionale che, dal canto loro, vedrebbero il partito di Iglesias staccato di meno di due punti percentuali dal PSOE (22,01% dei voti totali contro 20,66%). Ne deriva che i seggi ad esso assegnati sono 69, ben 21 in meno di quelli riservati ai socialisti. Questi risultati, ad ogni modo, sottolineano come la linea anti-casta e di cambiamento proposta da Iglesias e collaboratori abbia fatto breccia nelle menti dell’elettorato. In seguito alla pubblicazione del responso delle urne, lo stesso ha parlato di avvio di un “processo di transizione” che deve portare ad un compromesso storico” per la Spagna. Come riportato da El Mundo, il 37enne madrileno ha intenzione di avviare una serie di colloqui con tutte le forze politiche del Congresso affinché sia attuata una riforma della costituzione in 5 punti: legge elettorale proporzionale, “blindare” i diritti sociali, garantire il “diritto di decidere” e un referendum sulla indipendenza della Catalogna, l’indipendenza della giustizia, e la fine delle ‘”porte girevoli” fra politica e grandi imprese. Ciò che è certo è che Podemos non intende appoggiare un nuovo governo Rajoy e che, inoltre, è disposto ad affrontare delle elezioni anticipate in caso non si riesca a trovare una maggioranza per governare.

Felipe VI, re di Spagna dal 2014

Questa possibilità è disciplinata dal 99esimo articolo della Costituzione spagnola che stabilisce le procedure per la formazione di un nuovo governo. Esso afferma che il re deve proporre un candidato alla presidenza del governo, e questo è chiamato ad esporre il proprio programma politico e a chiedere la fiducia della Camera: per la nomina alla prima votazione deve ottenere la maggioranza assoluta. Se questa non viene raggiunta, c’è una nuova votazione dopo 48 ore e a quel punto è necessaria solo la maggioranza semplice. Questo articolo fa quindi in modo che, se anche nella seconda votazione il candidato non ottiene la fiducia, il re possa proporre a sua discrezione nuovi candidati (non c’è un limite). Se dopo due mesi a partire dalla prima votazione sulla fiducia nessun candidato ottiene la fiducia del Congresso, il re deve sciogliere entrambe le Camere e indire nuove elezioni.

Infine, c’è Ciudadanos che, ottenendo il 13,93% delle preferenze e 40 seggi alla camera bassa, si è dimostrato essere ampiamente la quarta forza politica del paese. Rivera, esprimendosi a nome del partito, ha parlato di determinazione “a formare un governo che possa cambiare il paese”. A dispetto di ciò, c’è da considerare che l’alleanza PP-Ciudadanos, che sarebbe la più indolore per i primi, non basterebbe ad ottenere un numero di seggi sufficiente a governare (sarebbero 163 sui 176 richiesti). Come nel caso di un’alleanza tra sinistre, che porterebbe PSOE e Podemos ad accumulare 159 unità complessive, si rivela fondamentale – a meno di una già citata convergenza PP-PSOE – cercare di ottenere il difficile sostegno dei deputati dei partiti nazionalisti baschi e catalani. Rajoy, ad esempio, potrebbe ottenere l’appoggio degli ultimi qualora concedesse la convocazione di un referendum sul diritto a decidere dell’indipendenza della Catalogna dalla Spagna; si tratta, però, di una possibilità che il 60enne di Santiago de Compostela ha sempre escluso con forza. Sebbene complicata da metter in pratica, l’ipotesi di una coalizione a tre sembra, di conseguenza, essere ciò che può risolvere l’impasse: i prossimi giorni ci diranno se sarà così anche per le forze in campo.

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Sono entrato a far parte del team Sconfinare in un ormai lontano Ottobre 2014. Pur non essendo più parte fissa della redazione, seguo sempre con affetto e molta attenzione ciò che riguarda il giornale. Quando stacco la penna dal foglio, mi piace passare il mio tempo libero tra la musica ed il cinema, ma anche tra sport e letteratura (con in mezzo l'attualità ed un certo debole per i videogames)

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