Elezioni Politiche 2018: Trionfo Lega e M5S

Credits: Fanpage/Facebook

Domenica 4 marzo gli italiani sono tornati a votare per la XVIII legislatura della storia della Repubblica. I risultati emersi dall’urna elettorale hanno riservato piccole e grandi sorprese, più o meno annunciate. In primis, l’exploit -annunciato- del Movimento 5 Stelle che ha ottenuto il 32,6% alla Camera e il 32,2% al Senato, una crescita di più di 7 punti percentuali rispetto alle scorse politiche del 2013, quando il movimento guidato da Beppe Grillo entrò per la prima volta in Parlamento.

In secundis, l’enorme crescita della Lega di Matteo Salvini, ora primo partito nella coalizione di centro-destra e che ha portato allo storico sorpasso su Forza Italia: oltre il 17% dei consensi per entrambe le camere e ora si prospetta l’ipotesi di guida di un nuovo governo. Nel resto della coalizione, Forza Italia arriva seconda con il 14%, mentre Fratelli di Italia di Giorgia Meloni ottiene il 4,3% delle preferenze, raddoppiando i propri voti rispetto alla precedente tornata elettorale. Male la cosiddetta “quarta gamba” Noi con l’Italia di Fitto, Cesa e Lupi che non supera la soglia di sbarramento del 3% e consegue un magro 1,2%.

A sinistra, crollo del Partito Democratico che raggiunge il suo minimo storico, appena il 18,7% alla Camera e il 19,1% al Senato, mentre nessun altra formazione della coalizione di centro-sinistra è riuscita a superare la soglia del 3%: Insieme e Civica Popolare di Beatrice Lorenzin non hanno superato il 1%, mentre la lista +Europa di Emma Bonino e Bruno Tabacci si è fermata al 2,5% alla Camera e al 2,3% al Senato. Il Pd complessivamente porta a casa un 22,8%, al di sotto del 25% che conquistò la coalizione a guida Bersani nel 2013, mentre la formazione di Liberi e Uguali con a capo il presidente uscente del Senato, Pietro Grasso, e che radunava Sinistra Italiana, Possibile e Articolo 1 – MDP di Bersani e D’Alema, fuoriusciti dallo stesso PD, ha raccolto un deludente e magro 3,6%, ben al di sotto delle aspettative pre-elettorali.

Pietro Grasso (Credits: Pietro Grasso/Facebook)

Infine, magri risultati per i movimenti extra-parlamentari: CasaPound ottiene a malapena lo 0,8%, mentre Potere al Popolo ha raggiunto il 1,2%.

La mappa del consenso nella distribuzione del voto, specialmente in base ai collegi uninominali, ci restituisce un’Italia spaccata a metà: a nord di colore blu e a guida centro-destra, mentre il sud colorato di giallo è dominio dei 5 stelle. La sinistra ottiene circa 20 collegi, perlopiù in Toscana ed Emilia-Romagna, dove malgrado l’avanzata del centro-destra e una crescita dei pentastellati, la maggioranza ha votato per i candidati indicati dalla coalizione a guida PD; oltre all’Alto-Adige, fortino della SVP, rimane qualche collegio a Roma e Milano, niente più.

Nelle sfide dirette nei collegi uninominali, ci sono state sorprese e conferme: ad Acerra, Di Maio ha nettamente sconfitto Vittorio Sgarbi con oltre il 60% delle preferenze mentre, rispettivamente a Modena e a Bologna, Beatrice Lorenzin e Pierferdinando Casini si sono imposti, ottenendo la maggioranza nei due collegi. Padoan esce vittorioso in quel di Siena contro il leghista Borghi, il quale tuttavia arriva a malapena quattro punti di distacco dal ministro dell’Economia del governo uscente. Gentiloni vince nel suo collegio romano con oltre il 40%, lo stesso Emma Bonino nel collegio Gianicolense della capitale. Marco Minniti titolare del Viminale, esce sconfitto a Pesaro contro il cinquestelle Cecconi, entrato nell’occhio del ciclone per lo scandalo dei mancati rimborsi del Movimento, nato dall’inchiesta de Le Iene. Matteo Renzi vince al collegio di Firenze per il Senato, superando ampiamente il 40% e sconfiggendo l’economista anti-euro Alberto Bagnai, candidatosi con la Lega di Salvini. Maria Elena Boschi, “paracadutata” a Bolzano, si è imposta sulla candidata di Forza Italia, Micaela Biancofiore, con un ampio distacco.

Mappa del voto (Credits: Il Sole 24 Ore/Facebook)

Scenari post-voto

Il 23 marzo si insedierà il nuovo parlamento, rispettivamente a Montecitorio per la Camera e a Palazzo Madama il Senato e la prima nota all’ordine del giorno sarà l’elezione dei rispettivi presidenti dei due rami del parlamento stesso. Presumibile un accordo istituzionali tra le parti in causa, mentre è già impazzito il toto-nomi: per il Senato si parla di Roberto Calderoli e di Paola Taverna (Lega e M5S), mentre per la Camera sono dati favoriti Emilio Carelli (M5S) e Graziano Delrio (PD). Tutto dipenderà chiaramente dal tipo di accordo che verrà stipulato tra le parti e se entro la fine del mese verrà a costituirsi una maggioranza.

Le dichiarazioni di Salvini nella giornata di lunedì fanno pensare che un’ipotesi di governo Lega-M5S sia altamente improbabile. Da via Bellerio il messaggio è quello di proseguire con la squadra di centro-destra, poiché ora è la Lega dello stesso Salvini il primo partito all’interno della coalizione e gli scenari di leadership futuri e la possibilità di guidare la destra italiana sono motivi di ambizione per il populista per antonomasia. Giorgia Meloni ha affermato la disponibilità di partecipazione esclusivamente con un esecutivo di destra, mentre Berlusconi appare più che mai sconvolto dalla perdita della leadership e preoccupato dal calo in borsa del gruppo Mediaset.

L’incontro di Arcore tra l’ex-Cavaliere e Salvini tuttavia, sembra presumere che per il leader di FI il messaggio sia “Avanti tutta”. Luigi Di Maio ha parlato di un risultato pazzesco e storico e che proietta il Movimento 5 stelle verso il governo del paese, tuttavia il pur straordinario numero raggiunto dai pentastellati necessita il supporto di un’altra formazione politica per ottenere una maggioranza sia alla Camera che al Senato.

Matteo Renzi (Credits: Matteo Renzi/Facebook)

Un ruolo chiave potrebbe esercitarlo lo sconfitto Partito Democratico, che vede ora l’inizio di un pesante scontro interno tra il segretario Matteo Renzi e le minoranze a lui avverse: l’ex-premier ha pronunciato parole dure nella conferenza stampa di lunedì, accusando indirettamente il Quirinale per non aver concesso le elezioni in periodi a detta sua più favorevoli, in concomitanza con le tornate elettorali tedesche e francesi, escludendo la possibilità di fare da stampella ad un esecutivo di centro-destra o cinque stelle e “caminetti”.

Il segretario dem ha dato l’idea di non voler mollare la presa e di attendere un eventuale fallimento degli avversari. Tanto meno pare lasciare la presa del partito e sembra aver lanciato un messaggio alle minoranze interne e alla nomenklatura del PD: lunedì vi sarà la direzione al Largo del Nazareno e lo stesso Renzi ha annunciato che dopo la formazione del nuovo esecutivo si aprirà un nuovo congresso. Cosa succederà all’interno del Partito Democratico è difficile da dire, molto dipenderà se la leadership di Renzi verrà confermata o se oltre alle minoranze guidate da Orlando e Emiliano vi saranno altre voci di dissenso; intanto il Ministro dello Sviluppo Economico uscente Carlo Calenda ha deciso di iscriversi al partito.

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