Elezioni presidenziali in Kirghizistan: trionfa Jeenbekov. Si consolida la democrazia?

Kirghizistan al voto: le urne premiano i socialdemocratici (Credits: Election Day/ Facebook)

Il Kirghizistan ha scelto. Le elezioni tenutesi nel paese domenica 15 Ottobre hanno consegnato la guida della repubblica centroasiatica a Sooronbai Jeenbekov. Il suo mandato comincerà ufficialmente il 1 dicembre 2017.

Con un’affluenza al 54%, Jeenbekov del Partito Socialdemocratico, vale a dire lo stesso del presidente uscente Almazbek Atambayev – da cui ha ottenuto pieno sostegno – porta a casa la vittoria con il 54% dei voti. Si fermano al 33,65% i voti per il magnate del petrolio Omurbek Babanov, del partito Respublika. A seguire altri candidati minori; sebbene fossero presenti ben undici candidati, infatti, la partita per la presidenza era sostanzialmente ridotta a una sfida fra Jeenbekov e Babanov.

Il nuovo presidente eletto Sooronbay Jeenbekov (Credits: Election Day/ Facebook)

Nei programmi dei due candidati, entrambi ex primi ministri, vediamo grandi somiglianze sia in politica interna che in politica estera – sostanzialmente entrambi favorevoli a rimanere nell’orbita internazionale russa, con un occhio di riguardo alla Cina. Va comunque fatto notare che il Kirghizistan, a differenza delle altre repubbliche centroasiatiche, non ha un ordinamento di tipo presidenziale, bensì parlamentare. Perciò non bisogna sopravvalutare la figura del presidente. Dal 2010 sono il governo (e quindi il primo ministro) e il parlamento a dirigere la politica kirghiza.

Da qui anche il sospetto che l’uscente Atambayev voglia ripresentarsi in politica aspirando alla carica di primo ministro. Ciononostante, è innegabile che la figura del presidente goda ancora di molta influenza e partecipi attivamente alla vita politica del paese. In ogni caso, più rilevante è il significato che queste elezioni assumono sia sul piano interno che su quello internazionale.

Per quanto riguarda quello relativo alla vita politica interna al paese centroasiatico, la vittoria di Jeenbekov segnala un probabile consolidamento del potere del Partito Socialdemocratico. Come scrivemmo in un precedente articolo, queste ultime elezioni avrebbero costituito una verifica dell’ascesa del PSD – che difatti sembra non essersi arrestata.

Inoltre, il fatto stesso che le elezioni si siano tenute segnala una stabilizzazione della situazione interna kirghiza. Infatti, in un paese dove la democrazia va consolidandosi e che ha visto due rivoluzioni a distanza di cinque anni l’una dall’altra – si ricordi, una nel 2005 e l’altra nel 2010 – il solo fatto che il presidente sia riuscito a portare a termine il suo mandato di sei anni, senza venir costretto alla fuga da una rivoluzione, costituisce un fatto nuovo ed estremamente positivo.

L’altro candidato alla presidenza, Omurbek Babanov (Credits: Омурбек Бабанов/ Facebook)

Si tratta altresì delle prime elezioni presidenziali libere avvenute in un clima di normalità – escludendo cioè quelle immediatamente successive a eventi rivoluzionari, come quelle di Bakiyev e di Atambayev – e che seguono alla normale scadenza del mandato del presidente precedente. Potremmo aggiungere inoltre che l’elezione di un presidente proveniente dal Partito Socialdemocratico, cioè lo stesso dell’uscente Atambayev, potrebbe rappresentare un elemento di continuità e quindi stabilità.

Insomma, in breve sul piano interno le elezioni sembrano dirci due cose: socialdemocratici e stabilità.

Il significato che le elezioni assumono sul piano internazionale è strettamente legato agli avanzamenti nella situazione interna. Si tratta infatti delle prime elezioni presidenziali libere – in condizioni di normalità – non solo per il Kirghizistan, ma per l’intera Asia Centrale stessa. Come si sa, quest’ultima è dominata, fatta eccezione per il Kirghizistan, da regimi in cui la democrazia ha un’interpretazione del tutto particolare e con a capo singoli presidenti che detengono saldamente il potere. Il caso più emblematico è forse quello kazako, che vede un singolo uomo, Nursultan Nazarbayev, a capo del paese da ormai ventisei anni ininterrottamente.

L’esperienza kirghiza rappresenta un esperimento coraggioso che va sostenuto e incoraggiato. Dal 2010 il paese sta cercando di voltare pagina, di dimenticare il passato autoritario e di aprirsi alla democrazia. Naturalmente è inutile precisare che questo processo non può che svolgersi fra mille difficoltà e contraddizioni. Sia Jeenbekov che Babanov sono stati accusati di offrire denaro in cambio di voti. Jeenbekov, inoltre, essendo candidato del PSD e dunque favorito del presidente uscente Atambayev, ha goduto del pieno appoggio dei media statali e filogovernativi.

L’ex Presidente kirghizo Almazbek Atambayev (sinistra) con l’omologo kazako Nursultan Äbişulı Nazarbaev (Credits: Ubi major/ Facebook)

Non sono mancati nemmeno accuse, arresti, contraccuse. Emblematico il caso dell’arresto del parlamentare Kanatbek Isakov e dell’ex deputato Kazybek Shaiybetov, il primo accusato di aver tentato di organizzare un colpo di Stato, il secondo di preparare dei disordini post-elettorali. Per Babanov, invece, si è trattato soltanto di arresti di stampo politico.

A turbare ancora di più la situazione è stata l’ombra della mano lunga del Kazakistan, che pressoché esplicitamente, tramite un incontro fra Nazarbayev e Babanov, ha dichiarato la sua preferenza per quest’ultimo candidato. Ciò ha segnato un momento difficile nelle relazioni fra un Kirghizistan che timidamente sembra volersi muovere verso una democrazia e un Kazakistan autoritario un po’ troppo interferente nelle vicende interne kirghize.

In conclusione, il cammino che il Kirghizistan deve compiere per diventare una democrazia completa e funzionante è ancora lungo. Sta di fatto, però, che quello che accade nella quasi sconosciuta repubblica centroasiatica rappresenta per l’intera regione un caso unico da monitorare e sostenere con forza.

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