Elezioni Regionali FVG 2018 – Sergio Cecotti, Patto per l’Autonomia

In vista delle elezioni regionali del 29 aprile, Sconfinare intervista Sergio Cecotti, candidato alla presidenza della regione Friuli Venezia Giulia con Patto per l’Autonomia. Cecotti ha già ricoperto la carica dal 5 settembre 1995 al 28 aprile 1996, per poi diventare dal ’98 al 2008 Sindaco di Udine.

Quali ragioni l’hanno spinta a candidarsi alle elezioni regionali con il Patto per l’Autonomia?

Tra le ragioni che hanno portato alla mia candidatura vi è il fatto che la nostra regione, che storicamente è ha sempre vantato qualità dal punto di vista dei poteri pubblici, della qualità dei servizi e della azione istituzionale, regionale e locale, risulta essere in contrazione stando a tutte le classifiche negli ultimi dieci anni. L’unione europea definisce come “in contrazione” un ente territoriale in cui si perdono capitale umano, sociale e territoriale oltre a reddito e ricchezza.

Viviamo quindi in una regione pesantemente in declino, con alcuni settori come la sanità addirittura prossimi al tracollo: questo declino è stato determinato prima da 5 anni di guida del centro-destra con Renzo Tondo e poi da 5 anni di guida del centro-sinistra con Debora Serracchiani. Né gli uni né gli altri sono plausibili come gruppi che possono condurre la nostra regione fuori dall’attuale situazione negativa. Il Friuli Venezia Giulia va rilanciato e va ripensato e implementato un modello economico: se vogliamo costruire una prospettiva di futuro occorre fare qualcos’altro. Noi ci siamo umilmente candidati ad essere questo “qualcos’altro”, cioè a essere un movimento che si propone una cosa molto semplice: ridare ai cittadini friulani l’orgoglio di essere cittadini di una regione ben amministrata e di qualità.

Ci parli del suo programma. Vi sono degli obiettivi in particolare che il Patto ha intenzione di perseguire?

Gli obiettivi del programma sono determinati dalla realtà: i settori in cui negli ultimi anni siamo precipitati vanno recuperati. In primo luogo, vi è l’obiettivo di salvare la sanità pubblica universale, che è stata estremamente maltrattata come affermano tutti gli studi sul tema. Essa va ripensata dall’inizio, a partire dal dato ordinamentale. Noi pensiamo di introdurre un’agenzia, un cervello strategico del sistema che permetta di programmare e condurre i processi di riqualificazione. È necessario inoltre riorganizzare il dato dell’organizzazione territoriale attraverso tre aree vaste che fanno riferimento a tre ospedali di riferimento della regione (Pordenone, Trieste, Udine), corrispondenti alle aree di attrazione di questi 3 ospedali. Abbassare l’età media degli operatori sanitari, che è diventata una criticità del sistema, è un altro obiettivo in tema sanità.

L’altro problema gigantesco che ci lascia in eredità la legislatura che sta finendo è l’assetto territoriale. Tutto quello che è stato detto sulla riforma delle UTI (Unione Territoriale Intercomunale, ndr), o la confusione venutasi a creare con la camera di commercio: noi vogliamo riportare ordine in questi campi, mettere in sicurezza il sistema. Per farlo abbiamo un importante punto fermo, che è un dato di fatto rispetto a cui vanno costruiti i percorsi di crescita: l’elemento meno efficiente del sistema pubblico regionale è l’ente regione stesso, che è una burocrazia cieca e autoreferenziale. Essa non conosce il territorio che governa: noi ci proponiamo di ribaltare la regione come ente, perché è quello il punto dolente su cui si blocca tutto. Non sono i comuni ad essere un problema, nonostante essi vadano rimessi a posto dopo la confusione relativa all’ultima riforma; essi vanno messi in grado di funzionare, non bisogna mettergli i bastoni fra le ruote (come è stato fatto finora). Viceversa, la regione va riformata nel senso di trasformarla in un ente che non opera in maniera centralista, antidemocratica, arrogante, da un palazzo situato in piazza Unità d’Italia. Essa deve agire come un’entità che opera sul territorio, con il territorio, per il territorio.

LA PROGRAMMAZIONE DELLE UTI. MA DOV’È LA RIFORMA?Qualche anno fa ho sostenuto che le Unioni Territoriali Intercomunali…

Pubblicato da Patto per l'Autonomia su martedì 16 gennaio 2018

Nei mesi passati due referendum hanno portato ad un possibile ampliamento dello statuto di regione autonoma anche a Lombardia e Veneto. Come intende relazionarsi il patto con queste nuove autonomie? Vi potrà essere un “patto esteso”?

Ora come ora non so cosa accadrà, perché la situazione è molto complessa. Do però un giudizio positivo sul fatto che questi referendum siano stati celebrati. Saluto con soddisfazione la risposta che hanno dato, molto chiara, cioè che il popolo italiano nelle varie regioni vuole vivere in uno stato basato su un sistema di autonomie forti. Se il sistema è formato da autonomie forti in tutte le regioni, allora tutte le autonomie si rinforzano perché è impossibile, come diceva Paladin (Livio, ex Presidente della Corte Costituzionale, ndr) negli anni ‘60, “essere un’isola felice di autonomia entro uno stato che complessivamente è centralista”.

Per quanto concerne i rapporti espliciti, la fattibilità di un’alleanza dipende in larga parte dalla volontà degli altri: cioè da cosa ha in testa Zaia, per esempio, che al momento non so. Mi pare che egli abbia una mentalità imperialista rispetto al Friuli Venezia Giulia, e questo certamente non gli rende onore perché se si è autonomisti a casa propria, allora si deve essere autonomisti anche a casa degli altri. Fontana, d’altro canto, è appena stato eletto presidente e non so cosa possa pensare: non posso criticarlo senza sapere cosa ha in testa. Collaborare è sempre meglio che competere, quando si può. In ogni caso bisogna sempre essere pronti a misurarsi con gli altri perché non è sempre detto che la cooperazione avvenga da pari a pari: noi non possiamo accettare un’egemonia imposta da altre regioni.

Per quanto riguarda la materia fiscale, come intende combattere la concorrenza austriaca e slovena nel campo del mercato del lavoro?

La tassazione e in particolare la partita sul lavoro è per il 99% materia dello stato, ed è una materia che esso difende gelosamente come prerogativa propria e anche la corte costituzionale lo supporta. Vi è una piccola parte in cui la regione può intervenire, ed è legata alle tasse dirette regionali, come l’IRAP e l’addizionale IRPEF, che sono poca cosa. In materia di concorrenza l’IRAP sulle imprese è già stata abbassata: si può immaginare di abbassarla ancora, ma essa ha una leva molto limitata dal momento che la tassazione statale da sola, anche se noi azzerassimo le addizionali regionali, sarebbe di gran lunga superiore a quella dei paesi concorrenti. Il tema è dunque di riforma dello stato, che però non appare essere attualmente in via di riforma: si tratta di una palla al piede sulla quale non possiamo fare nulla.

Sergio Cecotti durante un comizio (Credits: Sergio Cecotti/Facebook)

In qualità di possibile futuro Presidente, ritiene che la sua passata esperienza da Sindaco di Udine e da Presidente della regione possa agevolarla nelle mansioni alla guida della regione? Che peso può avere l’esperienza in ambito comunale per i giovani che intendono intraprendere una carriera politica?

Il mestiere del Presidente della Regione mi è noto, così come cosa egli debba fare e quanto sia difficile questa professione. In termini di impegno personale è un lavoro di dedizione assoluta, mentre essere sindaco è una attività molto più riposante. Quindi so cosa mi aspetta, e sicuramente non lo temo: altrimenti non mi sarei candidato.

Per quanto riguarda la tematica giovani e politica, sono dell’idea che – almeno in astratto – sia necessaria una legge che obbliga tutti i cittadini a essere amministratori pubblici almeno per sei mesi nella propria vita. Ciò servirebbe per intraprendere un percorso di educazione alla cittadinanza, utile a capire quali sono i veri problemi della società e come si possono affrontare e in che limiti si possono risolvere. È evidente che chi affronta la politica senza avere avuto una pregressa esperienza amministrativa, nel migliore dei casi, è destinato ad operare in maniera astratta e a ragionare per principi; egli infatti non avrebbe accortezza di quella che è la difficoltà e la complessità della realtà. Certamente, se uno vuole fare politica seriamente, deve prendersi il compito di amministrare un qualche ente, anche se in un comune piccolo, all’inizio del suo percorso.

Le difficoltà possono essere maggiori o minori a seconda della dimensione demografica della realtà amministrata, ma nella loro natura esse sono similari: tra queste vi sono le rigidità dei bilanci pubblici, della burocrazia, il rapporto con il cittadino tra le sue esigenze e il potere del politico nel dare una risposta convincente.

Ti potrebbero interessare anche:
About Francesco Lizzi 7 Articles
Studente della triennale al SID e archivista nel tempo libero, con passato da linguista. "Scrivo perchè mi piace" parrebbe banale, ma in effetti è così: cavalco l'ispirazione e mi aggrappo alle mie staffe preferite: temi storici e di attualità internazionale. Primarepubblicano nel cuore, mi interesso anche di sport, politica ed elezioni anticipate.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: