Sconfinare Jukebox – The Velvet Underground

Credits: pagina Facebook "The Velvet Underground"

Esattamente cinquanta anni fa i Velvet Underground, appena abbandonati dalla visionaria e sperimentatrice Nico, si trovavano negli studios della MGM. Stavano registrando quello che, ad onor del vero, sarebbe stato uno dei loro album meno acclamati, meno venduti e più facilmente dimenticati. E’ doveroso ricordare che il loro successo, indelebilmente legato alla collaborazione con John Cale e Nico degli inizi, segnò un nuovo modo di fare musica, dando voce all’intera malata generazione suburbana newyorkese (e non solo) grazie alla Factory di Andy Warhol.

Le atmosfere edonistiche, libidinose, deviate e malate dei primi due album – The Velvet Underground & Nico (1967) e White Light/White Heat (1968) – sembrano svanire assieme a Cale e Nico, che con la sua voce vellutata è l’autrice dei brani assieme a Lou Reed (cantante e frontman del gruppo). Il cosiddetto ‘Grey album’ (l’album grigio, denominato così per la foto in bianco e nero in copertina) risente della nuova formazione, dividendo la critica. Mentre solo Christgau, tra i critici più in voga, lo ha definito il migliore dalla band, diversi altri critici (Fricke e Larkin tra gli altri) sono concordi nel ritenerlo l’album meglio scritto, più introspettivo e che lascia spazio all’espressività dell’ormai unico leader Lou Reed; tuttavia, il distacco dalle altre due opere è significativo.

L’album “The Velvet Underground”, conosciuto anche come “Grey Album”. (credits: pagina Facebook “The Velvet Underground”)

Mancano la sperimentazione e l’esperienza psichedelica tipica del gruppo degli anni ’67-’68. Si potrebbe dire che è un LP di sottrazione, che cerca di ridurre all’osso e concentrare un intero processo musicale. Il carattere ed il timbro dei pezzi sono eterogenei, con influenze musicali ampissime. In “I’m beginning to see the light” si tratta di puro rock, frenetico e divertito, ma scarno di sperimentazioni, che sono invece la cifra stilistica del brano “the Murder Mystery”. I Velvet Underground tornano alla ricerca di nuovi modi di fare musica, esprimendo sempre un nuovo lato di sé, introspettivo ed in via di redenzione.

Eppure, nonostante le rinunce avanguardistiche, ci sono almeno due capolavori contenuti nella raccolta del 1969. Mentre il mondo musicale e discografico era ancora inebriato dal festival di Woodstock, i reietti newyorkesi scoprivano sottovoce un modo inedito di fare musica. Narrando temi all’epoca dissacranti, come l’esperienza di un’attrice statunitense transessuale (‘Candy Says’), l’amore con una donna sposata (‘Pale Blue Eyes’) e un amore omosessuale (‘That’s the Story of My Life’), i Velvet Underground sembrano cercare la redenzione dalla perversione degli anni precedenti, senza però rinnegarsi.

I the Velvet Underground nella formazione del ‘Grey Album’, foto scattata dal fotografo della Factory Billy Name. (fonte: wikimedia commons)

Quella dell’album grigio è un’operazione delicata e raffinata. Lou Reed e compagni continuano a usare la loro musica come specchio continuo di loro stessi, ma lo fanno ora in sordina. Probabilmente proprio perché senza Nico hanno trovato una serenità non completa, non lontana da alcol e droghe, non piatta ma pur sempre meno crespa del caos precedente. Per così dire, una ‘serenità grigia’ proprio come la loro copertina. E’ finita la collaborazione con Warhol, che si vede solo nella scelta del fotografo per l’album e nel richiamo a quell’eccentrico mondo beat di eccessi e decadenza che sembra un ricordo, come fosse una vecchia casa in cui vivevi ma a cui non appartieni più. Probabilmente, il punto di svolta è dato dalla voglia di individualizzare la decadenza che prima faceva parte della loro collettività.

I Velvet Underground, lontani dal successo appena conosciuto, riescono in parte a scendere ad un compromesso grazie alla non-presenza di Nico, allontanandosi dall’onta dell’oscenità di cui ormai erano stanchi da tempo, ma che continuavano ad abbracciare. Cinquanta anni fa avveniva l’emancipazione dei Velvet Underground, che avrebbe portato alla magistrale carriera da solista di Lou Reed. Un punto di passaggio obbligatorio per la nascita dello slow-core e per la band stessa che prepara la sua uscita di scena con un album intimo, regalando al panorama musicale due capolavori assoluti, ‘Candy Says’ e ‘Pale Blue Eyes’, che ogni cultore non solo del genere, ma della materia, dovrebbe conoscere.

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